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Quarant’anni senza Bertolami. «Non abbiamo neanche un corpo da seppellire»

La tragedia della famiglia raccontata dal figlio Carmelo. Le richieste di riscatto. Il dialogo (interrotto) con i rapitori. L’incontro con Gratteri nel ’92. Oggi il ricordo della Fondazione Trame

Pubblicato il: 12/10/2023 – 6:57
Quarant’anni senza Bertolami. «Non abbiamo neanche un corpo da seppellire»

LAMEZIA TERME Il 12 ottobre 1983 Giuseppe Bertolami, imprenditore di Lamezia Terme, esce dalla propria azienza, viene prelevato dalla propria auto e portato via. Sparisce. A 40 anni da quel giorno non si sa che fine abbia fatto. È uno degli episodi nella stagione dei sequestri vissuta nella Piana di Lamezia. Ferite dolorose. Mario Bilotti, Roberto Bertucci, Gabriele D’Ippolito e Filomena Ciliberto, Nino Tripodi, Francesco Grandinetti, Filippo Caputi sono i nomi ricordati nel corso di “Telesuonano” dai conduttori Danilo Monteleone e Ugo Floro. Con loro Carmelo Bertolami (foto sopra), figlio di Giuseppe, e la storia di una famiglia che continua a chiedere verità. 

«Ci chiesero “quattro stecche per Sant’Antonio”»

Impossibile dimenticare. «Mi ricordo che ero nell’ufficio di un geometra, mi chiamarono per dirmi che avevano sequestrato mio padre. Andai giù e notai che c’era la macchina con il quadro acceso, spenta, con la marcia innescata e lo sportello era aperto. A casa fu una tragedia. Sono stato per 3-4 giorni accanto al telefono sperando che qualcuno chiamasse, ma non arrivò nessuna notizia». Nessuno notò nulla in quella zona, un vero e proprio blitz in un’area poco frequentata. Dopo 15 giorni di blackout arriva una lettera, «non ricordo a chi – spiega Bertolami –, perché a noi non è mai arrivato niente». Fu la Gazzetta del Sud a pubblicare il testo «con la data e sotto c’era la firma, la prova che era vivo e la richiesta di “quattro stecche per Sant’Antonio”, che erano 4 miliardi in sostanza. Volevano che, una volta pronti a pagare, mettessimo la notizia negli annunci del giornale». La famiglia rispose dicendo che non avrebbe potuto pagare quel prezzo. Durò un anno la trattativa, poi i rapitori si stancarono. Bertolami ricorda il contesto: «In quel pericolo successero dei fatti importanti a Lamezia. Morirono un sacco di persone. Ci furono omicidi, una classica guerra di mafia. Ci dissero che probabilmente il sequestro era stato effettuato da un clan all’insaputa dell’altro». Un contrasto inserito in un momento di grandi fibrillazioni, troppo difficile da gestire durante la faida. Bertolami aveva 58 anni, era un imprenditore importante nel settore floro-vivaistico con un’azienda a Lamezia Terme («che andò un po’ allo sbaraglio dopo il sequestro», spiega il figlio) e affari anche all’estero. Prima del sequestro non c’era stata alcuna avvisaglia. Continuano le schermaglie: lettere mandate ai vicini, ai parenti «ma mai a noi», evidenzia Bertolami.

La speranza finita nel vuoto

«Siamo arrivati così fino a marzo del 1984: arrivò una lettera a un nostro collega vivaista. Eravamo arrivati a un accordo, per un miliardo, con la spiegazione dei percorsi per consegnare il denaro». Tre percorsi: Lamezia-Reggio Calabria in autostrada all’andata e al ritorno lungo la statale 18; Lamezia-Soverata salendo dall’Angitola; Lamezia-Castrovillari in autostrada, poi qualcuno mi avrebbe indicato con una torcia di fermarmi». Il primo tragitto va a vuoto. Il secondo percorso invece non sarà mai tentato: «Poco prima di partire hanno telefonato al collega dicendo: “Non fatelo partire perché è seguito”. Da allora si sono interrotti tutti i contatti». In quei giorni però «cominciarono altri omicidi, forse si sono accavallate altre cose e non sono più riusciti a governare la situazione».
Sono amare e disilluse le parole di Bertolami: «Di errori nei sequestri di persona se ne commettono tanti, non ci sono regole. Il rammarico c’è sempre ma non ci sono colpe specifiche da attribuire». Dopo quel primo stop le trattative – che la famiglia prova a tenere vive attraverso il solito metodo degli annunci sul giornale – riprendono per un breve periodo, infine tramontano. Il resto è storia di sciacalli, telefonate che illudevano la famiglia facendo credere di avere in mano il sequestrato, «ma non avevano niente». 

