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Ranucci e il “ritorno della Casta”. «Se lo Stato attacca i magistrati, chi delinque può solo festeggiare» – VIDEO

Il volto di Report analizza le nuove riforme della giustizia. «Dopo Tangentopoli la politica cerca vendetta. Così si colpisce il diritto alla verità»

Pubblicato il: 07/03/2026 – 13:47
di Giorgio Curcio
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Ranucci e il “ritorno della Casta”. «Se lo Stato attacca i magistrati, chi delinque può solo festeggiare» – VIDEO

LAMEZIA TERME Alle tempeste è abituato da tempo, così come agli attacchi personali e ai pericoli reali. Il giornalista Sigfrido Ranucci, volto storico di Report, tra chi lo accusa di delegittimazione e chi lo vede come l’ultimo baluardo del giornalismo d’inchiesta, non si ferma. Solo pochi mesi fa, il gravissimo attentato sotto casa che ha segnato un “salto di qualità” inquietante nelle intimidazioni nei suoi confronti, costringendo il Viminale a innalzare ulteriormente i livelli della sua scorta. A questo clima di minacce criminali si è aggiunto lo scontro frontale e tutto interno alla Rai con Massimo Giletti. Una frizione nata dalla pubblicazione di alcune chat private e culminata in accuse reciproche sulla libertà di informazione e sul ruolo del servizio pubblico.

“Il ritorno della casta”

Da pochi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il ritorno della casta”, e attualmente è in giro in tutta Italia per presentarlo. Ieri la tappa a Lamezia Terme, il Corriere della Calabria lo ha incontrato questa mattina, nel corso dell’incontro organizzato al “Civico Trame”, per parlare del suo ultimo libro, e di come le nuove leggi sulla giustizia stiano rischiando di silenziare per sempre le verità più scomode. Dopo anni di inchieste sul campo, Ranucci analizza nel suo libro un fenomeno preoccupante: il tentativo della politica di “disarmare” chi indaga per evitare che il sistema delle tangenti venga nuovamente a galla. «”Il ritorno della casta” è un libro che mette insieme i tasselli di un mosaico per comporre un quadro purtroppo molto chiaro. Dopo Tangentopoli, la politica ha cercato da una parte di vendicarsi e dall’altra di creare i presupposti affinché non si scopra mai più un sistema corruttivo basato sulle tangenti», ci spiega. Ma cosa significa “tangente”? «Significa sottrarre denaro alla collettività: risorse che vengono tolte alla sanità, alla sicurezza, all’istruzione e alla manutenzione delle strade per garantire la sopravvivenza dei partiti. Per questo credo sia fondamentale che i cittadini vigilino sull’indipendenza della magistratura e sulla libertà di stampa». Le leggi approvate negli ultimi tempi, sottolinea Ranucci, «sembrano scritte apposta per limitare i “danni” provocati da chi cerca la verità. Penso al divieto di pubblicare i nomi nelle ordinanze di custodia cautelare, o alle pieghe della legge sull’improcedibilità, che non solo fa uscire l’imputato dal processo, ma gli offre quasi l’opportunità di restare anonimo. È un progetto unico contro l’informazione e la magistratura, volto a ostacolare chiunque provi a scoprire i fatti».

«Vedo un segnale di ostilità verso la magistratura»

In un territorio difficile come quello calabrese, dove la criminalità organizzata cambia pelle continuamente, le nuove norme rischiano di diventare un involontario alleato per chi vive nell’illegalità. «Quello che vedo è un segnale di ostilità verso la magistratura» spiega Ranucci senza troppi giri di parole. «E quando la politica si scaglia contro i magistrati, chi delinque non può che essere contento. Io parlo da “plurindagato”: ho all’attivo circa 140 tra querele e atti di citazione. Dovrei essere il più avvelenato di tutti, invece credo fermamente che ci sia un estremo bisogno di magistratura indipendente». «Nel libro – spiega il giornalista – smonto anche alcune “epiche” costruite ad arte, come quella di Berlusconi che dichiarava di aver subito 88 processi, quando in realtà erano 30. C’è poi il paradosso della riforma del CSM: il sorteggio. Si dice che serva a valorizzare il merito, ma è l’esatto opposto: si affida la scelta alla fortuna. Questo dimostra che in Parlamento manca la capacità di scrivere leggi che premino la competenza. Ma è un male oscuro che affligge l’intera classe manageriale del Paese: per riconoscere il merito bisogna essere competenti, e questa competenza oggi dove sta?»

I “veri” problemi della giustizia

Spesso le riforme vengono vendute come soluzioni ai ritardi dei tribunali, ma la realtà dei fatti – dai decreti sicurezza alla carenza cronica di personale – racconta una storia diversa. «Esatto. Questa viene spacciata per “riforma della giustizia”, ma con l’efficienza della giustizia non ha nulla a che fare. Per funzionare, i tribunali avrebbero bisogno di altro: manca il 20% del personale giudiziario, mancano 40.000 uomini nelle forze dell’ordine. Ci sono tempi morti inaccettabili: dopo la chiusura delle indagini, un cittadino o un giornalista possono restare anni in attesa che un GIP decida su una richiesta di archiviazione». Poi l’affondo di Ranucci: «Si riempiono la bocca con provvedimenti come il “Decreto Caivano” o norme contro la violenza minorile, usati spesso sui social per alimentare lo scontro e giustificare un controllo securitario. Poi vai a vedere la realtà, come a Messina, dove magari c’è un solo magistrato a occuparsi di tutti i reati minorili, costretto quasi a pulirsi l’ufficio da solo. Chi cerca la rivincita sui magistrati soffia sulla rabbia dei cittadini che vedono una giustizia che non funziona, ma i cittadini devono capire che queste riforme non risolveranno affatto i loro problemi».

L’intervista:

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