In ricordo di Marta Petrusewicz, intellettuale glocale tra Polonia, Usa e Arcavacata
Nel corso del tempo è diventata un centro di gravità permanente della scena culturale cosentina per restare a questa sua amata periferia

RENDE «E quando si trattava di parlare aspettavamo sempre con piacere». Il verso di Battiato è quello che ci vuole per delineare la personalità aurorale e poliedrica di Marta Petrusewicz, intellettuale e attivista politica (le due figure coincidevano in lei) scomparsa improvvisamente mercoledì nella sua casa di Rende. Parlasse con storici di diverso valore come Augusto Placanica o Gustavo Valente, giovani femministe del nuovo millennio, tesisti dei due mondi dei suoi corsi, gente di Calabria o professori cosmopoliti tutti si abbeveravano con piacere al sapere e alla conversazione con Marta.
Era nata nel 1948 nella Polonia ferita dalla guerra a cento anni esatti dalla Rivoluzione che aveva infiammato l’Europa e che diventerà un campo centrale dei suoi studi.
Di origini ebree i suoi nonni sono scomparsi nella tragedia della Shoah, senza che mai questa fosse per lei un tratto identitario, lo ha sempre letto come esperienza di tutti i perseguitati del mondo.
Figlia di un colonnello medico comunista e di una valente accademica e primaria neurologica della clinica universitaria a Varsavia, per i casi della vita sarà adottata dal secondo padre, un ministro del governo polacco in esilio da cui prende il cognome Petrusewicz per sua scelta a 11 anni quando decide di non chiamarsi Hausman.
E’ una giovane ventenne in mezzo al Sessantotto polacco quando sfila con i suoi compagni cantando l’Internazionale contro il comunista burocratico Gomulka. La repressione sarà brutale. I dissidenti sono espulsi dalle università, arrestati in carcere, non possono lavorare. Il repulisti assume caratteri antisemiti contro una componente ben precisa del Movimento. Fonti parlano dell’esodo di 15000 ebrei polacchi. Marta, complice un marito professore italiano, approda nella Bologna agitata del 1969 dove si iscrive alla Facoltà di Scienze politiche. Molto bella e colta la ricorderanno in molti nelle assemblee permanenti all’Università e alla Comune di via Oberdan. Manterrà sempre rapporti con i dissidenti polacchi di ogni epoca che ne fanno un punto di riferimento in Italia. Il suo libretto universitario in Polonia è esposto in un museo di Varsavia sugli anni della repressione.
Si laurea nel 1973 a Bologna e vince una Borsa di studio della Fondazione Einaudi di Torino per proseguire le sue ricerche sociologiche ed economiche. Marta si è fatta notare dal suo preside di facoltà a Bologna. Si chiama Beniamino Andreatta e sta da tempo mettendo in opera un’impresa rivoluzionaria nella Calabria arretrata di sapere e ardimento. L’Università della Calabria sta nascendo e recluta giovani ricercatori e professori. Inizia così il meticciato di Marta Petrusewicz donna “globale” che affonda il suo nuovo “locale” ad Arcavacata. Sarà una residente del villaggio universitario ribattezzato Macondo per le utopie sapienti di docenti che professano le nuove teorie desideranti e libertarie. E in quella comunità spatronata nel 1976 incontra gli occhi luminosi e il sorriso ammaliante di Franco Piperno, avviandosi a costruire un amore libero e immenso di una coppia che mai avrà fine. Sono iniziate le sue peregrinazioni americane che la porteranno ad avere la cattedra alla City University di New York condivisa con il suo magistero ad Arcavacata. Intanto Piperno è rimasto impigliato nell’inchiesta del 7 aprile ed è latitante, Marta torna in Italia per sostenerlo. La sua icona è anche disegnata in una storia a fumetti su Piperno del pittore e illustratore Beppe Madaudo (autore anche della ben più celebre graphic novel sul caso Moro apparsa su Metropoli). Marta viene disegnata durante un colloquio a Rebibbia mentre dice “Spero che questi siano gli ultimi libri che ti porto in carcere” e Franco risponde “Grazie cara Marta”. L’inquadratura vista dall’alto della coppia ingenera pensieri sul prosieguo di quella storia d’amore mai sancita da matrimonio. Marta catapultata in quella vicenda rivoluzionaria che si muove a sua agio con il suo disincanto e che ne farà annotare il suo nome nei brogliacci investigativi dove si prendono spesso lucciole per lanterne.
