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Una storia lunga 50 anni

Peppe Calabrò, da San Luca a Milano il mito dell’intoccabile fino all’ergastolo: la parabola di “U Dutturicchiu”

Per decenni è stato indicato come figura centrale della ’ndrangheta tra Calabria e Lombardia. Ora la pesante condanna – e il fermo – per il caso Mazzotti

Pubblicato il: 07/02/2026 – 10:35
di Giorgio Curcio
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Peppe Calabrò, da San Luca a Milano il mito dell’intoccabile fino all’ergastolo: la parabola di “U Dutturicchiu”

LAMEZIA TERME È da anni considerato una «figura di primissimo piano della ‘ndrangheta calabrese». Lo scrivevano nero su bianco già gli uomini del GICO della Guardia di Finanza di Catanzaro che, su delega della Dda del capoluogo calabrese, avevano condotto una inchiesta risalente al 2018 e coordinata dalla pm Annamaria Frustaci. Si trattava di un’articolata attività investigativa nei confronti di un sodalizio criminale dedito al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. E tra le carte di quella inchiesta spuntava prepotente la figura di Giuseppe Calabrò, classe 1950 di San Luca, noto come “U Dutturicchiu”, soprannome che deriva – secondo alcune ricostruzioni giornalistiche – da un passato di studi universitari brevemente intrapresi. Solo pochi giorni fa per Calabrò è arrivata una prima e pesantissima condanna all’ergastolo al termine del processo (ri)aperto per il rapimento e l’omicidio di Cristina Mazzotti, sequestrata a Eupilio (Como) il 30 giugno del 1975 e ritrovata morta il primo settembre successivo a Galliate (Novara). Insieme a Demetrio Latella, Calabrò è stato condannato per concorso in omicidio mentre entrambi sono stati assolti dal reato di concorso in sequestro di persona a scopo di estorsione in quanto il reato è da ritenersi estinto per intervenuta prescrizione. 

sentenza mazzotti calabrò

Riscritta la parabola criminale di “U Dutturicchiu”

Una sentenza pesantissima che riscrive la storia personale (e criminale) di una delle figure più controverse e discusse del panorama ‘ndranghetistico degli ultimi decenni. Nonostante il suo nome compaia in diverse inchieste, informative e annotazioni, e sia stato descritto come una figura “enigmatica” e influente legata alla ‘ndrangheta, con ruoli di mediazione e relazioni in ambienti criminali e sociali di Milano, nel corso degli anni Giuseppe Calabrò ha affrontato procedimenti conclusi con assoluzioni, archiviazioni o prescrizioni, senza pene definitive di lungo corso tali da segnarne la carriera criminale sul piano giudiziario. Fino al recente ergastolo che ha chiuso – almeno in questa fase del procedimento – una storia vecchia di cinque decenni. A 48 ore dalla condanna, agenti della Squadra mobile e Direzione investigativa antimafia di Milano lo hanno fermato, eseguendo l’ordine della Dda, ritenendo concreto il rischio di fuga e la reiterazione dei reati. Secondo quanto emerso, Calabrò era prossimo al partenza da Milano per tornare in Calabria con un volo in partenza proprio questa mattina.

