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l’analisi

La “Riforma Calderoli” non convince: il 42% degli imprenditori calabresi è scettico

Ecco tutti i dati del 19esimo rapporto realizzato dall’Istituto Demoskopika per conto della Bcc Mediocrati. Economia regionale al palo

Pubblicato il: 27/11/2023 – 9:54
La “Riforma Calderoli” non convince: il 42% degli imprenditori calabresi è scettico

COSENZA «È ben il 42 per cento degli imprenditori calabresi a manifestare scetticismo, convinto che il processo autonomistico porterà maggiori vantaggi al Nord con un taglio delle risorse nel Mezzogiorno. È Cosenza la città italiana che più ha ricercato l’autonomia differenziata sul web. Per 8 comuni su 10, inoltre, la mancanza di risorse adeguate condiziona l’offerta dei servizi. E, intanto, nel 2023 l’indice medio di fiducia generale segna, per la prima volta, un trend positivo di crescita salendo a 102,5 (+12 punti) consolidando il miglioramento del 2022». È quanto emerge dal 19esimo rapporto sull’economia locale, realizzato dall’Istituto Demoskopika per conto della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati.

Il contesto

«L’autonomia differenziata non convince. E così – si legge nel rapporto Demoskopika-Bcc – oltre 4 imprenditori su 10 si dicono assolutamente contrari. Un esercito di circa 70mila operatori economici preoccupati che la “riforma Calderoli” possa fiaccare ulteriormente il già fragile sistema economico e sociale calabrese. Tra i principali motivi di “contrarietà”, la business community indica l’aumento del divario tra Nord e Sud, l’impossibilita attuativa annunciata visto il fallimento del “regionalismo sanitario”, la battaglia ideologica e secessionista delle realtà territoriali del Nord e la contrazione delle risorse per l’erogazione dei servizi pubblici destinata al Mezzogiorno. Uno scetticismo condizionato, molto probabilmente, dalla mancata definizione, ad oggi, dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) fondamentali per attuare il processo di riforma.

Nel concreto, si fa sentire la richiesta calzante del sistema economico e produttivo nell’individuazione di risorse necessarie per ciascuna materia (salute, istruzione, assistenza sociale, trasporti, ecc.), e, dunque, di uno standard adeguato che deve essere garantito a comuni, province, città metropolitane e regioni per erogare i servizi oggetto di LEP. Una preoccupazione più che fondata se si considera, per i soli comuni calabresi ad esempio, che la maglia nera della minore offerta dei servizi alla collettività riflette prioritariamente la carenza di risorse finanziarie: quasi 8 comuni calabresi su dieci (76,5%) – secondo l’analisi più aggiornata della SOSE, società che per legge e incaricata nella definizione dei fabbisogni standard e del livello dei servizi erogati negli enti locali, – erogano servizi inferiori e contraddistinti da un ammontare di spesa più bassa in confronto a enti con caratteristiche strutturali e dimensionali simili. Ma qual è l’interesse per il processo autonomistico? Quasi il 70 per cento degli imprenditori interpellati ne ha dichiarato una conoscenza anche se soltanto il 12,7 per cento ha avvertito l’esigenza di approfondire. E, ancora. Spetta alla Calabria, il primato italiano di chi ha manifestato l’interesse maggiore per la riforma, piazzandosi in cima alle ricerche su Google Trends. Tra le città spopola su tutte Cosenza. Tra i servizi pubblici essenziali, bocciati il sistema sanitario regionale, la rete stradale e il trasporto ferroviario. E, intanto, per il 2023 aumenta al 27,7% (dal 13,5% del 2022) la quota degli operatori economici che prevedono una ripresa mentre resta più stabile salendo di poco al 25,2% (23% nel 2022) la quota degli imprenditori “pessimisti” che prevedono una recessione dell’economia».  

Roberto Calderoli

Gli interventi

«Sono molte le tappe che, da più di un ventennio, – dichiara il presidente della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino – hanno caratterizzato il processo di autonomia. Analizzando il dibattito politico istituzionale ed economico emergono due differenti posizioni. Da un lato ci sono gli ottimisti che la considerano un’opportunità per le regioni più deboli al fine di migliorare l’efficienza nella fornitura dei servizi pubblici essenziali ai propri cittadini; dall’altro lato ci sono, invece, i pessimisti che pongono l’accento sul rischio di un ulteriore aumento degli squilibri territoriali in termini di qualità e quantità dei servizi, più in generale di equità economica e sociale. Dal nostro rapporto – continua Nicola Paldino – emerge una posizione prioritariamente critica degli imprenditori circa il concreto impatto che il processo di autonomia differenziata potrebbe avere sul sistema economico calabrese. Definire i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) non significa riuscire a garantirli perché sono necessarie risorse finanziarie importanti, per cui al momento sembrerebbero configurarsi come il tallone di Achille del regionalismo differenziato. Alla loro definizione – conclude il presidente della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati, Nicola Paldino – è legata l’efficienza dei servizi pubblici, e ad essi sono inevitabilmente legate le performance delle imprese: maggiore sarà l’efficienza del settore pubblico, maggiore sarà la produttività delle imprese».

