LAMEZIA TERME L’ageismo discriminatorio in politica non risparmia nessuno, dipende poi da quello che sei. Il mondo si è preoccupato e cinicamente divertito alle sonnolenze e alle cadute di Biden, non che il suo successore sia un ragazzo. Ma quando lo sguardo tocca le donne l’ageismo è doppiamente discriminante poiché alla componente dell’età anagrafica si somma la discriminazione legata al genere. Così, ai pregiudizi dovuti all’essere donna si aggiungono quelli dovuti all’età.
Ci sarebbe poi molto da dire sul fatto che le donne continuino a mettere in atto strategie per mascherare la loro età, confermando ulteriormente lo stereotipo che vuole le donne sempre giovani e che ritiene impossibile, per una donna, invecchiare senza perdere valore come persona. Sono scelte, ognuna è libera di farsi i filler (magari fossero solo quelli) che vuole. E’ il terreno professionale quello in cui le donne subiscono maggiori discriminazioni per l’età. Seguono la politica, le istituzioni, ma un po’ ovunque le donne “di un certa età” sono considerate appartenenti al tempo della perdita. Non si chiede l’età a una signora: siamo cresciuti con questa regola, che vuole essere una galanteria ma che in realtà sottintende che per una donna invecchiare è qualcosa di vergognoso. Cosa mai ci dovrebbe essere di male nel dichiarare i propri anni? Eppure, nonostante sia il processo più naturale possibile nonché il destino di tutti gli esseri umani, il concetto che il femminile non più fertile, diventi inutile ci accompagna da secoli. Ed entra negli strumenti della lotta politica.
Un esempio lo abbiamo avuto proprio in casa, qualche settimana fa, a Lamezia Terme, dove tra poco si vota per il rinnovo del consiglio comunale. E’ in campo anche Doris Lo Moro, che è già stata sindaco e molte altre cose, tra le quali la magistratura. Ecco, quel “è stata”, quel passato (vale non solo per lei) diventa un misuratore di idoneità al presente. In altre parole l’età, connesso al fatto che sia stata già protagonista della scena pubblica, è stato indicato come elemento dubitativo per una sua eventuale candidatura. Ora i tavoli politici dove si discute – i famosi tavoli – sono spesso un accumulo di idiozie da una parte e di feroci interessi dall’altra. Ma sottendono una cultura, anche da parte di altre donne.
Vorrei ricordare per fare un esempio, che il governatore della Campania che corre per il terzo mandato, Vincenzo De Luca, è nato a maggio del ’49. La lotta politica che gli sta facendo il Pd è sulla concentrazione di potere, nessuno si mai permesso di metterlo in discussione per l’anagrafe.
Oggi è il 25 novembre, la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Violenza è anche un certo tipo di narrazione tossica che pretende dal genere femminile standard di immagine e di autorappresentazione fisica inconciliabili con le nostre libertà. Quella libertà così cercata dalla prima presidente donna della Calabria, Jole Santelli, vittima delle più indegna campagna di odio quando ballò la tarantella per festeggiare la vittoria della sua candidata sindaco a San Giovanni in Fiore. Ricordate? Si possono ancora andare a leggere i commenti, a perpetua vergogna di chi li espresse, molte donne. I dati di Open polis di marzo scorso certificano che nonostante la prima donna a capo del Governo, il ruolo femminile nelle istituzioni è ancora molto limitato. Sia in termini di rappresentanza che di incarichi ricoperti. Tra Camere e Governo le donne sono solamente il 33,6%.
Sulla base dell’indice di forza (cioè del tipo di incarico ricoperto) il peso delle donne è pari al 27,94% mentre gli uomini si attestano sul 71,89%. Una sproporzione molto consistente, superiore anche a quella della rappresentanza numerica.
E nelle regioni? Alessandra Todde (M5s) prima donna a governare la Sardegna. Ma le altre regioni? Risultati scarsissimi, a conferma che il nostro paese fatica a emanciparsi anche nelle tornate elettorali. Attualmente c’è solo un’altra donna alla guida di una regione, è Stefania Proietti che ha preso il posto di Donatella Tesei in Umbria. Su 20 regioni poco più della metà 12 hanno avuto nella loro storia una presidente donna. Per quanto riguarda i comuni i dati Anci indicano che complessivamente sono 2.721 i Comuni italiani amministrati negli ultimi 30 anni almeno una volta da un sindaco donna. Alle comunali del 2024 che hanno visto al voto 3.700 comuni, quasi la metà dei 7.900 enti italiani le sindache elette sono state solo il 16,6% anche se in lieve crescita rispetto al 15,4% delle sindache in carica prima delle ultime amministrative di giugno. Meglio è andata nelle città più grandi: nel 29 capoluoghi di Provincia al voto, c’erano solo 2 sindache, mentre ora dopo le consultazioni sono diventate 8.
E allora…Allora ci auguriamo che vincano i migliori, uomini o donne che siano. Ma ci rifiutiamo di credere che tra i migliori ci sia una percentuale così bassa di donne.(redazione@corrierecal.it)
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