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La storia del Morbo K

Il virus immaginario fu escogitato dal primario dell’Ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina di Roma, Giovanni Borromeo e i suoi allievi

Pubblicato il: 06/07/2024 – 11:21
di Bruno Gemelli
La storia del Morbo K

Il 2024 sarà ricordato o dovrebbe essere ricordato per tante cose. Sicuramente per il centesimo anniversario dalla morte di Giacomo Matteotti e per l’ottantesimo anniversario dello sbarco in Normandia. E per tante altre vicende apparentemente minori.
Come il meme del cosiddetto “Morbo K” che salvò la vita a tanti deportati ebrei la cui vita era stata segnata dalla destinazione in qualche forno crematorio. Il teatro dell’evento era la Roma occupata dai nazisti nel 1943-44. Dove la “K” alludeva agli ufficiali nazisti Kesselring e Kappler, i “padroni” temporanei di Roma.
Il suddetto morbo era stato inventato di sana pianta per spaventare i nazisti e tenerli lontani dalle loro crudeli rappresaglie. Il virus immaginario lo escogitarono l’allora primario dell’Ospedale Fatebenefratelli all’isola Tiberina di Roma, Giovanni Borromeo, e i suoi allievi, Vittorio Emanuele Sacerdoti e Adriano Ossicini. Quest’ultimo divenuto poi senatore della sinistra e ministro della Salute nel governo Dini.
I tre cospiratori crearono un intero reparto in cui venivano ricoverati ebrei, rifugiati politici, partigiani in fuga dalle SS naziste. Era una sorta di zona neutra per salvare vite umane dalla furia tedesca. Un covid ante-litteram. Una tragicomica parodia. Una pagina poco conosciuta del Novecento.
La falsa patologia era stata definita, per spaventare chi doveva essere spaventato, “contagiosissima” ed era ben caratterizzata nei sintomi, con cartelle cliniche create appositamente per sostenere la clinica del morbo. Questo, infatti, causava tosse, cefalea, vomito e convulsioni, fino alla paralisi completa degli arti e alla morte per asfissia. I nazisti ci cascarono come tanti fessacchiotti.
I medici-partigiani falsificarono le cartelle cliniche diagnosticando ai fuggitivi questa malattia tanto pericolosa quanto contagiosa. Riuscirono così a scoraggiare le ispezioni dei nazisti favorendo la fuga degli ebrei perseguitati.
Ma non tutto filò liscio. A seguito di un controllo da parte dei tedeschi più zelanti sui finti degenti del padiglione del “Morbo K” il primario Borromeo spiegò in tedesco ai soldati la pericolosità e la grande contagiosità del morbo facendoli così desistere dall’ispezione.
Al Fatebenefratelli, dopo i lavori di ristrutturazione, i posti letto erano saliti a 350: parte in corsie, di cui la sola vasta era la sala Assunta con 41 letti di medicina (divisa a metà da una vetrata), e parte in camere per solventi. L’ospedale disponeva inoltre dei servizi di radiologia e di pronto soccorso, di diversi ambulatori e di una Scuola per Infermieri, autorizzata appositamente dal governo per i religiosi, perché in quel tempo in Italia tali centri didattici accettavano solo donne.
Le strutture rispettavano i migliori standard. Si cercarono dei professionisti validi, capaci di utilizzarle al meglio.
A priore della Comunità dell’Isola era stato eletto dal capitolo generale fra Faustino Giulini che s’affrettò a completare l’organico.
In quegli anni il Fatebenefratelli sposò la causa antifascista: l’allora responsabile della Comunità religiosa all’Isola, fra Maurizio Bialek, un frate polacco, aveva installato negli scantinati dell’ospedale una ricetrasmittente clandestina per tenere i contatti con i partigiani.
Tra coloro che maggiormente s’impegnarono a nascondere ebrei in fuga si collocarono appunto i frati che operavano nell’ospedale romano. Nel 1943 i professi frati che avevano emesso i voti erano 33. Di questi, otto erano stranieri: due polacchi, due spagnoli, un’irlandese, un austriaco, un bavarese e un portoghese. C’erano poi cinque novizi e sei postulanti.
In alcuni cenni storici scritti da Pier Luigi Guiducci si legge: «Nel 1930 il superiore generale, lo spagnolo fra Faustino Calvo, ricevette aiuti dalle province dell’Ordine francescano per ristrutturare il nosocomio. Lasciò immutate, per il valore storico, solo la chiesa e la sala Assunta. Il rimanente venne ricostruito. Gli spazi aumentarono grazie all’acquisto e alla demolizione dei modesti edifici adiacenti. In tale iniziativa fra Calvo ricevette il sostegno di Pio XI (Papa Ratti). Questi, nell’udienza del 24 maggio 1930 si complimentò per la decisione di dare un volto nuovo all’ospedale Tiberino. Auspicò inoltre che divenisse un modello d’avanguardia per tutto l’Ordine unendo tra loro “carità antica e mezzi modernissimi”».
Dopo quattro anni di lavori, seguiti dal priore fra Leonardo Ilundáin Sagüés e dal provinciale fra Camillo Viglione, il nuovo ospedale venne inaugurato il 3 aprile 1934.
Nella prima riunione con i frati della Comunità (27 aprile 1934), fra Giulini comunicò i risultati di un concorso per primario medico. In tale occasione venne approvata la nomina del dottor Giovanni Borromeo. Da quel momento ebbe inizio una feconda intesa operativa tra il sanitario e i membri dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.
Nel 2004 lo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah di Israele, riconobbe come giusto Giovanni Borromeo per l’aiuto prestato a cinque membri della famiglia Almajà-Ajò-Tedesco.
Nel 2007 il figlio di Giovanni Borromeo, Pietro Borromeo, pubblicò una storia della vicenda basata sulle sue memorie e su quelle attribuite al padre. Nell’intervista della Shoah Foundation, Sacerdoti racconta che i medici si riferivano a questi pazienti, come pazienti “Kesselring” (il generale tedesco Albert Kesselring) per indicare i pazienti in fuga dai tedeschi.

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