L’incontro con Gratteri nel ’92 e la pista di Platì

Le ipotesi in campo restano tante, sfumate dalla nebbia degli anni. «Una – spiega Bertolami – è che il gruppo responsabile del sequestro avesse venduto mio padre alle cosche di Platì, ma anche lì non c’era nessuna prova. Ci sono tante piste possibili ma non ho certezze, ovviamente».
Di Bertolami non si è avuta più nessuna traccia. «Non ci sono mai state neppure informazioni su possibili luoghi di sepoltura, niente. Nel 1992 mi chiamò l’allora procuratore della Repubblica di Lamezia Pileggi e mi disse che l’indomani sarebbe andato a Locri a parlare con il suo omologo Lombardo. Andammo insieme, lui fu molto disponibile e decise di mettermi affianco il procuratore Gratteri. Siamo stati per tre giorni lì a Platì a scavare accanto alla strada principale con un macchinario capace di individuare l’eventuale presenza di un corpo seppellito. L’attività nacque dalle dichiarazioni di un pentito che diceva di aver sentito da un corriere della droga, in carcere, che mio padre era sepolto a Platì, dando un’indicazione sulla zona. Abbiamo scavato dappertutto e non abbiamo trovato nulla».
Al sequestro Bertolami la fondazione Trame dedicherà un’iniziativa oggi alle 11. «È un bel modo di ricordare mio padre». E di rilanciare l’unica richiesta della famiglia: «Abbiamo sempre chiesto, se qualcuno ha un po’ di rimorso, di dirci almeno dove si trova mio padre per celebrare un funerale. Questo purtroppo non è mai accaduto». 

Iovene: «Non dobbiamo perdere la memoria di quanto di terribile ha vissuto Lamezia»

FONDAZIONE TRAME | Nuccio Iovene

Nuccio Iovene, presidente della Fondazione Trame, riannoda i fili del discorso e della memoria. «Trame lavora molto sulla memoria collettiva. Spesso si tende a dimenticare, si tende a cancellare, si tende a rimuovere quello che è stato e tutti noi sappiamo benissimo che perdere la memoria, far finta che quello che c’è stato non sia mai avvenuto, rischia di far ripetere gli errori del passato. Il nostro è un tributo fondamentale, importante, alla verità storica, al tentativo di non dimenticare quello che è avvenuto e chiedere nei casi in cui è necessaria verità e giustizia perché non può esserci delitto in cui non si sappia neanche chi lo ha commesso. Ci è sembrato giusto e doveroso continuare a ricostruire la memoria di quanto di terribile ha vissuto la città di Lamezia Terme, e la Calabria ovviamente, negli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80». Il sequestro Bertolami – ricorda Iovene – è l’ultimo in ordine di tempo di quegli anni terribili, in cui «si sono consolidati rapporti e le relazioni tra diverse cosche» in un quadro criminale che le indagini degli anni successivi hanno svelato essere molto complesso. È la storia di quella che Iovene definisce «accumulazione primitiva» da parte della ‘Ndrangheta che «con i denari dei sequestri investe poi in altre attività, prevalentemente nel traffico di droga». 

Il ricordo

La fondazione Trame ha scelto nel giorno del 12 ottobre di ricordare questo tragico avvenimento, proprio facendo un esercizio della memoria, con due distinti momenti. «La mattina alle 11 – spiega Iovene – saremo sul luogo dove fu ritrovata la macchina di Bertolami, e lì deporremo un mazzo di fiori e ci raccoglieremo appunto in ricordo di Giuseppe Bertolami e invece il pomeriggio al Chiostro di San Domenico faremo un momento di riflessione su tutta la stagione dei sequestri, a Lamezia e in Calabria. Il figlio Carmelo racconterà e testimonerà la vicenda dal punto di vista della famiglia, ma ci saranno tanti altri ospiti e soggetti, tra cui alcuni dei giornalisti delle testate nazionali che seguirono la vicenda e le vicende di quegli anni e poi i rappresentanti di associazioni, Avviso pubblico, Libera e tanti altri».

