Cedu esamina la morte di Vincenzo Sapia a Mirto Crosia: «Tecniche di immobilizzazione sotto scrutinio»
La Corte europea dei diritti umani valuta il ricorso dei familiari, sostenendo la possibile responsabilità dello Stato dopo la morte del 40enne con disturbi schizo-affettivi

STRASBURGO La Corte europea dei diritti umani sta esaminando un altro ricorso in cui come nel caso di Riccardo Magherini, i familiari ritengono lo Stato responsabile della morte di un congiunto in seguito all’uso da parte delle forze dell’ordine di tecniche di immobilizzazione. I fatti hanno avuto luogo qualche mese dopo quelli di Firenze, nel comune di Mirto Crosia in provincia di Cosenza, dove Vincenzo Sapia, affetto da disturbi schizo-affettivi, per cui era in cura da tempo, muore dopo essere stato immobilizzato a terra. Come nel caso di Riccardo una delle domande poste dalla Cedu al governo riguarda le regole che gli agenti devono seguire quando trattengono qualcuno al suolo. Nella sentenza odierna la Corte di Strasburgo ha preso in considerazione anche la circolare emanata il 30 gennaio 2014 dal comando generale dei Carabinieri dal titolo «interventi operativi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica derivante da patologie o causata da alcol e/o sostanze stupefacenti», ma entrata in vigore il 13 marzo 2014, che contiene alcune avvertenze sull’uso dell’immobilizzazione. Secondo la Cedu questo mostra che c’era una presa di coscienza sui rischi, ma la stessa Corte considera che sia «discutibile che la circolare possa essere considerata come una fonte di istruzioni sufficientemente chiare e dettagliate». Inoltre i giudici evidenziano che tale circolare è stata in seguito sostituita nel 2016 e poi nel 2019, e che i nuovi testi non contengono riferimenti ai possibili rischi per la salute associati a immobilizzazioni prolungate in particolare quando i soggetti sono posti a terra in posizione prona, e alla necessità di mitigare tali rischi, con le conseguenti istruzioni.
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