Calabria interna, una questione aperta
La progressiva riduzione dei servizi racconta una scelta politica implicita, investire dove conviene, non dove è necessario

Il grande problema delle aree interne della Calabria – soprattutto di quelle montane, ancora più delicate – non è soltanto la carenza di servizi o la distanza dalle infrastrutture. Alle comunità locali manca anzitutto la coscienza della propria marginalità politica e geografica, la contezza dei diritti che non si possono comprimere o sopprimere.
Le aree montane patiscono difficoltà oggettive: viabilità disagiata, costi più elevati per il riscaldamento e il consumo di gas, distanza dagli ospedali, isolamento logistico. Ciononostante, si è diffusa l’illusione che questi territori siano equivalenti alle aree metropolitane del Paese. Gli stessi iPhone, gli stessi tablet, gli stessi capi d’abbigliamento, gli stessi dispositivi tecnologici diffusi a Milano o a Roma si trovano anche, per esempio, a San Giovanni in Fiore, Acri, Serra San Bruno o Soveria Mannelli. L’omologazione dei consumi ha finito per attenuare la percezione della realtà e per indebolire la consapevolezza della specificità territoriale.
San Giovanni in Fiore, per esempio, è un Comune di 15mila abitanti che continua a perdere residenti – quindi rischia di avere meno classi, scuole, uffici e medici – senza che si apra un dibattito di qualità sulla sua collocazione nello scenario nazionale. Lo spopolamento avanza e lo Stato non ha concepito politiche strutturali di contrasto, di tenuta dei servizi, di incentivo all’impresa, all’economia, alla formazione e al lavoro. Nell’ultima programmazione, la Strategia nazionale per le aree interne prende atto del declino e lo gestisce senza provare a combatterlo. La scelta è dunque accettare una progressiva riduzione dei servizi pubblici, a partire da quelli sanitari. Il presupposto implicito è che si investa dove la densità demografica e la redditività dell’infrastruttura garantiscono ritorni significativi. È una logica che si è consolidata negli ultimi decenni insieme alla cultura dei vincoli di bilancio e della competizione territoriale. L’Europa insiste sulla coesione, finanzia fondi strutturali e richiama l’equilibrio tra regioni. Ma nei fatti la programmazione privilegia aree immediatamente produttive, in cui la densità demografica rende l’investimento più visibile e politicamente redditizio.
Il Fondo per lo sviluppo e la coesione, che dovrebbe ridurre i divari territoriali, è stato infatti più volte rimodulato, riallocato o utilizzato per coprire esigenze di finanza pubblica o per sostenere grandi interventi infrastrutturali già previsti altrove. Risorse destinate al riequilibrio del Mezzogiorno vengono assorbite in programmazioni più ampie o concentrate su opere che non incidono direttamente sulla condizione delle aree montane interne. La coesione è un principio soltanto enunciato, poiché la distribuzione effettiva delle risorse segue altre priorità.
Come reagiscono i territori calabresi? Spesso con una discussione pubblica sempre più virtuale: polemiche quotidiane su singoli atti amministrativi, accuse reciproche tra maggioranza e opposizione, silenzio sulle scelte strutturali dei governi nazionali. È sufficiente leggere i social per cogliere un clima in cui rabbia, scetticismo e rassegnazione prevalgono sulla volontà di rivendicare servizi e diritti definiti e certi. L’indignazione si consuma nel commento e la pretesa politica tende a tramontare.
In altre stagioni, tuttavia, questi territori furono oggetto di attenzione da parte del governo: la visita di Alcide De Gasperi, la riforma agraria, l’Opera Sila e più tardi, sia pure con tutti i gravi limiti registrati, il Reddito minimo di inserimento. Negli ultimi 30 anni, invece, non si sono viste risposte organiche, soprattutto sul piano sanitario.
La Calabria è un caso emblematico. Con il Piano di rientro dai disavanzi sanitari del 2010, molti ospedali delle aree montane furono riclassificati e ridotti, nella sostanza, a una Medicina interna e a un piccolo Pronto soccorso. Il blocco del turnover, legato al commissariamento della sanità regionale, ha impedito la sostituzione del personale. Ne è derivata una rete ospedaliera monca e una discussione pubblica che di rado ha affrontato il punto centrale, ossia quale funzione debbano avere le strutture ospedaliere nei territori montani. A San Giovanni in Fiore il dibattito è oggi polarizzato: da un lato chi chiede la ricostruzione di un ospedale adeguato ai bisogni del territorio; dall’altro chi ritiene prioritario rafforzare l’emergenza-urgenza, concentrandosi sulla postazione del 118 e sul Pronto soccorso, nella logica del risultato immediato. Il comitato “La Cura”, che riunisce attivisti di Acri, San Giovanni in Fiore, Serra San Bruno e Soveria Mannelli, sostiene che non possa esistere una buona emergenza-urgenza senza un presidio ospedaliero funzionale alle spalle. Di conseguenza, ha avviato una raccolta firme per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare da discutere in Consiglio regionale, con l’obiettivo di ridefinire la configurazione degli ospedali montani. È vero che la Calabria è commissariata per il piano di rientro, ma la tutela della salute è materia concorrente ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione. I territori hanno diritto a una risposta politica, non soltanto contabile. In questo quadro si inserisce anche il ruolo della Chiesa. In passato a San Giovanni in Fiore la presenza ecclesiale ha rappresentato una forza formativa e sociale, con l’impegno di don Luigi Nicoletti, don Umberto Altomare, padre Antonio Pignanelli, e con l’esempio di missionari come padre Virgilio Spadafora e don Battista Cimino. Oggi si percepisce una neutralità più marcata. Il rifiuto di concedere un salone per la raccolta firme del comitato “La Cura”, motivato dall’esigenza di non creare un precedente, è atto che non lascia indifferenti. In territori così indeboliti, la neutralità finisce per coincidere con l’adattamento.
La questione, allora, non è puramente sanitaria. Si tratta di comprendere, discutere e ridefinire la collocazione di questi territori nell’ambito delle decisioni statali. Una comunità può continuare a consumare conflitti locali oppure può pretendere di ottenere misure compensative da parte del governo: investimenti nella sanità pubblica o misure fiscali di vantaggio. Senza coscienza della marginalità non esiste rivendicazione. E senza rivendicazione non c’è cambiamento. (redazione@corrierecal.it)
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