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La crisi del Pd cosentino spiegata bene

Un’eventuale sfiducia del segretario Pecoraro potrebbe portare al commissariamento che rafforza l’asse Guccione-Mazzuca

Pubblicato il: 10/01/2024 – 9:43
di Eugenio Furia
La crisi del Pd cosentino spiegata bene

COSENZA Manca solo il memoriale. Se nei grandi casi di cronaca nera del secolo scorso a un certo punto sbucava un memoriale, o nei delitti più efferati un supertestimone, nelle cronache politiche dei nostri giorni ecco la firma apocrifa. Nel caso del tribolatissimo Partito democratico bruzio, la firma apocrifa ha un nome e cognome – Leonardo Principe, e viene in realtà da Rende, terza generazione della dinastia socialista – e la vicenda è tutta da verificare – in primis dai vertici stessi del Pd cosentino –, ma al di là di questo è bene spiegare il contesto in cui si materializza. 

L’ultimo passaggio (o forse il primo) 

Il primo giovedì dell’anno c’è stata una lunga (4 ore) assemblea di circolo in cui il tema vero ma nascosto – «siamo qui per parlare della mucca nel corridoio» ha bersanianamente ironizzato la sempre lucida Enza Bruno Bossio – erano le lacerazioni interne al partito. Non tanto la sospensione (sospesa) del segretario provinciale Vittorio Pecoraro quanto lo strappo, ufficializzato il giorno prima a mezzo conferenza stampa, dei tre consiglieri dissidenti Graziadio, Tinto e Trecroci rimasti comunque tesserati dem; si paventa peraltro un provvedimento disciplinare nei loro confronti ma questo è un altro degli interrogativi da sciogliere.   

A chi gioverebbero le dimissioni di Pecoraro 

Le dimissioni di Pecoraro che in quell’assemblea non sono arrivate – il segretario ha rivendicato le sue scelte e anzi si è intestato il buon risultato alle Provinciali pre-natalizie – avrebbero portato dritte al congresso, con un azzeramento della situazione attuale e un reset che a pochi piacerebbe, o forse gioverebbe. Pecoraro ha al contrario richiamato gli iscritti al rispetto delle regole, e in una prima stesura del suo discorso – poi sostituita da appunti in corso d’opera presi a penna su fogli volanti dagli input dei vari interventi – avrebbe voluto attaccare chi vive il partito come «una comune anarchica» o «un taxi» su cui salire e scendere. Come dire: resto al mio posto e invito gli altri a farlo nel rispetto di ruoli e regole. Un approccio forse con poca anima ma molto vecchia maniera, scuola Frattocchie. Basta “compagni che sbagliano”. Sembrerà paradossale ma Pecoraro è uscito rafforzato dall’assemblea che doveva impallinarlo.  

A chi nuocerebbe il commissariamento 

Altro discorso, restando nella fantapolitica, se dovessimo ipotizzare la sfiducia nei suoi confronti: ne deriverebbe un commissariamento sinonimo di un (ennesimo) danno d’immagine tanto per le insegne del Pd cosentino e calabrese quanto per il suo segretario regionale Nicola Irto, quanto di meno auspicabile se si vedono le traballanti amministrazioni reggina e catanzarese. Una sconfitta. Per non parlare dell’impatto sull’opinione pubblica, con le ripercussioni nelle urne evocate non a caso da chi è intervenuto giovedì scorso all’assemblea di circolo. 
Ma il vero rischio indotto di un probabile commissariamento sarebbe quello corso dagli stessi che invocano un cambio di rotta: tra i papabilissimi nomi che già scivolano nelle chat che sono i corridoi della politica post-sezioni c’è quel Marco Sarracino vicino allo stesso Pecoraro e referente nazionale dei due pezzi da 90 Carlo Guccione e Giuseppe Mazzuca, non a caso assenti il 4 gennaio nella sede di corso Mazzini. Vale davvero la pena di squassare il partito per ritrovarselo diverso solo nella forma ma non nella sostanza, e per di più alla vigilia di scadenze importanti?  

Non solo rimpasto: gli incroci pericolosi del 2024 

E qui veniamo all’ultimo punto. Il rimpasto a Palazzo dei Bruzi (a proposito: Nicola Adamo ha già detto in pubblico che l’assessore Pd sarà Francesco Alimena, senza essere smentito) mosso com’è dal pallottoliere dei pesi delle rappresentanze dei singoli partiti potrebbe essere nulla rispetto ad altri passaggi importanti come il voto amministrativo in comuni non da poco per abitanti e strategicità: basti citare Corigliano Rossano, Montalto Uffugo e Mendicino. Un partito indebolito e privo di guida sarebbe una iattura X volte tanto rispetto a quanto già sia avvenuto in occasione delle candidature per elezioni meno “sentite” come le provinciali eppure prese ad esempio per denunciare metodi decisionali verticistici ed eterodiretti. Per far deflagrare tutto basterebbe un bel memoriale. Magari anonimo. O apocrifo. 

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