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L’abbondanza è peggio della carestia

Il mio nome (il cui etimo, in realtà, riconduce all’ubertosità), mi pone spesso sulla linea contigua alla felicità. Non sono in grado, e non mi arrischio, a decriptare il senso  più intimo e profo…

Pubblicato il: 23/02/2024 – 9:54
di Felice Foresta
L’abbondanza è peggio della carestia

Il mio nome (il cui etimo, in realtà, riconduce all’ubertosità), mi pone spesso sulla linea contigua alla felicità. Non sono in grado, e non mi arrischio, a decriptare il senso  più intimo e profondo di questa parola. Posso, tutt’al più, provare a immaginare come possa realmente cambiare il nostro, o meglio il mio, modo di stare al mondo se solo fossi desideroso, anche solo per un po’, di essere felice. E allora credo che per essere felice sia necessario togliere più che aggiungere.  Mondare e mondarci. Eliminare l’inessenziale di cui ogni giorno, invece, facciamo incetta. Rinnovare e rinnovarci in una dimensione che faccia della frugalità il principio ispiratore dei nostri comportamenti socialmente rilevanti, e anche dei nostri gesti interiori.  L’immaginazione, però, è spesso un terreno vischioso che porta lontano, ma che, rapidamente, può portarti a cadere.  E così mi limito a enucleare un solo e spaurito concetto.
Io credo, ma evidentemente è solo una mia riflessione, che nella distanza dal selciato dove riposa la felicità trovi cittadinanza e alimento l’insoddisfazione con cui, quotidianamente, facciamo i conti. 
La necessità – che non appaga – di fagocitare in fretta tempo e sensazioni, eventi ed emozioni, riposa, a mio parere, nell’assenza di presidi solidi cui attraccare il nostro rapporto con la felicità. E, quindi, con il nostro io e con l’altro. 
La felicità è assioma umano e, forse, prima ancora evangelico. Alto, troppo, alto per essere raggiunto da chi convive con egoismi, invidie, ambizioni che la società contemporanea avalla, se non coltiva e favorisce.
L’abbondanza è peggio della carestia. Ammoniva mia nonno che la felicità  l’aveva conosciuta in un’altra veste. Tra le coste di una trincea del Carso. Dove la vita era solo un dubbio, e non si aveva il tempo di declinarlo. Della vita dovevi succhiare gli attimi, le intermittenze, i residui. Anche quelli di una crosta di pane azzimo.
Da tempo ormai, purtroppo, la guerra non è più un concetto distante, come credevamo. 
Di certo, però, di guerre ne dovremmo combattere altre. 
Con noi stessi, prima che con gli altri e prima di ogni cosa.
Non per guadagnare regioni o nazioni. 
Ma per raggiungere, proprio, noi stessi. 
In quell’altrove in cui, forse, facciamo fatica a riconoscere e riconoscerci felici. Lontano da quella frontiera dell’umanità dove si misurano le anime. 
Senza pesare le bisacce. Quelle che, magari in groppa a un asino, nelle nostre campagne vediamo cariche del poco.
Senza soffermarci su comignolo sghembo di un camino. Quello che s’affaccia timido sul cielo terso dei nostri inverni. 
Là dove si annida il vero senso dell’essere felice.

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