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Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio

 L’approvazione del disegno di Legge Calderoli – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – lascia aperte molteplici questioni. Una delle più controverse riguarda sicuramente la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP), utili a garantire in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, i servizi pubblici fondamentali per cittadini e imprese, da cui dipende interamente la realizzazione del percorso autonomistico regionale. Per definire i LEP è necessario superare il criterio della spesa storica, individuare fabbisogni e costi standard per le materie che diventano oggetto di richiesta di autonomia da parte delle regioni. La business community coinvolta nell’indagine – precisa Raffaele Rio – ha espresso non poche perplessità manifestando evidenti preoccupazioni in merito all’impatto che essa potrebbe avere sull’economia regionale calabrese. Per uscire dal limbo della riforma, risulta fondamentale colmare alcuni aspetti rimasti in sospeso fra cui la mancata definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) sui cui attuare una perequazione delle risorse. Spetta, dunque, ai decisori istituzionali – conclude il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – la capacità di mettere gli enti locali che hanno meno risorse nella condizione di poter garantire i servizi previsti dai LEP, al pari di quegli enti che al contrario riescono a produrre maggiori risorse proprie garantendo ai cittadini servizi e prestazioni».

Il report

Ecco nel dettaglio il report dell’istituto Demoskopika per conto della Banca di Credito Cooperativo Mediocrati.

Autonomia differenziata: 7 imprenditori su 10 la conoscono. Un primo set di domande ci aiuta a comprendere il livello di conoscenza, percezione e interesse degli imprenditori locali rispetto al tema dell’autonomia differenziata. Come emerge dalla nostra indagine, più della metà del campione (55,7%) ha affermato di conoscere il tema, anche se non ha approfondito, mentre poco più di 1 su 10 (12,7%) ha cercato di informarsi per saperne di più. Sono invece circa 3 su 10 (31,6%) gli intervistati che non ne hanno mai sentito parlare.

Tendenze: Calabria in testa per interesse. Analizzando l’interesse verso il tema dell’autonomia differenziata sul web, tramite l’uso di Google Trends, emerge che, dal 2017 ad oggi, il termine è stato cercato dagli habitué di internet soprattutto a febbraio 2023, ossia in corrispondenza dell’approvazione da parte del governo del disegno di Legge presentato da Calderoli, che coincide anche con il maggiore interesse da parte dei media. Il termine è stato cercato maggiormente nelle Regioni del Sud Italia con in testa la Calabria, (100), seguita da Basilicata (85), Molise (70), Puglia (54) e Campania (49). Mentre la città italiana in cui si è manifestato un maggiore interesse di ricerca per questo tema è Cosenza (100), seguita da Avellino (49), Potenza (49) e Reggio Calabria (39).

Dicotomie: prevale l’orientamento dei “contrari”. Per mettere meglio a fuoco i termini della questione abbiamo chiesto agli imprenditori cosentini cosa pensano del fatto che le regioni possano chiedere una certa autonomia in alcune materie e trattenere per esse maggiori quote dalle tasse e dalle entrate fiscali versate dai cittadini, che non sarebbero più distribuite su base nazionale. Poco più di 4 su 10, il 42%, sono contrari all’autonomia differenziata, perché “porterà più vantaggi al Nord e più svantaggi al Sud, in quanto ci saranno meno aiuti per le regioni disagiate che avranno meno risorse per i servizi pubblici”. Più contenuta la schiera dei favorevoli, il 25,9%, convinta, invece, che la devoluzione “porterà vantaggi a tutta l’Italia, e le regioni diventerebbero maggiormente responsabili nella gestione delle proprie risorse e dei servizi pubblici”, mentre un terzo, il 32,1%, ha espresso un certo grado di neutralità dichiarandosi “né favorevole, né contrario”.

