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Musolino: «Gli slogan del Comitato per il Sì? Sono delle truffe» – VIDEO

Per il segretario di Magistratura Democratica, la campagna del Sì punta a ingannare l’opinione pubblica. La riforma non cambia i processi, ma aumenta l’influenza della politica sui giudici

Pubblicato il: 19/02/2026 – 9:41
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Musolino: «Gli slogan del Comitato per il Sì? Sono delle truffe» – VIDEO

REGGIO CALABRIA E’ un nuovo confronto nel percorso di avvicinamento al referendum del 22 e 23 marzo prossimi, incontri ed approfondimenti che il Corriere della Calabria e L’altro Corriere TV stanno organizzando per informare ma anche, con ambizione, per contribuire ad una discussione pubblica e politica nazionale che si va, via via, sempre più surriscaldando. A ragionare sui temi dell’ormai celeberrima riforma della giustizia è il procuratore aggiunto di Reggio Calabria e segretario di Magistratura Democratica, Stefano Musolino.
L’incipit del confronto riguarda la tanto vituperata (o agognata dipende dai punti di vista) separazione delle carriere «così è stato presentato il referendum ma in realtà sarebbe un orpello inutile, già c’è la separazione delle funzioni e, peraltro, tutte le statistiche dicono che non c’è alcun ripiegamento del giudice sulle posizioni del pubblico ministero». A conforto di questa tesi Musolino chiama in causa i numeri « è un necessità smentita dai dati, solo il 55% delle richieste di condanna da parte del pubblico ministero trovano il giudice senziente. Nel 45% dei casi il giudice assolve. Sono statistiche fisiologiche in tutti gli ordinamenti molto simili ai nostri, numeri che smentiscono l’idea di un giudice schiacciato sulle posizioni del pubblico ministero. Dunque non può essere la separazione delle carriere la necessità che giustifica una riforma costituzionale di questo tipo».
Per il Procuratore, peraltro, l’esperienza “giudicante” non solo non va separata cosi come la logica della riforma vuole ma è invece preziosa proprio per la formazione del Pubblico Ministero «io ho iniziato la mia carriera facendo per sette anni il giudice, poi ho fatto il pubblico ministero. E’ stata un’esperienza molto arricchente, moltissimi avvocati non fanno che dire di quanto un pubblico ministero che ha già fatto il giudice faccia meglio il suo lavoro. Se non ho mai fatto il giudice, mancandomi quell’esperienza, farò meno bene probabilmente il mio lavoro. Questa è la cosa che mi viene riconosciuta, ma non soltanto a me, viene riconosciuta a moltissimi pubblici ministeri». Al punto che secondo Musolino «dovremmo dire, tu prima di fare il pubblico ministero, fatti tre anni di giudicante così poi farei meglio questo lavoro».

Il sorteggio per il Csm

Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria punta dritto il dito su quella che sarebbe la parte nascosta della riforma «il sorteggio per il Consiglio Superiore della Magistratura e la creazione dell’Alta corte disciplinare di fatto sono due strumenti attraverso i quali si indebolisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Tra l’altro una serie di dichiarazioni di massimi esponenti del Governo stanno sempre più dimostrando come in realtà il vero obiettivo sia quello di avere un giudice che non risponde soltanto alla legge ma che diventi servente alla politica del governo del momento. E’ un indebolimento che tende a trasformare la nostra da una democrazia liberale a quella che viene definita una democratura. E cioè un luogo, uno Stato in cui vi è un accentramento dei poteri in capo a poche persone, senza contropoteri che bilanciano». Il senso ultimo del ragionamento riguarda quello che Musolino indica come il possibile controllo della politica sulla magistratura «è un dato che mi pare eclatante, non vedo come non non si possa percepire che certamente c’è un aumento della capacità di influenza della politica sulla magistratura. Non uso termini netti, perché in realtà che cosa succederà dopo non lo sa ancora nessuno, non si sa quale saranno le norme attuative e perciò come si darà poi concretezza a questa riforma costituzionale. Quello che già sappiamo è che saranno spostati dei limiti che attualmente la Costituzione pone per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Di certo moltissime delle dichiarazioni degli attuali esponenti apicali del governo e dei partiti che lo sostengono vanno nel segno di una interferenza molto forte sulla magistratura».
Il Procuratore Musolino, dopo un articolato ragionamento sulla genesi della riforma, sulla sua blindatura, sull’assenza di confronto, sulla riduzione del tempo per poter sviluppare il dibattito dentro il Paese ed infine sulla riformulazione dei quesiti in esito alla raccolta delle firme, si esprime sulla natura delle domande che vengono rivolte ai cittadini «questa è una materia così tecnica che affidarla ai cittadini e scommettere sulla capacità di tutti i cittadini di poter comprendere esattamente su che cosa si sta intervenendo è uno schiaffo all’intelligenza delle persone». La conseguenza è inevitabile «il rischio che noi percepiamo è che su questa riforma la tentazione potrebbe essere quella di andare a votare sulla base della faziosità politica, senza comprendere che parliamo di Costituzione, di diritti».

