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LA LENTE

‘Ndrangheta e politica, quanto i partiti vogliono impegnarsi contro l’inquinamento mafioso?

Ai politici chiederemo conto anche delle loro proposte per isolare, indebolire e colpirla, sia sul piano penale che su quello culturale

Pubblicato il: 29/11/2024 – 7:02
di Emiliano Morrone
‘Ndrangheta e politica, quanto i partiti vogliono impegnarsi contro l’inquinamento mafioso?

Ormai ci siamo abituati alla ’ndrangheta come tema e fenomeno mediatico. L’organizzazione criminale fa audience e mercato. Ogni giorno fatti di ’ndrangheta riempiono le prime pagine di giornali e siti web. Sempre più spesso, si leggono trame di boss, subalterni e mondo di mezzo, dettagli di raffinate operazioni finanziarie, ossessioni di capibastone e relativi rampolli, scene da Inferno dantesco e di potenza mafiosa nei sobborghi del Nord o nelle curve degli stadi, ipotesi di collegamenti fra ’ndrine e potere pubblico.
Per molti versi ciò è fisiologico: il web e i social hanno moltiplicato gli spazi di diffusione delle notizie, che arrivano agli utenti tramite algoritmi (evolutivi e previsionali) in grado di influenzare lo sguardo e l’interesse del lettore, di orientarne la curiosità, le ricerche in rete, le preferenze sui contenuti. In parallelo, la cronaca si è trasformata in maniera radicale: alla necessità di velocizzare la pubblicazione degli articoli si è aggiunta quella di approfondire gli atti giudiziari, che documentano la spavalderia, l’arroganza, l’efficienza e i reticoli dell’onorata società.

La “spettacolarizzazione” dell’attività criminale

Senza rendercene conto, tuttavia, abbiamo subito, storditi, la spettacolarizzazione dell’attività criminale, proiettata nell’immaginario collettivo a mo’ di narrazione filmica, con i suoi personaggi feroci in cerca d’autore e, di fronte, l’esercito della giustizia e dell’eroismo di Stato. Detto schema, per dirla con il Nietzsche della “Genealogia della morale”, ripropone i valori di “buono” e “cattivo” nella terribile, millenaria lotta fra il bene e il male. All’interno di questa dialettica, l’antistato può difendere il proprio codice etico nella piazza virtuale e Salvo Riina, per esempio, può celebrare il padre Totò via social e raccogliere consenso, apprezzamento, solidarietà e compassione, nonostante le aperte, durissime contestazioni della figlia del giornalista Beppe Alfano, Sonia, già presidente della Commissione Antimafia del Parlamento Ue, che «Il capo dei capi» aveva promesso di silenziare. Cattivi da un lato e buoni dall’altro è un dualismo rassicurante, a ben vedere, che solleva la politica e il sistema istituzionale dalle proprie responsabilità, che li preserva dal giudizio critico, che li scherma da analisi, domande, richieste di assumere una posizione chiara e concreta contro le mafie. Eppure, la Cassazione ha certificato l’esistenza della trattativa fra Stato e Cosa nostra. Ciò significa che le istituzioni, elettive o meno, sono fatte di – e da – uomini: complici, arrendevoli, coraggiosi oppure indifferenti.

La “crisi” dell’antimafia

Nel 2009, a Roma, Beppe Grillo sostenne che la criminalità organizzata non era più un argomento d’impatto collettivo. Era già scoppiata la crisi dei mutui subprime e, mentre numerosi familiari di vittime di mafia intervenivano sul palco, il comico si lamentò nel backstage: a suo avviso sarebbe stato più attuale parlare di economia. Nei due anni precedenti, il movimento antimafia calabrese aveva acceso speranze di riscatto locale aggregando pezzi di società civile, giornalisti e politici sull’onda lunga dell’inchiesta giudiziaria “Why not?”. Nel luglio 2009 nacquero le Agende rosse di Salvatore Borsellino, che mantennero la tensione emotiva sul bisogno di legalità e giustizia, per alcuni anni avvertito in Italia come essenziale e imprescindibile. Poi le pressioni internazionali dell’autunno del 2011, la ratificazione in Italia del Fiscal compact nel luglio 2012, la riforma del lavoro targata Renzi del 2016, gli effetti della pandemia da Covid-19, lo sviluppo deviato dei social, le guerre e la crisi internazionale degli ultimi anni hanno prodotto paura e isolamento individuale, hanno aumentato le condizioni di precarietà esistenziale e rimosso dallo spazio pubblico, anche in Calabria, il problema della legalità e del contrasto delle mafie. Il movimento antimafia calabrese si era già estinto alla fine della prima decade degli anni 2000, anche perché trascinato nella ribalta mediatica, che di solito esalta e dopo spegne fermenti di lotta culturale, civile e sociale.

Quanto la politica calabrese vuole impegnarsi?

Anche i partiti si sono in generale adeguati. E infine hanno rinunciato alla prevenzione delle infiltrazioni interne. In sostanza, essi hanno perso di vista questa particolare esigenza e si sono rifugiati nella retorica di circostanza davanti a minacce o intimidazioni di stampo mafioso a testimoni di giustizia, imprenditori, cittadini incolpevoli. Di lotta comune alla ’ndrangheta si parla sempre meno in Calabria; il più delle volte come se si trattasse di un pericolo lontano; come se il singolo episodio di cronaca fosse, per quanto cruento, isolato e circoscritto; come se soltanto magistrati e forze dell’ordine avessero il compito di fermare la criminalità organizzata, anche per delega della comunità virtuale.
Quanto la politica calabrese vuole impegnarsi per impedire l’inquinamento mafioso delle proprie strutture e delle proprie liste elettorali? Come essa vuole muoversi al riguardo, anche per evitare che la ’ndrangheta detti legge nelle amministrazioni pubbliche? Quali garanzie offrono, sul punto, gli statuti e le dirigenze dei vari partiti? Quali strumenti interni utilizzano i partiti per respingere candidati o militanti in odore di ’ndrangheta? Non è il caso di aprire un dibattito sull’argomento?

L’iniziativa

Con queste domande introduciamo un’iniziativa che il Corriere della Calabria, pure coinvolgendo intellettuali e voci dell’antimafia, porterà avanti, nelle prossime settimane, con l’obiettivo di scoprire le intenzioni e azioni dei partiti calabresi per bloccare l’iscrizione di ’ndranghetisti, per verificare di non avere dentro appartenenti all’organizzazione criminale o suoi fiancheggiatori. Non solo, ai partiti chiederemo conto anche delle loro proposte per isolare, indebolire e colpire la ’ndrangheta, sia sul piano penale che su quello culturale. Intanto ci auguriamo che, spontaneamente, qualche segretario o responsabile di partito ci scriva e ci esprima il desiderio di partecipare a questo progetto. Perché non ha senso condannare la ’ndrangheta a parole e poi fingere che non ci sia, voltarsi dall’altra parte e magari scappare. (redazione@corrierecal.it)

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