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Traffico di droga e armi, dal Brasile la regia dell’ex latitante e superboss Rocco Morabito

La cocaina dal Sud America ai porti di Gioia Tauro e Anversa. Gli accordi in Pakistan per la fornitura di armi. La latitanza e la cattura del “Tamunga”. Le accuse nell’inchiesta “Eureka”

Pubblicato il: 22/01/2024 – 11:42
Traffico di droga e armi, dal Brasile la regia dell’ex latitante e superboss Rocco Morabito

REGGIO CALABRIA Una «struttura organizzata con base decisionale-operativa ad Africo e articolazione in Sudamerica». A guidarla, in qualità di «promotore, dirigente, organizzatore e finanziatore» c’era il superboss Rocco Morabito, detto “Tamunga”, tra i più importanti trafficanti internazionali di droga al mondo ed esponente di spicco della ‘ndrangheta di Africo. Un’organizzazione transnazionale dedita al riciclaggio, al traffico di droga e armi in tutto il mondo, che dal Sud America, appunto, era diretta dall’ex latitante, e che è stata smantellata dall’inchiesta “Eureka”, che ha colpito in particolare le cosche Nirta-Strangio di San Luca e Morabito di Africo, grazie collaborazione delle Procure di Reggio Calabria, Milano e Genova, e degli investigatori di Germania, Belgio, Portogallo. La Dda reggina ha chiuso il cerchio su 119 indagati riuscendo a definire i vari ruoli ricoperti dai componenti dell’associazione.

Cocaina da Colombia e Brasile. Gli accordi in Pakistan per la fornitura di armi da guerra

Secondo quanto emerso dalle indagini, il gruppo guidato da Morabito si sarebbe approvvigionato in Sudamerica, in particolare Colombia e Brasile, di ingenti partite cocaina, trasportate in Italia, al porto di Gioia Tauro, e in Europa, nel porto di Anversa, occultate in container imbarcati su navi provenienti dai vari porti del Sudamerica, tutto reso possibile grazie a “squadre” di operatori portuali collusi. Il gruppo criminale, inoltre, è accusato di aver stretto «accordi con organizzazioni paramilitari e criminali operanti in Sudamerica per la spedizione e la commercializzazione in Italia di ingenti partite di cocaina, nonché in Pakistan per la fornitura di armi da guerra da consegnare alle suddette organizzazioni paramilitari»; e aver commercializzato «in Italia le partite di cocaina provenienti dal Sudamerica e trasferendo dall’Italia, attraverso operazioni finanziarie gestite da organizzazioni criminali composte da cittadini cinesi, i profitti della commercializzazione dello stupefacente».

La latitanza e la cattura del “Tamunga”

L’inchiesta “Eureka” ha permesso di ricostruire anche la fuga e la latitanza del super boss dopo la fuga dal carcere di Montevideo, in Uruguay, nel 2019. Un’evasione «rocambolesca». Così fu definita la fuga del 57enne che il 24 giugno 2019, insieme a tre complici lasciò il “Carcel Central” di Montevideo in Uruguay, dove era detenuto dal 2017 in attesa di estradizione per l’Italia. A maggio 2021 arriva la notizia della sua cattura: U Tamunga, viene catturato a Joao Pessoa, capitale dello stato brasiliano di Paraiba, insieme ad un altro narcotrafficante latitante, Vincenzo Pasquino.

Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino

Dal Brasile, dove si trovava in stato di latitanza, Morabito, secondo gli inquirenti, «assumeva le principali decisioni strategiche e operative; individuava e organizzava le operazioni di narcotraffico dal Sudamerica; finanziava le importazione di cocaina e impartiva le direttive per il buon esito delle stesse; manteneva i contatti con i fornitori della cocaina in Sudamerica e con organizzazioni eliminali (tra cui una paramilitare composta da guerriglieri operativi in Brasile); interveniva nei momenti di elisi dell’organizzazione per scongiurare omicidi e azioni ritorsive in danno dei componenti della stessa, nonché assumeva decisioni in ordine ad azioni violente in danno di altre organizzazioni criminali; provvedeva al mantenimento economico degli associati detenuti o delle persone comunque arrestate per azioni in favore dell’associazione». Assiduo interlocutore del superboss, come emerge dalle intercettazioni, era il nipote Carmelo Morabito, considerato dalla Dda «organizzatore e finanziatore dell’associazione, forniva un determinante contributo per assicurare la latitanza e l’operatività di Morabito Rocco nell’ambito dell’organizzazione allo stesso facente capo; finanziava le importazioni e, sulla base delle indicazioni impartite da Morabito Rocco, portava avanti le trattive con i fornitori sudamericani; si occupava dell’organizzazione delle importazioni e partecipava alle principali decisioni operative, mantenendo rapporti diretti sia con le organizzazioni addette al carico dello stupefacente sulle navi nei porti di partenza, sia con le squadre di operatori portuali incaricati del recupero nel porto di Gioia Tauro; provvedeva al taglio della sostanza stupefacente». A disposizione del superboss, il nipote aveva messo un criptofonino (dispositivo che secondo quanto emerso sarebbe stato utilizzato da molti indagati per non farsi intercettare), somme di denaro non quantificate, un passaporto falso di nazionalità bulgara. Tutto il necessario per continuare indisturbato la latitanza e, al contempo, a gestire gli affari. (m.r.)

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