Marta e Franco resteranno uniti tra latitanza francese, statunitense, canadese, carcere, riabilitazioni e normalità. La loro casa a Macondo sarà fino alla fine un porto di mare libertario di presenze internazionali tra cibo condiviso e con loro due a sembrare “Sandra e Raimondo” alternativi con discussioni infinite sul femminismo o la violenza di quelle che non scordi mai. Marta oltre ai ritorni in Polonia avrà residenza di lungo tempo anche a Manhattan altro luogo dove s’incontravano premi Nobel, columnist di chiara fama, professori di Harvard e Princeton. Erano di casa in quei metri quadri i genitori dell’attuale sindaco di New York e quelli del regista Jonas Carpignano che arriverà in Calabria a proporre il suo cinema del futuro. Studenti e amici calabresi di Marta hanno vissuto in quella casa anche in sua assenza.
Marta che la Calabria aveva iniziata a studiarla in profondità. Nel 1989 scrive la sua opera sul Latifondo per Marsilio che sarà tradotto anche in inglese. Nell’opera si smontano gli studi di Pino Arlacchi e si introduce una lettura revisionista e garantista del latifondismo che ancora divide e appassiona. La fortunata pubblicazione determina l’incontro con i baroni Maurizio e Mirella Barracco che mettono a disposizione l’archivio di famiglia costruendo un’amicizia mai venuta meno.
Nel 1998 Marta per Rubbettino scrive “Come il Meridione divenne una Questione”. E’ un’altra opera decostruttiva di un luogo comune che formula anche proposte su come smontare l’immaginario collettivo ponendo la centralità del 1848 come spartiacque culturale e politico della storia delle Due Sicilie sulla rappresentazione del Sud. E’ un libro che va oltre gli studi specialisti e partecipa alla felice stagione passionale che per sintesi non esaustiva possiamo definire del pensiero meridiano.
La glocale Marta negli anni Novanta tra una trasferta e l’altra è una protagonista culturale e politica della Cosenza manciniana collegata all’Unical. Ciromista per profonda convinzione ne frequenta radio e associazione. Pratica sorellanza con molte compagne, e per capirne l’afflato si può testimoniare di bambine oggi ragazze che porteranno il suo nome per omaggio e testimonianza. Rispettata dai colleghi, profondamente amata dai suoi studenti e tesisti che segue con dedizione, spesso ne diventa guida anche dopo la laurea.
Marta Petrusewicz nel corso del tempo è diventata un centro di gravità permanente della scena culturale cosentina per restare a questa sua amata periferia. Se con “Latifondo” aveva vinto il Premio Sila di conio manciniano in quello rifondato da Paolini ne diventa autorevole giurata e protagonista. Partecipa con adesione partecipata alle attività del Filo Rosso universitario. Collabora volentieri anche con l’Icsaic a guida Paolo Palma offrendo il suo contributo. Non mancherà anche un incarico politico nella “sua” Rende come assessora di Marcello Manna. Pur gravata da malanni suoi e di Franco Piperno anima il territorio e da vicesindaca si batte da leonessa contro lo scioglimento per mafia del comune di Rende che vede come un continuazione della legge Pica di sabauda memoria.
Quella di Marta Petrusewicz è stata una vita forgiata dal Novecento pesante come i monti Tetra della sua Polonia e della Sila dove amava rifugiarsi; ma è stata anche una vita leggera nel senso più calviniano del buon vivere e del saper stare al mondo con brillante intelligenza.
L’ultimo saluto laico a Marta Petrusewicz verrà dato al Castello di Rende paese (ex municipio) sabato 7 febbraio alle 10,30 per volontà partecipata del sindaco Sandro Principe e della sua amministrazione. Saranno in tanti a voler ricordare un’intellettuale che resterà negli annali cosentini e calabresi e che ha sempre donato a donne e uomini delle vibrazioni umane molto belle. (redazione@corrierecal.it)
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