Le ragioni del “no”: potrebbe crescere il divario Nord-Sud per quasi il 60% del campione. Ma quali sono le ragioni per cui si è contrari o favorevoli all’autonomia differenziata? Analizzando le risposte degli imprenditori cosentini, fra coloro i quali hanno dichiarato di essere contrari, la maggior parte (55,6%), pensa che l’autonomia differenziata contribuirà ad aumentare il divario economico fra regioni ricche e regioni povere. Un’altra quota consistente di contrari (26%) è convinta che non funzionerà perché, ad oggi, una forma di autonomia regionale come la sanità non ha portato alcun vantaggio. Per il 21,9% dei contrari, invece, si tratta di un tema politico e ideologico portato avanti da quelle regioni del Nord che vorrebbero la secessione, ed in cui si è radicata l’idea che le regioni del Sud sprecano le risorse. E fra i contrari c’è anche chi sostiene l’idea che l’autonomia differenziata possa contribuire a ridurre le prestazioni pubbliche soprattutto nelle regioni più povere (19,5%). Continuando ancora con l’elenco delle ragioni contro l’autonomia differenziata non sono comunque trascurabili le percentuali di quanti nutrono preoccupazioni per una possibile diminuzione della coesione e unione nazionale facendo venire meno i principi di solidarietà nazionale (12,4%), e di coloro che temono si verifichi un inasprimento della pressione fiscale per i cittadini e per le imprese (10,1%). Analizzando i dati per settore economico, emergono delle differenze fra gli imprenditori che operano nei settori dei servizi, delle costruzioni e dell’industria e artigianato.

Le ragioni del “sì”: autonomia sarà prova di responsabilità. A pensarlo 6 imprenditori su 10. Passando invece ad analizzare le ragioni di chi ha dichiarato di essere favorevole all’autonomia differenziata, la maggior parte di questi (61,5%) pensa che grazie ad essa aumenterà la responsabilità da parte delle regioni di spendere meglio le risorse a disposizione. Gli intervistati favorevoli in questo caso sembrano essere convinti che una maggiore autonomia, e di conseguenza un maggiore potere dato alle comunità locali nella gestione diretta del territorio, possa tradursi in un migliore impegno da parte degli amministratori i quali dovranno rendere conto del proprio agire in maniera diretta ai cittadini amministrati. A questi si possono aggiungere gli imprenditori favorevoli (26%), i quali ritengono che il regionalismo differenziato possa determinare per le regioni una diminuzione degli sprechi.

“Effetti riformistici”: la metà della business community si dichiara pessimista. Ma quale sarà l’impatto dell’autonomia differenziata sul sistema economico calabrese? Circa la metà degli imprenditori, il 49%, si definisce pessimista; di questi il 12,7% crede che avrà un impatto molto negativo, e il 36,3% negativo. Ciò testimonia la preoccupazione fra gli intervistati che il “ddl Calderoli” possa contribuire a limitare ulteriormente la competitività delle imprese regionali. Più contenuta, infatti, è la quota percentuale degli ottimisti (21,6%). Di questi il 18,4% pensa che l’autonomia differenziata avrà un impatto positivo, mentre il 3,2% molto positivo. Una percentuale più o meno simile (23,4%) è rappresentata dai neutrali, ossia da chi pensa che non avrà nessun impatto, né positivo, né negativo.

Deleghe: allo Stato rapporti internazionali, istruzione, ricerca, energia e sicurezza del lavoro. Le regioni possono chiedere che siano trasferite le funzioni su una o più delle 23 materie che al momento sono esercitate dallo Stato: le 3 di competenza esclusiva dello Stato (giustizia di pace, istruzione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali) e le 20 concorrenti (il Coordinamento della finanza pubblica e tributario, ecc.). Circa 2 imprenditori su 10 sarebbero disposti ad aumentare il potere delle regioni su materie quali ad esempio, la gestione della salute (20,1%) o la gestione dei porti e degli aeroporti (23,1%), una percentuale che aumenta a 3 su 10 (32,3%) solo per l’ambiente e la valorizzazione culturale. Mentre il 63,2% degli intervistati lascerebbe maggiormente allo Stato la competenza o la gestione dei rapporti internazionali con l’estero e più della metà del campione materie come l’istruzione scolastica (58,5%) la ricerca scientifica e tecnologica (55,5%) o materie che 27 novembre 2023 sono maggiormente collegate alle performance delle imprese come, ad esempio, la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionale dell’energia (53,5%) e la tutela e la sicurezza del lavoro (51%).

