‘Ndrangheta e Cosa Nostra, l’ombra di Nitto Santapaola sugli appalti calabresi e la morte senza risposte di Musella
Dalla gara per il porto di Bagnara all’esplosione del 1982 a Reggio Calabria. Un imprenditore che denuncia e viene ucciso. E nei rapporti investigativi, anche il nome del boss morto lunedì

Ci sono storie che restano sospese tra le carte ingiallite di un fascicolo e la memoria ostinata di chi ancora ha la forza di raccontarle. La storia di Gennaro Musella è una di queste.
Nasce a Salerno nel 1925. Poi sceglie la Calabria. Porta la sua impresa di opere marittime a Bagnara, apre cantieri, costruisce dighe e barriere frangiflutti lungo la costa tirrenica. A Verbicaro e Belvedere Marittimo le sue opere sono ancora lì, a difendere il litorale. Lavora, investe, cresce. La sua azienda diventa una delle più importanti del Mezzogiorno. Non è un uomo di relazioni opache, ma di progetti e calcestruzzo.
Nel 1980 mette mano al porto turistico di Bagnara Calabra. Partecipa alla gara d’appalto. Vince la famiglia Costanzo, uno dei “cavalieri” catanesi raccontati dal coraggioso giornalista Pippo Fava nelle sue inchieste. Musella denuncia irregolarità, ottiene l’annullamento della gara. Il nuovo bando è fissato per metà maggio 1982. Non ci arriverà mai.
Il 3 maggio 1982, alle 8.35, scende dalla sua abitazione di via Apollo, a Reggio Calabria. La moglie lo saluta dal balcone. Sale sulla sua Mercedes 240 diesel. Percorre meno di un metro. L’auto esplode. Una carica piazzata sotto la vettura lo uccide sul colpo. Il boato attraversa la città. Quattro feriti, tra cui un bambino di otto anni. Vetrine infrante, auto distrutte, palazzi danneggiati. È un attentato che poteva trasformarsi in strage.
La Calabria di quei mesi vive sotto una pioggia di esplosivi: oltre cento attentati dall’inizio dell’anno. Ma questo omicidio ha un peso diverso. Non è solo intimidazione. È un segnale.
Un rapporto dei Carabinieri parla di un accordo sull’appalto del porto tra il boss reggino Paolo De Stefano e il capo della mafia catanese Nitto Santapaola. ’Ndrangheta e Cosa Nostra, insieme. Non soltanto cosche: anche imprenditori, politici, funzionari. La seconda gara finirà nelle mani dei Graci, altro nome forte dell’imprenditoria etnea. Il fascicolo viene archiviato contro ignoti nel 1988. Riaperto nel 1993 dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (grazie al procuratore aggiunto Salvatore Boemi, in coordinamento con la CriminalPol), non approda mai a un processo. La verità giudiziaria resta sospesa. Per ottenere il riconoscimento di vittima innocente di ’ndrangheta, la famiglia dovrà attendere il 2009. Ventisette anni.
La morte di Santapaola e lo sfogo della figlia di Musella

Il nome di Nitto Santapaola, morto lunedì scorso a 87 anni nel Carcere di Opera, dove era detenuto al 41 bis dal 1993, attraversa molte delle pagine più oscure di quegli anni. Tra quelle pagine c’è anche la vicenda dell’autobomba che uccise Gennaro Musella.
Alleato dei corleonesi di Totò Riina, Santapaola è stato condannato, tra l’altro, proprio per l’omicidio di quel Pippo Fava che raccontava i “cavalieri” catanesi. Il suo nome è comparso anche nelle indagini sulla strage di Capaci, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Negli atti relativi all’omicidio Musella, il boss viene indicato come uno dei possibili riferimenti del versante catanese negli equilibri che ruotavano attorno agli appalti. Un elemento investigativo che non è mai arrivato a una verifica processuale.
Ecco perché dopo la notizia della sua morte, Adriana, una delle quattro figlie di Musella, ha scritto un post sui suoi canali social evidenziando come sia scomparso un uomo che avrebbe potuto contribuire a chiarire il perché di quell’attentato. La donna ha parlato con amarezza di un’occasione perduta per fare luce su una vicenda che, a suo avviso, non è stata indagata fino in fondo: «…E’ morto senza poterci svelare perché mio padre è stato ucciso. Perché hanno scelto di farlo saltare in aria, disintegrandolo. In procura a Reggio Calabria nessuno, credo, glielo abbia mai chiesto…La verità se l’è portata con lui».
Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, l’omicidio resta senza una verità giudiziaria definitiva. (f.v.)
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