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Il Nord “scopre” la ‘ndrangheta: dalle «teste di ponte» in Emilia agli allarmi della procura di Venezia

Nelle relazioni focus sulla criminalità calabrese. La «febbre del cibo» a Bologna e la «spartizione territoriale» in Veneto

Pubblicato il: 27/01/2025 – 15:28
Il Nord “scopre” la ‘ndrangheta: dalle «teste di ponte» in Emilia agli allarmi della procura di Venezia

BOLOGNA Sempre più radicata, pericolosa e infiltrata in ogni settore. Una ‘ndrangheta da «non sottovalutare» e da «contrastare». A dirlo non è un governatore del Sud, ma Luca Zaia, presidente della Regione Veneto durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Venezia. Un passaggio emblematico del cambio di percezione sulla presenza della criminalità organizzata calabrese sopra il Po, fino a qualche tempo fa negata anche di fronte alle evidenze, alle inchieste e ai gridi d’allarme dei magistrati. Oggi appare esserci consapevolezza, probabilmente “obbligata” di fronte ad un aumento delle inchieste che coinvolgono la ‘ndrangheta. Tanto che da Verona arriva la richiesta dell’istituzione di una sezione della Dia nella città scaligera.

Dal turismo alla ristorazione: gli “appetiti” della ‘ndrangheta

Economia, istituzioni, turismo, ristoranti e persino sport. Dall’ultima inchiesta sulle curve calcistiche milanesi, con l’omicidio Bellocco e un’ingombrante presenza della ‘ndrangheta negli stadi, agli “appetiti” della criminalità calabrese nel settore della ristorazione in Emilia Romagna. Come ha ribadito il procuratore generale di Bologna Paolo Fortuna nella relazione di inizio anno giudiziario. «Il post-alluvione ha attirato non pochi appetiti criminali». Lo dimostrerebbero ristoranti e locali «fittiziamente intestati a prestanome, ma collegati a elementi espressione della ‘ndrangheta». Anche la pandemia ha segnato uno spartiacque decisivo, rilevando come la ‘ndrangheta abbia approfittato delle difficoltà economiche degli imprenditori per acquisire società, imprese al fine di riciclare i denari. Un fenomeno cosiddetto «la febbre del cibo», espressione utilizzata anche nelle indipendenti inchieste di Libera a Bologna, comprendente «espansioni che non temono concorrenza, discutibili scelte di brand (il panino del boss, la lasagna del boss), modelli imprenditoriali che schiacciano i piccoli ristoratori».

La ‘ndrangheta in Emilia e le «teste di ponte»

Nella relazione della procura di Bologna si sottolinea come sia «marcata la presenza di una criminalità collegata alla ‘ndrangheta di provenienza cutrese», come dimostrano i processi Aemilia, Grimilde, Perseverance. è il versante adriatico ad attirare le mire delle ‘ndrine calabresi, da loro considerato come «una preziosa opportunità di investimento. La vocazione altamente turistica attrae gli interessi di esponenti criminali capaci di insinuarsi e contaminare il tessuto economico legale». Un ruolo fondamentale viene riconosciuto ai «soggetti di origine meridionale immigrati da tempo nella regione» che fungono da «testa di ponte», avendo mantenuto «ben saldi i legami con le terre di origine, trasformandosi poi in veri e propri punti di riferimento criminali». A preoccupare le procure è poi il consenso sociale «in crescita», tanto che i gruppi criminali ben si muovono nel tessuto criminale emiliano «collante tra le esigenze di reinvestimento dei profitti illeciti della criminalità e il costante fabbisogno di risorse da parte di imprenditori».

L’ordine dalla Calabria: «Mantenete un basso profilo»

Anche in Veneto, nella relazione presentata dal procuratore generale di Venezia Federico Prato, viene sottolineato come la spartizione del territorio vede «dominante» la criminalità calabrese e in particolare «la cosca Grande Aracri nelle province di Padova e Vicenza, le cosche Nicoscia-Arena e Gerace-Albanese nel Veronese». Una spartizione – a detta dei collaboratori di giustizia – però «più elastica rispetto ai territori calabresi, ma qualora si ravvisino delle criticità e dei potenziali dissidi, le questioni devono essere risolte “portandole giù in Calabria”». Per la procura è ancora più allarmante «l’ordine proveniente dai capi calabresi di mantenere nella regione un “profilo basso” per evitare l’attenzione delle forze dell’ordine». (ma.ru.)

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