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Da Messina a Zungri, l’odissea delle “vacche sacre” rubate due volte e finite in mano a Peppone Accorinti

Il caso dei bovini «incapaci di attraversare lo Stretto a nuoto da soli» e il doppio furto. L’episodio raccontato nella sentenza di Rinascita

Pubblicato il: 01/05/2024 – 9:30
Da Messina a Zungri, l’odissea delle “vacche sacre” rubate due volte e finite in mano a Peppone Accorinti

VIBO VALENTIA Prima il furto all’allevatore messinese, poi il blocco delle forze dell’ordine, poi il nuovo “scippo” per i giudici riconducibile al boss di Zungri Peppone Accorinti. È la curiosa odissea di alcuni bovini, raccontata tra le motivazioni di Rinascita Scott per la condanna in abbreviato di Pantaleone Nicolino Mazzeo, ritenuto sodale del locale di Zungri e, in questo caso, partecipe nel furto delle “vacche sacre”. Per lui la Corte d’Appello di Catanzaro ha confermato la condanna a 14 anni, rigettando l’impugnazione dei difensori. Tra i capi d’imputazione regge quello dedicato all’associazione mafiosa. Per i giudici Mazzeo si può ritenere «tra gli affiliati storici della cosca Accorinti di Zungri», come dimostrerebbe anche il fatto che sia stato vittima di alcuni agguati e sparatorie nel periodo della faida contro la famiglia dei Soriano. Mazzeo avrebbe, inoltre, partecipato a un furto di bovini dopo l’intervento delle forze dell’ordine.

Le vacche sacre e la denuncia nel 2016

La pratica delle vacche sacre per imporre potere e appropriarsi dei terreni è ormai consolidata tra la ‘ndrangheta. Un fenomeno rilevante soprattutto a Zungri, nel Vibonese, dove il presunto boss Peppone Accorinti addirittura si divertirebbe, secondo quanto detto dalla testimone di giustizia Elisabetta Melana, a vedere i bovini vaganti nei terreni altrui. «Lui ride quando sa dei danneggiamenti» ha riferito agli investigatori. Ma, in questo contesto, c’è anche chi ha provato a denunciare. È il caso di un contadino che nel 2016 ha richiesto l’intervento di Asp e forze dell’ordine dopo il rinvenimento di bovini nei terreni di sua proprietà. Dopo i controlli, le autorità sono riuscite a risalire al proprietario originario: un allevatore di Messina che ne aveva denunciato lo smarrimento o, come specificano i giudici della Corte Suprema che avevano trattato il caso in fase cautelare «più precisamente il furto, considerata la notoria incapacità dei bovini di attraversare autonomamente e a nuoto lo Stretto».

La ricostruzione del furto

È la Corte Suprema, nel trattare la richiesta dei difensori in fase cautelare di ritenere «insussistente la fattispecie delittuosa» (poi accolta), che prova a ricostruire l’odissea dei bovini. Trafugati una prima volta all’allevatore di Messina, questi sarebbero giunti a Zungri nelle mani di Peppone Accorinti. Dopo la segnalazione all’Asp del contadino, i bovini sarebbero stati lasciati in custodia proprio a quest’ultimo, non potendo tornare al legittimo proprietario per l’assenza di controlli sanitari. Proprio questa notizia avrebbe posto «in fibrillazione, in primo luogo, i componenti della famiglia» di Peppone Accorinti. Da qui l’idea di un nuovo furto: è l’8 novembre 2016 quando il contadino denuncia la sparizione dei bovini che aveva legato nel suo terreno. «Preme sottolineare – scrivono i giudici in appello – come sia emerso che il bestiame, dopo il furto, sia stato condotto proprio all’interno del “Pagliaio”» di proprietà di Pantaleone Nicolino Mazzeo.

Due diverse posizioni dei giudici

Sul caso dei bovini “rubati” due volte i giudici d’appello e della Suprema Corte si sono espressi in modo differente. In particolare, gli “ermellini” avevano ritenuto non ci fossero «i presupposti oggettivi del delitto di furto». A mancare sarebbe proprio lo “spossessamento”: i bovini erano già stati sottratti «in epoca imprecisata» all’allevatore messinese, di conseguenza il secondo furto sarebbe «un post factum penalmente irrilevante» rispetto al primo. Una volta entrati nel possesso di Peppone Accorinti, non essendoci un nuovo proprietario non ci sarebbe stato un secondo furto. Conclusione non condivisa dai giudici della Corte d’Appello che, dato l’intervento delle autorità civili e del vincolo sanitario imposto dall’Asp, «il possesso di Accorinti si è interrotto» anche se solo per due giorni. La riappropriazione, che sarebbe avvenuta grazie all’aiuto di Nicolino Mazzeo e sodali, secondo i giudici d’appello «ha integrato il delitto di furto, non essendo Accorinti il legittimo proprietario». In sintesi, un vero e proprio “furto nel furto” che ha portato alla condanna a 14 anni di Pantaleone Nicolino Mazzeo. (Ma.Ru.)

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