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L’asse Campania-Calabria

‘Ndrangheta e camorra, lo “smacco” dei 20 kg di coca e la voglia di vendetta dei Nirta-Romeo. «Una taglia da 120mila euro su Bartiromo»

Il racconto alla Dda di Reggio del pentito D’Ambrosio. «Mi chiesero anche di rapire la moglie». «Per i Vanella prima o poi ci saranno ripercussioni»

Pubblicato il: 25/02/2026 – 10:48
di Giorgio Curcio
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‘Ndrangheta e camorra, lo “smacco” dei 20 kg di coca e la voglia di vendetta dei Nirta-Romeo. «Una taglia da 120mila euro su Bartiromo»

LAMEZIA TERME Quella calabrese non è una traccia secondaria nell’inchiesta della Distrettuale antimafia di Napoli contro i presunti appartenenti alla famiglia Vanella-Grassi. Tutt’altro. E i venti chili di cocaina sottratti nel corso di una rapina a Casavatore ai danni dei corrieri della droga in arrivo dalla Locride sono solo una parte della lunga storia che si tinge dei rapporti – tesi – tra soggetti legati alla ‘ndrangheta ed esponenti della camorra.

Il pentito D’Ambrosio

A definire temi e scenari sono stati (anche) alcuni collaboratori di giustizia. Nell’ordinanza firmata dal gip partenopeo, infatti, ne compaiono alcuni di un certo peso. Tra questi Errico D’Ambrosio, considerato un affiliato alla cosca Molè, gruppo storico della ‘ndrangheta dell’area tirrenica del Reggino. Il suo racconto fornito ai pm della Dda di Reggio Calabria non riguarda solo la rapina, ma il sistema di relazioni che tiene insieme Napoli e la Calabria nel mercato della cocaina. D’Ambrosio – originario di Cercola – era in contatto con il clan Amato-Pagano, ed ha quindi partecipato fattivamente alla conclusione di numerosi affari tra i sodalizi. «(…) ho avuto rapporti con il gruppo Amato-Pagano da settembre 2021 sino a marzo 2023. Il rapporto è stato avviato grazie alla relazione datata tra Lello Amato detto il “biondo/limone” e Nino Molè», racconta ai pm reggini. Il pentito racconta che, una volta uscito dal carcere, sarebbe stato Modafferi – considerato il reggente dei Molè – a contattare via chat criptate Antonio Pompilio “o cafone”.  «Un contato funzionale a farmi andare a Melito» – spiega il pentito «per farmi avere appoggio e collaborazione dagli Amato-Pagano».



Il debito da mezzo milione di Bartiromo e la “soffiata” per rientrare

Il pentito entra poi nella vicenda chiave dell’inchiesta della Dda di Napoli, ovvero la rapina dei 20 panetti di cocaina in danno ai corriere della Locride. Secondo il suo racconto, oggetto della rapina erano «20 kg di cocaina» che «Nirta e Romeo avevano fatto caricare da un albanese a Roma». Ma D’Ambrosio non si limita alla scena di cui abbiamo già scritto qui, ne illustra la genesi ai pm della Dda reggina. «Simone Bartiromo doveva cinquecentomila euro o poco più alla famiglia Vanella», racconta, riferendosi a una partita di droga non pagata. Per togliersi il debito, avrebbe organizzato la rapina. È qui che entra in gioco la soffiata. Bartiromo, trafficante con base in Spagna, avrebbe informato Gaetano Angrisano dell’arrivo dei venti chili, suggerendo di intercettare il carico.

