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l’intervista

Vinitaly, Labate: «Il pregiudizio sulla Calabria non esiste. Il nostro sembra il padiglione della California»

Il giornalista (di origini calabresi) del Corriere della Sera. «Dal punto di vista della mano divina siamo a posto. Mettiamoci il resto»

Pubblicato il: 15/04/2024 – 15:48
Vinitaly, Labate: «Il pregiudizio sulla Calabria non esiste. Il nostro sembra il padiglione della California»

VERONA Anche Tommaso Labate, noto giornalista del Corriere della Sera nato a Cosenza ma cresciuto a Marina di Gioiosa Ionica, ha visitato lo stand calabrese presente al Vinitaly di Verona. Per Labate in Calabria «c’è stato un grande cambio di passo e di narrazione che noi, come grande collettività, dobbiamo accompagnare. Si vede qui dal Vinitaly, da dettagli anche piccoli ma grandissimi, che qualcosa di positivo si muove. Io ripeto sempre che noi, come eccellenze nostrane di cervelli e di prodotto, abbiamo sempre avuto grandi cose. Il modo di presentarlo era forse eccessivamente tratteggiato, pesante, adesso venendo qui si ha un punto di osservazione in cui ci si rende conto che noi ci raccontiamo con una cura del dettaglio del marketing che era prima altrove. Facendo una battuta ho detto che sono entrato nel padiglione della Calabria ma con gli occhi di una volta mi sembrava quasi il padiglione della California. Tutto molto ben presentato».

«Il pregiudizio sulla Calabria? Non esiste»

La Calabria gode di un patrimonio che finora non ha sufficientemente valorizzato ed è cioè quello dei calabresi che per le più varie ragioni hanno abbandonato la Calabria ma coltivano questo legame viscerale con la propria terra. «Racconto il mio piccolissimo microcosmo di Marina di Gioia Ionica – ha detto ancora Labate al Corriere della Calabria – dove molte delle persone che hanno fatto bene o male fuori, sono tornate con un loro protagonismo molto legato al territorio. Penso a Rocco Commisso, presidente della Fiorentina e grande imprenditore negli Stati Uniti, o a Pierpaolo Bombardieri, segretario generale della Uil, che sono delle persone che esercitano il proprio ruolo nella società, quindi nel mondo del sindacato e dell’industria, sempre con la testa e sempre proiettati a quello che si può fare giù. D’altronde la contemporaneità ci ha regalato il concetto dello smart working che è vissuto in maniera più estesa, può anche essere attivamente parte del proprio territorio anche se contingentalmente ti capita di vivere per lavoro a Roma e Milano. Quindi la vicinanza è ancora maggiore. Dico però sempre una cosa rispetto al racconto della Calabria: ci lamentiamo molto spesso che di noi emergano dei tratti negativi e certe volte lo facciamo, come quelli che pensano ci sia una specie di complotto anti Calabria. Purtroppo e per fortuna non è così, nel senso che la narrazione dell’essere umano è settata sulle notizie negative, se tu ti guardi una serie sulle piattaforme diciamo molto in voga adesso in cui ti raccontano quanto è pulito il prato di Central Park, passi alla serie successiva che ti raccontano la New York in cui sparano in dieci minuti quindi l’essere umano è connotato nella sua accezione a volere notizie negative e quindi i media raccontano più le notizie negative perché fanno più notizia del prato pulito. Quindi non andiamo fuori avendo in testa il pregiudizio che ce l’hanno con noi, perché non ce l’hanno con noi, anzi, approcciamo rispetto a chi viene da fuori che sia esso un turista o uno che investe con il cuore aperto che la nostra tradizione ci ha sempre insegnato».

«Noi dal punto di vista della mano divina siamo a posto»

All’Italia manca ancora un contributo decisivo del Sud. Cosa può, di vista di Labate dare al Paese una Calabria proiettata verso la strada dello sviluppo? «Noi – ha evidenziato il giornalista – abbiamo vissuto un’epoca in cui ci è capitato di incrociare il malessere, le disgrazie del meridione tutte contingentate, ma se dovessimo arrivare alla storia dell’umanità, è stato più il tempo in cui la Calabria o la Magna Grecia sono state floride che non quello in cui è stata la periferia dell’impero nel mondo. Cavandocela con una battuta potremmo dire che abbiamo vissuto forse i due secoli sbagliati, questo non vuol dire però che la ruota poi non torni a girare. C’era una bellissima frase di Luciano de Crescenzo, che scrisse in uno dei suoi libri che la fortuna di un territorio è derivante da due fattori, uno che è celeste, chiamiamolo così, o ultraterreno, che è la fortuna di essere posizionati in un posto buono. L’altra è la mano dell’uomo. Las Vegas per esempio è tutta mano dell’uomo perché il Padre Eterno gli ha dato deserto e basta. Noi dal punto di vista della mano divina siamo a posto. Mettiamoci il carico di briscola del nostro talento, della nostra bravura, della nostra creatività per tornare a far splendere quel posto con l’eccellenza che il disegno merita. D’altronde, mare e montagna nell’arco di venti minuti di macchina, neve e mare nell’arco di venti minuti di macchina sono un regalo abbastanza importante per poter essere sprecato».

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