Le origini, San Luca e Milano

Ricostruendo il pedigree criminale del sanlucota, gli uomini del Gico hanno fatto convergere la sua figura all’interno della ‘ndrina “Staccu” di San Luca, retta da Antonio Romeo più come “L’avvocaticchiu”, marito proprio della sorella di Calabrò. Ma non è tutto. Dalla ricostruzione effettuata dal Gico della GdF di Catanzaro sarebbe emerso come Peppe Calabrò vantasse «solidi legami con le ‘ndrine platiote dei “Barbaro Nigru”, con i Papalia attraverso alcuni legami familiari acquisiti e tutti considerati, a vario titolo, ai vertici dell’omonima cosca notoriamente egemone nei comuni di Buccinasco, Corsico e Trezzano sul Naviglio. Le indagini condotte dal Gico della Guardia di Finanza di Catanzaro sono poi confluite nell’inchiesta ribattezzata “Black Devil” dalla quale era emerso come Calabrò ufficialmente effettuasse le sue trasferte a Milano per partecipare ai colloqui con il figlio Antonio – all’epoca recluso presso la casa di reclusione di Milano – Opera – ma in realtà lo scopo sarebbe stato quello di «tessere fitti e continui rapporti con i referenti delle famiglie di ‘ndrangheta presenti ed operanti in territorio meneghino». C’è, però, un dettaglio che i finanzieri non possono fare a meno di sottolineare, ovvero la particolare accortezza di Peppe Calabrò nell’eludere al massimo ogni forma di controllo delle Forze di Polizia. Già perché “U Dutturicchiu”, oltre ad utilizzare utenze telefoniche dedicate che non erano riconducibili a lui, «era solito utilizzare fogli manoscritti, pizzini dove meticolosamente avrebbe appuntato numeri di telefono, date, orari e luoghi dove, di volta in volta, incontrava soggetti a lui vicini, atteggiamento connotante estrema scaltrezza», osservano i finanzieri nella corposa informativa.

I contatti con Crea e Vestiti

Il nome e la figura di Peppe Calabrò ritornano prepotentemente e quasi ciclicamente ad ogni inchiesta che ha interessato i clan e le ‘ndrine presenti in Lombardia (e non solo) nel corso degli ultimi anni. Ad esempio, dopo un blitz eseguito a gennaio del 2019 contro alcuni dei suoi sodali e più stretti collaboratori, Calabrò decide di ritornare per un po’ in Calabria. E, dal febbraio 2019, il suo nome si lega, dopo aver trascorso un periodo nella terra d’origine, ad un altro elemento di spicco della ‘ndrangheta calabrese ovvero Santo Crea, classe 1952 di Melito Porto Salvo, tra gli imputati nel processo “Hydra” per quanto riguarda il troncone ordinario. Successivamente, dopo aver monitorato una serie di incontri tra Calabrò e Crea a Milano, nel 2020 i finanzieri iniziano a documentare alcuni rendez-vous anche con Giancarlo Vestiti, altro imputati atteso nell’ordinario del processo “Hydra”. In un’occasione – documentano i finanzieri – Crea e Calabrò avrebbero incontrato a Roma anche Vincenzo Senese ovvero il figlio del noto boss di camorra Michele “U’ Pazz’”  al vertice dell’omonimo clan sul territorio della Capitale.

ndrangheta_curva sud_san siro

Doppia Curva e il “peso” criminale su San Siro

Il nome di Calabrò salta fuori anche dell’inchiesta “Doppia Curva” della Distrettuale antimafia di Milano. Il suo “peso” criminale, ad esempio, è fondamentale per risolvere, una volta e per tutte, la vicenda legata allo spazio che il calabrese Vottari era intenzionato ad accaparrarsi all’interno dello stadio “Meazza” di Milano. Quell’anello blu che, nei fatti, era ancora in mano all’acerrimo rivale Luca Lucci, storico capo ultrà del Milan. In quel caso, annotano questa volta i pm di Milano, “U Dutturicchiu” avrebbe usato il proprio nome e la propria influenza esponendosi in prima persona perché «si era raccomandato con il corregionale che, una volta raggiunto lo scopo, questi non avrebbe dovuto avanzare ulteriori pretese rispetto a quanto convenuto». Per la Dda di Milano – come si legge nel fermo di indiziato di delitto – Calabrò sarebbe «un elemento di spicco nell’inchiesta sui legami fra ‘ndrangheta e ultras nella gestione degli affari attorno al Meazza» mentre la sua figura è quella dell’uomo che «garantiva “protezione” a Caminiti». E, ancora oggi, Calabrò, a direttivi delle curve decapitati da decine di arresti e condanne, «risulterebbe non solo in stretto contatto con esponenti mafiosi di rilievo e accreditato dalla “autorevolezza” criminale che lo rende il punto di riferimento di una serie di attività illecite e gli garantisce “legami” che potrebbe attivare per darsi alla fuga».
E ancora, come si legge nel fermo della Dda di Milano, Calabrò «è colui che con atti violenti ha garantito il dominio di Giuseppe Caminiti, ex vertice della curva nord interista con in mano il business dei parcheggi, condannato a 22 anni di carcere come assassino nel 1992 del trafficante di droga Fausto Borgioli e a 5 anni per associazione a delinquere, estorsione e agevolazione mafiosa nel filone principale – e che ha stretto un’alleanza per permettergli di prendere possesso della curva sud del Milan con Domenico Vottari, il leader del gruppo organizzato del tifo rossonero ‘Black Devil’ che tentò la scalata alla curva nel 2018 durante le prime vicende giudiziarie e carcerazioni che hanno coinvolto l’ex uomo forte della sud, Lucca Lucci, condannato a 10 anni per associazione a delinquere». 

