Grazie all’editore Demetrio Guzzardi di Cosenza si ricorda ogni anno, alla fine di gennaio in occasione della giornata della memoria, la storia del frate Callisto Lopinot che fu cappellano del campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia. Israel Kalk, un ebreo lettone riparato in Italia, chiamava Lopinot “Curatore di Anime e Missionario”, forse per addolcire l’impegno gravoso ma anche molto spirituale.
Guzzardi pubblicò quella storia il 2018 con un libro di Salvatore Belsito, “L’ecumenismo vissuto”.
In realtà, tutto quello che c’era da sapere sul religioso conventuale, l’autore del saggio medesimo, anch’egli religioso, l’ha svelato. Ritornarci però è utile perché la storia non ha ancora sfondato e, quindi, è meglio ricordarla.
Callisto Lopinot, era un francese di Geispolsheim, città dell’Alsazia, che nacque nel 1876 e morì nel 1966. Faceva parte dell’Ordine dei Frati minori Cappuccini ed è stato a Tarsia dall’11 luglio 1941 al 31 ottobre 1944. Fu inviato in Calabria, su richiesta di un gruppo di internati, dal nunzio apostolico in Italia, cardinale Francesco Borgoncini-Duca.
Secondo Belsito, ma anche a parere di molti altri, se il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, non fu un lager come Auschwitz, dove chi entrava non usciva vivo, ma “solo” un luogo di detenzione. Non è una diminutio, ma una semplice considerazione di ciò che si disse allora.
Ma se questo è vero il grande merito andava dato al direttore del campo, Paolo Salvatore, al maresciallo dei carabinieri Gaetano Marrari, ma anche allo stesso frate cappuccino, che si sforzarono di rendere meno dura la prigionia degli internati.
L’autore del libro ricorda altresì la posizione pontificia sul razzismo e l’opera dell’episcopato calabro. Il saggio contiene, in appendice, il diario di padre Lopinot (1941-1944) e – come si legge nell’abstract del libro – «il racconto dell’harmonium (una pianola musicale ad aria n.d.r.) che il papa Pio XII inviò a Ferramonti e che fu uno strumento musicale ecumenico: suonò sia per i cattolici che per gli ebrei».
Aggiunge Michela Curcio su Parola di vita: “Dopo oltre settanta anni, il fantasma della Shoah ancora perseguita l’Italia. Lo sterminio di oltre sei milioni di ebrei da parte del regime nazi-fascista è un trauma che non si può dimenticare e per il quale è impossibile non sentirsi colpevoli ancora oggi. Soltanto il ricordo permette di espiare in parte questa colpa. Tracce di questo genocidio sono presenti anche in Calabria. Al momento della sua liberazione, avvenuta il 14 settembre 1943, il campo di internamento di Ferramonti di Tarsia (CS) contava 1604 prigionieri ebrei e 412 non-ebrei. Nonostante il prematuro intervento inglese, però, lo smantellamento dell’area fu completato soltanto nel dicembre del 1945. Durante il periodo di prigionia, gli internati vennero stipati in novantadue capannoni, costruiti a pochi passi dal fiume Crati. Nonostante gli insetti, però, le condizioni di vita nel campo rimasero sempre discrete, grazie all’arrivo costante di pacchi di posta e di cibo e grazie alla costruzione di infrastrutture come un’infermeria, una scuola, un asilo, una biblioteca e di un teatro. In un posto così tetro, non mancarono manifestazioni della fede. Nel 1941, padre Callisto Lopinot, cappellano del campo, scrisse sul suo diario: «Ho ordinato e pagato, il 16 luglio, a Tarsia, L’Osservatore Romano. Oggi, 22 agosto, è arrivato il primo numero». Nonostante il regime fascista non godesse dei favori della Santa Sede, la Chiesa si rese testimone e artefice di una quotidianità a cui non si volle mai rinunciare. Pochi mesi dopo, padre Lopinot annotò: «il 24 dicembre, molti cattolici ed ebrei, alle ore 12:30, hanno ascoltato nella cappella il discorso radiofonico del Santo Padre». Nel gesto dei prigionieri di Ferramonti, c’era voglia di normalità e di fratellanza, da esprimere con la partecipazione, seppur virtuale, alla Santa Messa della Vigilia di Natale. Nello stesso giorno, L’Osservatore Romano riportò la notizia della fondazione di una cappella cattolica nel campo di Ferramonti. L’evento fu celebrato con la donazione di un harmonium da parte di Pio XII […]”.
Sulla reale natura di Ferramonti, la professoressa Teresina Ciliberti, direttrice della biblioteca civica di Spezzano Albanese, scrisse a suo tempo: “Ferramonti non fu un kibbutz, fu un campo del Duce. Istituito come lager, si rivelò poi luogo della speranza e della salvezza. Storici illustri e studiosi attenti ne hanno analizzato con metodo rigoroso la dimensione storico-sociale, fornendoci sicure coordinate per la conoscenza e la comprensione della realtà complessa di un campo di concentramento, quale fu Ferramonti. Nell’universo concentrazionario Ferramonti rappresenta un unicum: istituito come lager, si rivelò luogo della speranza e della salvezza […]”.
Nel 1960, in età avanzata, Lopinot entrò a far parte della commissione che, sotto la guida del cardinale Krikor Bedros XV Aghagianian, preparò il tema della missione per il Vaticano II. Il testo fu ripreso nella dichiarazione “Ad Gentes” del 1965, poi promulgata da papa Paolo VI.
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