Il debito di Nirta e Romeo, la prima truffa di Bartiromo

Prima ancora della rapina dei venti chili, nelle carte emerge un altro passaggio decisivo: la nascita di un equilibrio tra i Vanella-Grassi e ambienti legati al narcotraffico calabrese. Dopo la scarcerazione, racconta il pentito, «Gaetano Angrisano si presenta come nuovo referente del gruppo e consolida rapporti che ruotano attorno al mercato della cocaina». È in questo scenario che maturano le successive fratture. Dal racconto del pentito, infatti, emerge un sistema di debiti e compensazioni che attraversa Calabria, Napoli e Spagna. «(…) Giovanni Nirta e Sebastiano Romeo hanno ceduto 200 kg di hashish ad Antonio Callipari, cognato di Gianni Nirta». Ma Callipari, secondo il racconto, «era stato truffato di 26 chili di cocaina da Simone Bartiromo e Antonio Pompilio nel dicembre 2022» e «proprio a causa di questa truffa – viene messo a verbale – Callipari si prese questi 200 kg e non me li pagò». E c’è un ulteriore passaggio fondamentale nella vicenda. «Poiché i garanti dell’operazione erano Romeo e Nirta – ha raccontato ancora il pentito – furono loro a pagare me e Michele Carbone». Un pagamento che si inserisce in un contesto di debiti pregressi: i due avrebbero avuto in quel periodo «un’esposizione di circa 200 mila euro». Dunque, «nel dicembre 2022, dopo averlo accompagnato a Barcellona, interruppi i rapporti con Bartiromo, in quanto così mi imposero la famiglia Molè e la famiglia Cordì».



«Prima presero 10 kg, poi tornarono indietro per gli altri 10»

A proposito della rapina, il pentito ai pm della Dda di Reggio Calabria racconta i dettagli successivi all’episodio dell’aprile del 2023. «È stato Michele Carbone a soccorrerli, li ha portati in ospedale, non so quale e forse il citato corriere Andrea fu anche refertato, in quanto fu colto da un attacco di tachicardia…». E questo Andrea al pentito avrebbe raccontato l’intera dinamica della vicenda: «Arrivarono più persone che prima si presero 10 kg ed andarono via. Poi tornarono, chiedendogli “e gli altri 10 kg dove sono?”, dimostrando di sapere esattamente il quantitativo trasportato – e si presero gli altri 10 kg. Andrea mi disse che la droga non era nascosta in un “sistema”, ma custodita in semplici borse nel cofano», racconta ancora il pentito.

I Nirta si rivolgono ai Contini

Da qui sarebbe scattata la voglia di “vendetta” dei Nirta. La famiglia, infatti, si sarebbe rivolta ai Contini. Come raccontato dal pentito «in quel periodo chi curava gli stupefacenti per loro era Gennaro ‘o sorecino, il quale delegò Rosario “Pipistrello”, che prese contatti con Ciccio “il macellaio” in carcere». Secondo il racconto del collaboratore “il macellaio” confermò che erano stati loro a fare il colpo e si mostrò anche disponibile a far recuperare la cocaina, ma fu Angrisano a mettersi di traverso. «Diceva che Ciccio, in quanto detenuto, non poteva prendere decisioni, e lo “parcheggiò”». Così la questione sarebbe in rimasta in sospeso o, per come spiegato dal pentito, «restò lo smacco» perché gli Amato-Pagano si sarebbero tirati fuori da questa storia e «da allora le famiglie calabresi sono state restie ad avere rapporti con quelle napoletane», spiega Errico D’Ambrosio ai pm reggini.

La taglia su Bartiromo dei Nirta-Romeo

Questa incredibile storia si arricchisce di un finale degno di un film. Secondo quanto raccontato dal pentito, infatti, i Nirta-Romeo avrebbero messo addirittura una taglia su Bartiromo, quello che unanimemente è considerato l’ideatore del colpo, responsabile quanto meno della soffiata: 120mila euro. «A me fu anche chiesto di sequestrare la doglie di Simone Bartiromo» ha spiegato ai pm D’Ambrosio, «ma io mi rifiutai». E così il cognato di Bartiromo «subito dopo la rapina si mise in un aereo a se ne andò a Barcellona per proteggersi», «poi so che Bartiromo si è spostato ad Alicante e poi nella zona di Granada». E c’è una riflessione, riportata nell’ordinanza, frutto del ragionamento del pentito: i Vanella – al di là del colpo messo a segno – non ne escono bene perché «nel mondo criminale un rapina non è tollerabile» ed è convinto che, nonostante la responsabilità sia stata attribuita a Bartiromo, la famiglia Vanella «subirà, credo, delle ripercussioni, anche a distanza di tempo, in quanto la vicenda ha fatto molto rumore». (g.curcio@corrierecal.it)

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