Inchiodato anche dai pentiti

A fare il nome di Peppe Calabrò è stato, più recentemente, il nuovo collaboratore di giustizia William Alfonso Cerbo, i cui verbali sono stati acquisiti nell’inchiesta Hydra. In uno di questi, fra le centinaia di pagine, il pentito “Scarface” parla anche di Peppe Calabrò. E sarebbe stato proprio Vestiti a fornirgli dettagli importanti. «In pratica lui si vantava che grazie a lui, che conosce Santo Crea, Cristian, elemento della famiglia Mazzei di Catania, aveva conosciuto questo soggetto importantissimo…», riferendosi a “U Dutturicchiu” Calabrò, in una posizione sovraordinata proprio rispetto a Crea.  «(…) ne parlava come se fosse colui che autorizzava Santo Crea in determinate discussioni (…) una figura superiore, sopra anche Santo Crea». Il pentito aveva spiegato ai pm di Milano di aver appreso di un incontro dove, con ogni probabilità, si era parlato di traffico di droga e di un’autorizzazione, «c’era stata una riunione importante» dice «dove io non potevo sapere i dettagli…».

I soldi per l’avvocato e le accuse all’avvocato Repici

Dal fermo di indiziato di delitto, infine, emerge un altro aspetto importante legato ai rapporti di Calabrò con Giuseppe “Pino” Caminiti.  “U Dutturicchiu” gli si rivolge per sapere se fosse possibile avere una somma di denaro che viene definita come “stipendio”. «Puoi parlare con questi…se mi cacciano qualcosa anche…uno stipendio minimo dallo stadio o qualsiasi cosa.. già gli devo portare…all’avvocato a mangiare». Una richiesta a cui Caminiti avrebbe risposto: «Compare, stai tranquillo, ho già capito tutto, a posto». Per la verità si tratta di un episodio già emerso dall’inchiesta “Doppia Curva” e citata già dall’avvocato Fabio Repici, legale di Vittorio e Marina Mazzotti, fratello e sorella di Cristina. Calabrò aveva risposto con una memoria accusando il legale di scorrettezze processuali per aver «denigrato e contestato numerosi magistrati che in diversi processi negli hanno assolto Calabrò o non ne hanno chiesto l’arresto». Fra questi il 76enne aveva citato anche i«giudici antimafia Paolo Storari e Alessandra Dolci nel processo “Doppia Curva” che secondo Repici – scriveva Calabrò – erano «accomunati solo dal fatto di non averlo fatto condannare e sarebbero “sospetti” di averlo favorito». Una storia, quella di “U Dutturicchiu” lunga mezzo secolo, segnata da informative, indagini e presenze costanti sullo sfondo oltre che dall’assenza di una condanna per associazione mafiosa ma che solo oggi, in qualche modo, trova una risposta giudiziaria attraverso uno dei delitti più simbolici degli anni Settanta.  (g.curcio@corrierecal.it)  

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