Ristorazione e solidarietà, la doppia sfida di Sao Kaoussou e Filippo Cogliandro
Dal centro d’accoglienza alla direzione di un ristorante, Sao Kaoussou porta formazione e speranza in Gambia

REGGIO CALABRIA C’è un momento in cui il percorso di una persona smette di essere solo una storia individuale e diventa il simbolo di qualcosa di più grande. Per Sao Kaoussou, quel momento è arrivato oggi. È lui il direttore del ristorante L’Accademia Gourmet, nel cuore di Reggio Calabria. Un ruolo che non sente come un punto d’arrivo definitivo, ma come una nuova partenza.
«È stato un percorso lungo, ma bello», racconta. «La soddisfazione è arrivare fin qui ed essere orgoglioso di me stesso. Vedere le persone che mi sono state accanto felici per quello che sono diventato è la cosa più importante». Quando lasciò l’Africa era poco più che un ragazzo. «Avevo sedici anni. I sogni erano tanti. Ma uno su tutti: cambiare vita, diventare me stesso, arrivare un po’ più in alto».
Sao Kaoussou arriva in Italia nel 2016, a fine giugno, sbarca a Reggio Calabria come minore straniero non accompagnato, e finisce in un centro d’accoglienza. Non conosce la lingua, non ha certezze, ma ha una determinazione silenziosa. Inizia un nuovo percorso, fatto di formazione e lavoro, fino all’incontro che segna la svolta: quello con lo chef Filippo Cogliandro. «Da quel momento siamo andati avanti insieme», dice. «Oggi questo ruolo lo sento come un traguardo importante, ma anche come una partenza. Quando ho iniziato non sapevo nemmeno portare un piatto. Oggi sono qui davanti a una squadra. È una felicità enorme».

La forza del suo lavoro sta nel rapporto umano. «Sono persone che conosco, siamo cresciuti insieme. Io sono cresciuto accanto a loro. Riusciamo a parlarci, ci capiamo, ci aiutiamo». E poi c’è Reggio Calabria: «È una città che mi ha accolto quando avevo solo un pantalone e una camicia. Oggi sono arrivato fin qui. Per me è la mia seconda casa».
Per Filippo Cogliandro, questo passaggio era inevitabile. «È arrivato il momento di Sao Kaoussou», afferma. «Oggi governa la sala dell’Accademia Gourmet. Governa il ristorante. È un ragazzo che ha scelto di formarsi in Italia e ha saputo cogliere l’opportunità che gli è stata data».
Cogliandro ripercorre la sua storia con lucidità. «Sao è uno dei tanti ragazzi minorenni arrivati sulle coste di Reggio Calabria. È passato dai centri di accoglienza, si è inserito nel contesto sociale e cittadino, ha frequentato corsi di formazione legati alla ristorazione. Ha iniziato con un contratto a tempo determinato, poi diventato indeterminato. Oggi si sono create tutte le condizioni perché gestisse la mia sala».
Non è solo una questione di competenze tecniche. «Ha una grande attenzione alle persone: ai clienti, allo staff. È intelligente, ha fatto sacrifici, ha un obiettivo chiaro: stare meglio e dare opportunità alla sua famiglia. L’Africa ce l’ha nel cuore, il Gambia è un luogo dove torna sempre».
Il percorso di Sao si intreccia con una visione più ampia. Quella di uno chef che ha fatto della cucina uno strumento sociale. Prima dei fornelli, Cogliandro aveva intrapreso la strada del seminario. Una vocazione verso gli altri che non si è spenta, ma ha trovato una nuova forma. Dal 2015, L’Accademia Gourmet non è solo un ristorante, ma un luogo di crescita per minori stranieri non accompagnati, ragazzi seguiti dal Tribunale per i minorenni, giovani con disabilità.
«Accogliere non significa fare beneficenza», spiega lo chef. «Significa creare le condizioni perché questi giovani possano diventare qualcuno. Un po’ come è successo ai nostri emigranti italiani all’estero».


Da qui nasce anche il legame con il Gambia. Da oltre dieci anni, nella cucina dell’Accademia lavorano giovani provenienti dal Gambia. Un incontro che ha cambiato la direzione delle cose. «Hanno portato la loro cultura, i loro racconti, il loro modo di stare al mondo – racconta lo chef – e io ho capito che la cucina poteva diventare un ponte». Da quel ponte è nata un’idea radicale: non fermarsi all’integrazione in Italia, ma riportare opportunità là dove spesso nasce la necessità di partire.
Così Cogliandro decide di intervenire in Gambia, scegliendo una strada netta: niente assistenzialismo, solo formazione e impresa. Dopo anni di lavoro e raccolte fondi, il progetto prende forma con l’apertura di un panificio a Kunkujang Keitaya, che oggi offre già lavoro a giovani del posto. Un primo passo, concreto, misurabile.
Per realizzarlo, lo chef compie una scelta forte: dona l’intera cucina professionale del suo ristorante. Forni, impastatrici, abbattitori, piani di lavoro vengono smontati, spediti e rimontati in Africa grazie a un investimento personale di circa 14 mila euro. L’Accademia Gourmet rinnova i propri spazi grazie al bando “Reggio Turistica” del Comune di Reggio Calabria. «Avevamo una cucina usata, ma perfettamente funzionante. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di spedirla in Gambia».
«Da una cosa nasce un’altra», racconta lo chef. Nel 2025 il progetto cresce ulteriormente. «Abbiamo voluto aumentare le opportunità lavorative, anche attraverso la tecnologia. I giovani lì non cercano solo fatica, ma una vita dignitosa».
Si passa così all’agricoltura: un ettaro di arachidi coltivato, raccolto e trasformato in occasione imprenditoriale. «Abbiamo acquistato una macchina per la pulizia e un motocarro. Dal nostro campo siamo passati a quello del vicino. Oggi quella macchina lavora, i ragazzi guadagnano e sono felici».
Il risultato più importante, per Cogliandro, non è economico. «In questo momento non hanno il pensiero di prendere una barca e partire per l’Europa. Restano nella loro terra. Questo, per me, è il vero successo».
Il viaggio in Gambia diventa anche occasione di dialogo istituzionale. Insieme allo chef Abdou Dibassey, Cogliandro incontra l’ambasciatore Lang Yabou, segretario permanente del ministero degli Affari Esteri gambiano, rafforzando un rapporto già avviato con il presidente della Repubblica Adama Barrow. Il governo mostra interesse e disponibilità, immaginando persino l’apertura di un consolato onorario del Gambia a Reggio Calabria.
«Il Gambia è ricco di risorse – spiega Cogliandro – ma spesso privo degli strumenti per trasformarle. Le materie prime partono e tornano indietro come prodotti finiti, a costi altissimi. Qui la formazione è la vera risposta». Una visione chiara: creare competenze per fermare le partenze forzate. «Il mal d’Africa esiste – confida lo chef – non mi sono ancora ripreso, il cielo stellato e i tramonti sono meravigliosi, ma ancora di più è stato bello vedere i bambini felici, i loro sorrisi, quando siamo riusciti a far arrivare alla scuola di Jiffarong, sedie e banchi nuovi. È un popolo che vuole crescere. E ha bisogno di opportunità lì, non di emigrare». (redazione@corrierecal.it)
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