L’ombra della ‘ndrangheta sul quartiere Affaccio: gli scontri tra clan pre-Rinascita e le intimidazioni recenti
Il potere dei Cassarola e gli scontri passati con i Pardea Ranisi. Le dichiarazioni di Bartolomeo Arena e un’area già in passato teatro di sparatorie e intimidazioni

VIBO VALENTIA Negli ultimi giorni è stato teatro di diversi inquietanti episodi: le fiamme alla scuola Buccarelli, la bottiglia di liquido infiammabile alla macelleria Chiarello e i biglietti minatori nei confronti di tre diversi imprenditori. «Un rigurgito di atti intimidatori con chiari messaggi estorsivi» li ha definiti il prefetto Anna Aurora Colosimo a margine del vertice sulla sicurezza convocato ieri in Prefettura. Ad essere preso di mira, in particolare, è stato il quartiere Affaccio, non una zona qualunque per chi conosce le dinamiche criminali del capoluogo vibonese. Negli ultimi anni attraversato da un periodo di relativa tranquillità, situazione comune a tutto il territorio provinciale, ma in passato scenario di episodi di violenza, intimidazioni e contese tra le ‘ndrine del capoluogo.
Il periodo pre-Rinascita e la contesa tra clan
Tutti episodi, comunque, antecedenti alla maxi operazione Rinascita Scott scattata il 19 dicembre 2019, quando a “presenziare” il quartiere Affaccio c’era la ‘ndrina dei Cassarola e, a poca distanza, quella dei Pardea-Ranisi. Due gruppi criminali che già in passato avevano dato prova della loro violenza e spregiudicatezza: nei primi anni ’80 fu ucciso e fatto scomparire Cecchino Pugliese, di 14 anni fratello di Rosario Pugliese alias “Saro Cassarola”, tra le vittime di lupara bianca più giovani d’Italia. Secondo le cronache dell’epoca, avrebbe creato diversi fastidi nel quartiere Affaccio: vicenda poi a cui ha contribuito anche il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena affermando che ad ucciderlo sarebbe stato Rosario Pardea a causa di una “mancanza di rispetto” nei suoi confronti. Francescantonio Pardea (omonimo dell’attuale imputato in Rinascita) sarebbe stato poi ucciso per ritorsione, dando il via a una serie di omicidi e vendette tra le due cosche. Una “guerra” che sarebbe stata sfiorata anche nel 2017, quando sempre nel quartiere Affaccio avvennero due sparatorie senza vittime. A sparare, come emerso dal processo di Rinascita e raccontato sempre da Bartolomeo Arena, sarebbe stato Domenico Macrì, alias “Mommo” (condannato a 15 anni di carcere in abbreviato, ma scarcerato lo scorso dicembre) nei confronti di Rosario Pugliese, ovvero Saro Cassarola. Altri colpi di pistola, sempre relativi a questo scontro, sono stati poi sparati in un locale, secondo il collaboratore Arena, riconducibile ai Cassarola e sito sempre nel quartiere Affaccio.
Il messaggio tramite le intimidazioni
Che l’escalation criminale degli ultimi giorni sia collegata alle recenti scarcerazioni, alla ‘ndrangheta vibonese o una mera coincidenza dovranno accertarlo gli inquirenti che stanno indagando sulle varie intimidazioni. Così come è da valutare l’ipotesi che si possa trattare solamente di gesti individuali o atti vandalici. Ma è chiaro che i messaggi intimidatori riportano a galla i ricordi del periodo pre-Rinascita e, forse, a contraddistinguerli ancora di più è la loro platealità: più che necessità di soldi e “mazzette”, sembra emergere il bisogno di mandare un messaggio alla comunità e “marcare” il territorio dopo anni di silenzio. Le nuove leve della ‘ndrangheta nel corso del processo sono state più volte definite «spregiudicate» nel loro agire e volenterose di affermarsi nelle dinamiche criminali, anche scardinando le tipiche modalità più “caute” dei vecchi capi. Dall’altra parte una città cambiata, che nel corso degli anni è scesa in piazza più volte con coraggio e orgoglio, figlia di quella grande manifestazione che la Vigilia di Natale nel 2019 in risposta a Rinascita portò migliaia di cittadini sotto la Caserma dei Carabinieri. (ma.ru.)
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