Servizi pubblici essenziali: la classifica dell’inefficienza. I LEP devono essere determinati e garantiti, su tutto il territorio nazionale, con l’obiettivo di tutelare l’unità economica e la coesione sociale della Repubblica, rimuovere gli squilibri economici e sociali e fornire indicazioni programmatiche cui le regioni devono attenersi, nella redazione dei loro bilanci e nello svolgimento delle funzioni loro attribuite. Dunque alla definizione dei LEP è legata l’efficienza dei servizi pubblici e all’efficienza del settore pubblico sono inevitabilmente legate le performance delle imprese: maggiore sarà l’efficienza del settore pubblico, maggiore sarà la produttività delle imprese. Certo è che il parere degli imprenditori intervistati riguardo ad alcuni servizi pubblici essenziali è pessimo, soprattutto per la rete ospedaliera e il sistema sanitario, ritenuti per nulla/poco efficienti da quasi l’intero campione (96,8%), ma anche per la rete stradale, ritenuta per nulla/poco efficiente da 9 intervistati su 10 (90,8%). Altrettanto negativo è il giudizio sulla rete autostradale e sul trasporto ferroviario, ritenuti per nulla/poco efficienti rispettivamente dall’81,8% e dall’81,3%.

Servizi pubblici locali: bene internet, acqua e rifiuti. Bocciato il trasporto pubblico locale. Diverso è il discorso per i servizi pubblici locali e le utilities che la letteratura scientifica definisce come fondamentali per la qualità della vita dei cittadini e per l’assetto produttivo delle imprese. A differenza di quelli citati in precedenza, altri servizi pubblici essenziali, tra cui le utilities locali, sono ritenuti efficienti da più della metà del campione. È il caso della rete Internet, valutata molto/abbastanza efficiente dal 64,7% del campione, analogamente all’energia elettrica e al gas ritenuti efficienti rispettivamente dal 61,4% e dal 56,5% degli intervistati. Quasi la metà degli imprenditori ritiene molto/abbastanza efficiente anche il servizio di smaltimento dei rifiuti (48,8%) e il servizio idrico (47,0%), mentre più bassa è la percentuale di intervistati (32,8%) che ritengono molto/abbastanza efficiente il trasporto pubblico locale.

Clima di fiducia: prevale l’ottimismo, indice generale in risalita. Ma economia regionale al palo. Tirando le somme, per il 2023 aumenta al 27,7% (dal 13,5% del 2022) la quota degli operatori economici che prevedono una ripresa (somma della modalità “positivo” e “molto positivo”) mentre resta più stabile salendo di poco al 25,2% (23% nel 2022) la quota degli imprenditori “pessimisti” che prevedono una recessione dell’economia (somma dei giudizi “negativo” e “molto negativo”). Si riduce, invece, in maniera significativa dal 63,5% al 47%, la percentuale di quanti sono convinti che anche quest’anno sarà un periodo caratterizzato da stabilità congiunturale, per cui il saldo (differenza tra previsioni positive e negative) per la prima volta sale, anche se di poco, nell’area positiva di crescita a +2,5% (dal -9,5% dell’anno precedente). Nel 2023 l’indice medio di fiducia generale, per la prima volta segna un trend positivo di crescita salendo a 102,5 (+12 punti) consolidando il miglioramento del 2022 e del 2021, quando a seguito di un forte “rimbalzo” (dopo il crollo verticale della crisi pandemica in cui in cui era sceso ad un punto minimo della serie storica) aveva recuperato ben 35,3 punti attestandosi ai livelli del periodo preCovid (88,4). Prima della crisi l’indicatore era risultato in tendenziale crescita raggiungendo il suo picco massimo nel 2018 (98,5%). Una risalita che era iniziata dal lontano 2014, dopo un altro minimo storico toccato nel 2013 (40,9). Entrando nel dettaglio dei singoli indicatori, solo alcuni consolidano la ripresa dell’anno precedente, altri restano quasi stabili e altri ancora in leggero calo. In area positiva si collocano fatturato (+15,6 punti), investimenti (+10,0 punti), disponibilità di credito (10,7 punti). In area negativa, al contrario, si posiziona l’andamento della liquidità (-2,1 punti). Più stabili le previsioni su una ripresa dei livelli occupazionali a quota 100,8 che registrano un leggero miglioramento (+1,6 punti). L’indice riguardo le aspettative dell’economia regionale, infine, continua a rappresentare il fattore più critico collocandosi ancora in area negativa, tuttavia nell’ultimo anno, dopo la discesa del 2022 (-5,1 punti), fa registrare un notevole miglioramento con un rialzo di ben 33,2 punti attestandosi al valore più elevato della serie storica, passando da 52,3 a 85,5 punti. (redazione@corrierecal.it)

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