I finanziamenti al Comitato

Sulla recentissima polemica in ordine alla richiesta di conoscere chi ha finanziato il Comitato per il No alla riforma il segretario di Magistratura Democratica sceglie l’ironia. «Cosa ne penso? Mi autodenuncio, io ho finanziato il Comitato, tutti i magistrati l’hanno finanziato. E’ curioso, avrà dato fastidio l’aver messo qualche manifesto in più, in ogni caso sempre molto di meno di quelli del SI che hanno forza di fuoco che noi non ci sogniamo neanche la notte. E’ una vicenda inquietante perché si sta facendo una campagna elettorale senza valutare le ragioni e gli argomenti da una parte e dall’altra, ma si prova a spostare sempre l’attenzione su altro». Nelle valutazioni del magistrato reggino anche l’analisi dei contenuti “veri” delle modifiche costituzionali sottoposte al giudizio dei cittadini, «questa riforma, lo ripeto, riguarda i rapporti tra magistratura e politica, non riguarda la giustizia perché non cambierà in nulla la tempistica dei processi, la qualità delle decisioni, non eviterà errori giudiziari. Nulla che riguardi autenticamente le attese che i cittadini hanno, molti degli slogan del Sì da questo punto di vista sono delle truffe e quando si dice che questa proposta referendaria andrà incontro alle attese dei cittadini per una giustizia migliore, io vorrei capire in che modo? Dove ed attraverso quale strumento autentico i cittadini potranno percepire che finalmente la giustizia sarà migliore rispetto alle loro attese? L’unica cosa che cambia è che la politica avrà maggiori strumenti per intervenire sulla magistratura e sulle decisioni dei giudici, non parliamo dei pubblici misteri, parlo proprio dei giudici».
Sul clamore mediatico sollevato dall’intervista realizzata dal Corriere della Calabria al procuratore di Napoli Nicola Gratteri, Musolino ha un’idea precisa: «Nicola Gratteri è uno dei magistrati più apprezzati d’Italia, e questo perché al di là dei successi professionali è percepito come molto vicino alla gente e le persone avvertono che il suo sacrificio personale, il modo in cui lui ha vissuto la sua vita per la giustizia e per fare nel miglior modo possibile il suo lavoro, sia una sorta di carta di credito. E siccome Nicola Gratteri si è espresso per il no questa cosa non è stata gradita, dunque si tenta di colpire la sua immagine estrapolando mezza frasetta di qua in mezza di là per costruire e mettere in bocca a Gratteri delle parole e dei pensieri che lui non ha mai espresso in quei termini».

Le correnti

Al segretario di Magistratura democratica non potevamo non chiedere un giudizio su uno dei mantra della campagna per il Si e cioè lo stop alle correnti all’interno della magistratura. «Come diceva Dante “ognuno con il proprio cuore l’altro misura”. Io non penso che i partiti politici sono sorti per conquistare il potere o per gestirlo, sono sorti perché prima di tutto c’è un’idea forte che lega le persone, è la stessa cosa avviene nelle correnti della magistratura. E’ normale che le persone che abbiano una sensibilità comune si parlano tra di loro, questa è la corrente. Un modo per i magistrati di riconoscersi in un metodo, in uno stile magistratuale sapendo che noi dobbiamo combattere tutti il pericolo della tentazione più grande, quella del potere. Il primo scopo delle correnti era aiutare i magistrati a vincere e superare questa tentazione e questo pericolo. Poi è vero, le correnti sono state trasformate in altro a un certo punto, però chiediamoci perché sono state trasformate in altro, perché di fronte ad un mutamento per cui le carriere non erano date all’anzianità, ma erano basate sul merito a fronte di fascicoli personali che non davano nessuna informazione autentica, le correnti si sono trasformate in gruppi di potere per gestire queste carriere, in qualche maniera. Ma ora, non lo dico io ma lo dice il vicepresidente del Csm Pinelli, eletto dal centro-destra, quell’epoca è finita. E allora faccio anche a voi un esempio che sono solito fare, se c’è una perdita d’acqua e invece di chiamare l’idraulico si decide di buttare giù un’ala del palazzo, mi pare che il rimedio sia eccessivo rispetto al problema».
Nell’ipotesi in cui dovesse prevalere il Si Musolino indica infine le conseguenze «riusciremo a tenere la schiena dritta anche dopo, quando questa politica avrà una maggiore capacità di incidere sulle nostre valutazioni di professionalità, sulla nostra carriera in un posto direttivo o meno. Troveremo ancora una magistratura pronta e resiliente. Ma sono preoccupato per questo, credo che il rischio a cui questa riforma sottopone l’equilibrio dei poteri dello Stato non valga la candela, è per questo voto no». (redazione@corrierecal.it)

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