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il racconto

Liliana Carbone, “mamma coraggio” di Massimiliano: «Doveroso cercare la verità sul suo omicidio»

Il 30enne vittima di un agguato 19 anni fa a Locri. Ancora nessuna verità giudiziaria. «C’era un coro greco che preparava questa tragedia»

Pubblicato il: 21/09/2023 – 17:27
di Mariateresa Ripolo
Liliana Carbone, “mamma coraggio” di Massimiliano: «Doveroso cercare la verità sul suo omicidio»

LOCRI «Quest’anno sul manifesto che ricorda il diciannovesimo anniversario ho riportato le parole di Kennedy: “Un uomo fa ciò che è suo dovere fare, quali che ne siano le conseguenze. Questa è la base di tutta la moralità umana”. Massimiliano è rimasto qua con fucili puntati addosso, dopo anni di intimidazioni, per veder crescere suo figlio e perché sentiva di poter lavorare in una città che, pur non essendo lui nato a Locri, sentiva propria». Sono trascorsi diciannove anni dall’assassinio di Massimiliano Carbone, 30enne morto il 24 settembre 2004, a seguito delle gravi ferite riportate nel corso di un agguato subìto qualche giorno prima sotto casa, nel cuore di Locri. È mamma Liliana Esposito Carbone a raccontarci la tragedia che ha colpito la sua famiglia, gli anni di lotta per la verità e di quel figlio pieno di sogni, speranze e amore per il prossimo: «Quante immagini ho di mio figlio… di quando era bambino e curava i fiorellini, amava gli animali. Una volta mi disse che era andato a Reggio per l’iscrizione nel registro generale dei donatori di midollo. Io mi arrabbiai, gli dissi: “Ma tu ti rendi conto, ti fanno una puntura, ti fanno male”. “Mamma, – mi rispose – io salvo una persona”, e me lo disse con impeto, con enfasi, con passione».

Il delitto

Era il 17 settembre del 2004. Come ogni venerdì, Massimiliano era andato a giocare a calcetto con gli amici. Stava rientrando a casa quando fu raggiunto da un unico colpo all’addome. A sparare con un fucile i suoi assassini, appostati dietro un muretto. Il 30enne venne portato d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di Locri. Morirà dopo sei giorni di agonia, il 24 settembre, il giorno del compleanno di sua madre Liliana.
«È stato ucciso perché aveva avuto una relazione con una donna che interessava ai Cordì», rivelò nel 2017 un collaboratore di giustizia. Qualche anno prima della sua morte, Massimiliano aveva infatti iniziato una relazione con una donna che, poi si scoprirà, essere sposata. Una relazione dalla quale nascerà un bambino: sarà un test del Dna effettuato dopo la morte del 30enne ad accertarne la paternità. Ad oggi non esiste nessuna verità giudiziaria: l’unico indagato è stato prosciolto e il caso sull’omicidio è stato archiviato nell’ottobre del 2007.

«C’era un coro greco che preparava questa tragedia»

Da allora Liliana non ha mai smesso di lottare per ottenere verità e giustizia, per suo figlio e per l’intera comunità: «In tutti questi anni a qualcuno sono sembrata strana, accanita, petulante. Ma no, io non chiedo giustizia a gran voce, perché quale giustizia di tribunale mi ristorerebbe? L’omicidio di Massimiliano non è stato messo in essere da uno che ha sparato. C’era un coro greco che preparava questa tragedia. C’è stata un’organizzazione puntuale, minuziosa per l’agguato. C’era una mentalità, una visione, che ritengo malintesa del concetto di dio, patria, famiglia, che è stata una religiosità fanatica e ipocrita». Non riesce a darsi pace Liliana mentre stringe tra le braccia la foto di Massimiliano. «Le ultime parole sentite dalla sua voce – racconta – sono state sulla lettiga che io stessa spingevo. I medici lo stavano portando in sala operatoria, io l’ho guardato, gli occhi suoi si stavano già quasi spegnendo, e mi disse: “Mamma prenditi cura di mio figlio…”».
Un dolore composto quello di una donna che ammette di non riuscire a perdonare i carnefici che hanno strappato Massimiliano alla vita: «Io non perdono, perché “perdono” significa “in regalo”, e io in regalo, non potevo mai dare la vita di mio figlio. La vita di mio figlio non era mia. Lui apparteneva alla vita e la vita apparteneva a lui. Hanno spezzato la vita di mio figlio che aveva trent’anni, padrone della propria vita, e l’hanno spezzato quei “marziani” che hanno ritenuto che lui non dovesse essere una pietra di paragone e che invece ora, alla luce delle verità scientifiche, sono davvero umiliate. In vita Massimiliano ha umiliato i miserabili, con la sua capacità d’amare e d’essere amato, con la sua gentilezza di modi, e ancora, dopo la sua morte si parla della sua vitalità e della sua capacità di progettare un lavoro decoroso e onesto».

La ricerca della verità: «Un uomo fa ciò che è suo dovere fare»

È attraverso le parole di John Fitzgerald Kennedy, scelte per il manifesto di quest’anno, che Liliana Esposito Carbone trova il senso della ricerca di una verità che gioverebbe all’intera comunità: «Non mi aspetto procedimenti giudiziari e condanne che nel sistema giudiziario italiano porterebbero via almeno dieci anni. Mi auguro – spiega – che la verità già acclarata venga considerata sotto un altro aspetto, quindi non solo come dato di fatto, ma come possibile movente, che venga considerato che vicino a chi aveva interesse nella morte violenta di mio figlio c’erano altre figure, è quello che mi auguro per la vicenda di Massimiliano. Mi auguro che ci siano figure istituzionali che si impegnino nella risoluzione di questa vicenda e che lo facciano perché è il loro dovere, perché è il loro lavoro. Non si può dimenticare un delitto simile per quello che è stato, per quello che ha portato via e per le ricadute sull’esistenza della nostra famiglia. Ed è una risposta che credo che nel “paese della legalità” sia obbligatorio, doveroso, morale dare. Che queste figure che devono dare questa risposta prendano e facciano loro le parole di Kennedy: “Un uomo fa ciò che è suo dovere fare, quali che ne siano le conseguenze. Questa è la base di tutta la moralità umana”». (redazione@corrierecal.it)

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