VIBO VALENTIA Era stato assolto in primo grado, nonostante la richiesta di condanna – 16 anni di reclusione – avanzata dai pm della Dda di Catanzaro. Sentenza impugnata e appellata ma che ha avuto lo stesso esito. Anche la Corte d’Appello ha assolto «per non aver commesso il fatto» Francesco Tassone, allevatore classe ‘77 di Polistena (difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzo), accusato di far parte dell’associazione mafiosa dei “Piscopisani”. Accusa che, dopo due sentenze, non ha retto.
Come si legge nelle motivazioni delle sentenza dello scorso 28 marzo 2024, il pm aveva impugnato l’assoluzione di Francesco Tassone dal reato associativo, ripercorrendo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Raffaele Moscato. Era stato il pentito, infatti, a parlare di «un’organizzazione criminale dedita allo spaccio di sostanze stupefacenti di tipo diverso facente capo a Rosario Battaglia, Rosario Fiorillo e Sasha Fortuna» considerati in particolare i «promotori, direttori ed organizzatori della stessa, ed articolata – secondo i ruoli ulteriormente individuati – sul contributo di Moscato Raffaele e di Battaglia Giovanni» nonché della collaborazione, tra gli altri di Francesco Tassone «per il traffico illecito gestito sul territorio bolognese».
Secondo quanto era emerso dall’inchiesta “Rimpiazzo” nel capoluogo emiliano, in particolare, era presente un’intensa attività di «rifornimento, confezionamento e smistamento di sostanze stupefacenti (marijuana, hashish e cocaina) gestita in prima persona, per conto dell’organizzazione, dai fratelli Sasha e Davide Fortuna» scriveva il gip nell’ordinanza, poi smerciate sul territorio vibonese, sia “all’ingrosso” che “al dettaglio”, «dagli stessi fratelli Fortuna e dagli altri componenti il vertice dell’associazione». E, in questo scenario, Francesco Tassone «avrebbe avuto compiti esecutivi, trasportando la sostanza stupefacente sino in Calabria, su ordine dei fratelli Fortuna».
Il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato aveva indicato l’imputato come correo «in una rapina e soggetto dedito allo spaccio di cocaina che acquistava dal cognato Davide Fortuna e che vendeva anche in società con Danilo Fiumara». Tassone, poi, era stato riconosciuto fotograficamente da Bartolomeo Arena e «indicato come responsabile di rapine ai danni di portavalori insieme al cognato Fortuna Davide».
Tutte tesi accusatorie che i giudici non hanno accolto, assolvendo l’imputato, perché «i dati probatori a disposizione non consentono di addivenire ad una motivazione rafforzata legittimante la riforma della statuizione assolutoria di primo grado», richiamando proprio le dichiarazioni di Moscato come ad esempio: «La smerciava giù o su (Tassone ndr) perché era insieme a Danilo Fiumara quindi non so proprio dopo la cacciavano questa cocaina. Può essere pure che me l’ha data a me qualche volta, qualcosa, quando era a Vibo, là, però adesso non mi ricordo esattamente al cento per cento, però mi ricordo benissimo quel giorno che hanno preso la cocaina, che eravamo là a Bologna e, poi, mi ricordo benissimo che Davide ogni tanto si lamentava del fatto che doveva andare da Francesco a prendersi i soldi, perché avanzavano sempre soldi, perché la cocaina non veniva pagata immediatamente contanti, veniva presa da aggancio…».
I giudici – come si legge ancora nelle motivazioni – hanno ritenuto non riscontrata la «chiamata in correità di Moscato nei confronti di Tassone» considerando «inefficiente» anche quanto dichiarato da Arena che aveva indicato l’imputato come «soggetto unito al cognato e quindi ai Piscopisani e come colui che aveva partecipato insieme a Davide Fortuna all’assalto di due portavalori». Secondo i giudici, infatti, «gli esiti dell’attività tecnica, per la genericità dei contenuti e la mancanza di elementi idonei a decodificare i dialoghi, potevano essere funzionali a tale scopo». Poi la chiosa: «va detto che la conversazione intercettata in Via Arenile il 27 giugno 2011 tra Davide Fortuna, lo stesso Francesco Tassone Francesco e Salvatore Barbieri, anche se appare riconducibile ai traffico di sostanze stupefacenti, da sola non appare poter rappresentare riscontro rispetto alle dichiarazioni di Moscato e non appare corretto affidarsi a quella sorta di interpretazione autentica del parlato affidata al teste Monteleone». (g.curcio@corrierecal.it)
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