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QUANDO L’UNITÀ NON C’È

Primarie obbligate, il centrosinistra reggino alla prova del 15 marzo

Si voterà dopo il fallimento di ogni mediazione politica. Battaglia è il candidato del PD, ma la consultazione pesa come un test di sopravvivenza per una coalizione divisa

Pubblicato il: 10/02/2026 – 13:22
di Paola Suraci
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Primarie obbligate, il centrosinistra reggino alla prova del 15 marzo

REGGIO CALABRIA Dovrebbe essere il 15 marzo la data fissata per le primarie del centrosinistra a Reggio Calabria. Una scelta maturata dopo settimane di confronti e tentativi — tutti andati a vuoto — di individuare un candidato unitario capace di tenere insieme partiti e forze civiche. Il progetto del nome condiviso, di fatto, si è arenato, lasciando come unica strada percorribile quella della consultazione popolare. Fallito anche l’ultimo tentativo sul nome di Filippo Bova, in prima battuta proposto dai Repubblicani e Casa Riformista, come “candidato di superamento” e quindi scelta per evitare le primarie.

La linea del Pd e i nomi in campo

La linea del PD è ormai tracciata: alle primarie il partito porterà Mimmo Battaglia, attuale sindaco facente funzioni di Reggio Calabria. Lo dice chiaramente al Corriere della Calabria il segretario cittadino del Partito Democratico, Peppe Panetta. Sugli altri nomi, invece, resta il massimo riserbo. Non c’è ancora alcuna ufficialità sulle candidature che potrebbero affiancare Battaglia nella competizione interna. Massimo Canale, con la sua Onda Orange, si è detto da tempo pronto a scendere in campo, mentre Casa Riformista–Italia Viva non ha ancora sciolto la riserva sul candidato. Sullo sfondo continua a circolare anche il nome di Carmelo Versace, con Red, ma senza annunci formali. Tra i più convinti sostenitori della strada delle primarie ci sono AVS, Rifondazione comunista e il PSI; AVS, in particolare, ha già annunciato il proprio appoggio a Massimo Canale. Ciò che appare ormai chiaro è che la candidatura di Battaglia non rappresenta una continuità politica con la governance di Giuseppe Falcomatà, che non gradisce le primarie e aveva sostenuto l’idea del candidato unitario con Filippo Bova.

Lo strappo con Falcomatà e l’intervento di Roma

Al contrario, ne è quasi il prodotto di una rottura. La sua nomina a sindaco facente funzioni, infatti, non fu il risultato di un passaggio naturale, ma arrivò solo dopo un intervento diretto della segreteria nazionale del Partito Democratico, con l’invio a Reggio Calabria del senatore Alessandro Alfieri, chiamato da Roma per spegnere l’incendio politico esploso all’interno del PD cittadino.
Un intervento resosi necessario dopo le decisioni sulla giunta prese da Falcomatà e dopo settimane di scontro durissimo con il partito, culminato in documenti, prese di posizione pubbliche e minacce di rottura della maggioranza. La “tregua” imposta da Roma portò a un compromesso politico che consentì di evitare il collasso amministrativo, ma sancì di fatto la fine dell’asse politico tra Falcomatà e il PD locale.
In questo contesto, Battaglia emerge non come erede dell’esperienza falcomatiana, ma come figura di mediazione indicata per chiudere una fase di conflitto, più che per rilanciare un progetto politico condiviso. Un dato che pesa, e non poco, nel clima che accompagna le primarie.
Nel frattempo, per questa sera è prevista un’ulteriore riunione del centrosinistra, l’ennesima di una lunga serie. Un appuntamento che dovrebbe servire a chiarire regole, perimetro e partecipazione alle primarie, ma che difficilmente porterà a un cambio di scenario: l’ipotesi del nome unitario sembra definitivamente archiviata. Il 15 marzo, dunque, non sarà soltanto una data sul calendario, ma un referendum interno sulla tenuta del centrosinistra reggino. Le primarie diranno se la coalizione è ancora in grado di mobilitare la città o se, dopo anni di divisioni, interventi romani e soluzioni tampone, il rischio è quello di presentarsi alle elezioni comunali più fragile e divisa che mai. Non più una scelta di entusiasmo, ma piuttosto un rimedio all’impasse interna di una coalizione incapace di trovare un nome condiviso.

2014, quando le primarie unirono il centrosinistra

Nel 2014, quella che oggi si ricorda come una delle giornate politiche più partecipate della recente storia cittadina, vennero allestiti 15 seggi distribuiti in tutta la città dove i cittadini votarono sotto la guida di un presidente per ciascun punto di voto, con l’aiuto di 45 scrutatori e oltre 100 volontari impegnati durante l’intera giornata. All’epoca, i numeri furono significativi: oltre 16.500 cittadini si recarono alle urne, pari a circa l’11,2 % degli aventi diritto, in piena estate e pagando un contributo simbolico di un euro per esprimere la loro preferenza. Il dato definitivo registrò 16.536 votanti (con 37 schede nulle e 17 bianche), in una consultazione che fu percepita come una vera “festa democratica” e una manifestazione di voglia di partecipazione dopo anni di commissariamento del Comune.
Quel giorno, i seggi rimasero aperti anche oltre l’orario previsto, fino alle 22.00, per consentire agli elettori ancora in fila di votare, tanto fu l’afflusso di persone in tutte le zone, dal centro storico alla periferia nord di Gallico.
La partecipazione di allora fu una boccata d’ossigeno per il centrosinistra: la vittoria di Falcomatà con circa 6.258 voti contro i 6.058 di Mimmo Battaglia segnò non solo una competizione ravvicinata ma anche l’espressione di una coalizione coesa e motivata.
Oggi, però, l’atmosfera è profondamente diversa. Le primarie di allora furono il frutto di una spinta popolare, di un clima di fervore per il cambiamento, e portarono alla costruzione di un consenso largo attorno alla candidatura di Falcomatà. La competizione di oggi riflette invece anni di tensioni interne, divisioni post‑regionali e difficoltà di sintesi politica.
Le ultime elezioni regionali, con affluenze che mostrano una dinamica elettorale più frammentata rispetto al passato, hanno lasciato divisioni profonde nelle coalizioni locali e segnano un terreno politico che resta incerto, con un elettorato meno compatto e più esigente. A differenza del 2014, quindi, la partecipazione alle nuove primarie resta un’incognita: riusciranno i cittadini a rispondere con la stessa energia, o la stanchezza elettorale e la frattura interna comprometteranno la mobilitazione? La capacità del centrosinistra di replicare quel livello di affluenza — oltre 16.000 votanti in una consultazione interna — sarà il primo vero indicatore del suo stato di salute politico e della legittimità che potrà vantare il candidato che emergerà da queste urne. (redazione@corrierecal.it)

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