«Se c’è qualcuno che ha notizie faccia sapere qualcosa»

L’iniziativa è un modo per cercare di dare un nuovo scossone, un input giudiziario? «Assolutamente – risponde Iovene –, noi vogliamo ricordare a tutti, all’intero Paese, che quella vicenda è una ferita aperta per la famiglia, per la nostra comunità, per la giustizia. E il fatto che di vittime come Bertolami non si sia più saputo nulla, non ci sia stato il ritrovamento del corpo, non ci sia stato un luogo nel quale fare l’esercizio del lutto, è una cosa appunto barbara e quindi sarebbe giusto che se c’è qualcuno che ha notizie faccia sapere qualcosa». «Oramai – spiega ancora il presidente della Fondazione Trame – ci sono tanti pentiti che hanno deciso di collaborare, ai quali forse si potrebbe fare qualche domanda».

L’importanza di Trame a Lamezia (e non solo)

Impossibile non parlare di Lamezia a 12 anni dall’inizio del festival Trame. Discorso che spazia dal globale al locale. «Le mafie hanno dimostrato in questi anni di saper cambiare, di sapersi trasformare e di intervenire e spostarsi anche in realtà dove prima non esistevano – spiega Iovene –. E sapere entrare nei municipi. Ma non solo in Calabria o in Sicilia o in Puglia o in Campania. Sapete qual è la regione con maggiori interdittive antimafia d’Italia oggi? E’ l’Emilia Romagna. E questo la dice lunga». A Lamezia Trame ha avuto e ha un ruolo centrale: potrà riossigenare, rigenerare anche la politica lametina? «Io ovviamente me lo auguro in termini generali – dice Iovene –. Do tra l’altro due informazioni: nei 12 anni di Trame sono stati circa un migliaio i giovani volontari che hanno partecipato al festival e proprio per questo alla fine di quest’anno faremo il primo meeting annuale dei volontari di Trame. Nel quale cercheremo insieme di capire che cosa l’esperienza fatta con Trame ha lasciato nella vita dei volontari. Cercheremo di costruire un ragionamento che vorremmo portare avanti nel tempo con i volontari. Poi c’è il lavoro che si fa nelle scuole. “Trame a scuola” si fa da molti anni, lo si fa in tutte le scuole sia primarie che secondarie, è un percorso non solo sulla legalità, ma sull’educazione alla lettura, sull’incontro con gli autori e quindi è un progetto complesso, ricco, che dà la possibilità ai ragazzi di riflettere e imparare a leggere i testi, commentarli, discuterli, addirittura con chi li ha scritti».

«Trame dà voce alla parte della città che reagisce alla mafia»

«Di Trame – continua Iovene – se n’è parlato in Italia, se n’è parlato fuori d’Italia e ben prima che arrivassi io a fare il presidente. Ci sono stati articoli sul New York Times, sull’Economist che hanno parlato del festival. Se professori universitari, studiosi esteri come John Dickie partecipano tutti gli anni una ragione ci sarà. Quindi è vero che Trame ha rappresentato un punto di riferimento e secondo me è riuscita a farlo anche perché alle spalle ha delle esperienze concrete. Dobbiamo ricordare che la Fondazione nasce in un momento particolare della città, soprattutto per iniziativa dell’Associazione lametina antiracket, cioè di imprenditori commercianti, professionisti che si sono uniti per opporsi alla racket, per denunciare collettivamente e, in quella fase anche col sostegno delle amministrazioni pubbliche, riuscire ad arrivare al processo. E se ci sono state le condanne è stato anche grazie a questo. Questo ha consentito di dare un senso di verità: Trame si svolge in una realtà in cui purtroppo la mafia c’è, anche se qualcuno si ostina a non volerla vedere, in cui però c’è anche l’antimafia  e noi vogliamo dare voce a quella parte della città che reagisce e che è la maggioranza ovviamente». (redazione@corrierecal.it)

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