I calabresi d’America e l’Italia del baseball che ha fatto la storia
Caglianone, Morabito e Weissert riportano la Calabria al centro del racconto azzurro: discendenti di emigrati protagonisti di un’impresa storica ai mondiali

C’è un filo sottile che parte dalla Calabria e attraversa l’oceano, lega borghi antichi e stadi americani, cognomi cambiati e identità ritrovate. È da qui che vale la pena iniziare per raccontare l’impresa della Nazionale italiana di baseball, capace di arrivare fino alla semifinale del World Baseball Classic: un risultato storico, mai raggiunto prima.
Tra i protagonisti di questa cavalcata ci sono anche storie che parlano calabrese. Come quella di Jac Caglianone, giovane talento dei Kansas City Royals, che porta nel sangue le radici di Buonvicino, nel Cosentino: il suo antenato, Giovanni Battista Caglianone, partì da lì per cercare fortuna negli Stati Uniti. O come Nick Morabito, esterno dei Syracuse Mets, legato a Villa San Giovanni, altro punto di partenza di tante vite emigrate oltre oceano. E poi ancora Greg Weissert dei Boston Red Sox, nipote di nonna Zambelli calabrese al 100 per cento.
Tre storie simbolo di una Calabria che continua a vivere, anche a distanza di generazioni, nei cognomi e nell’orgoglio di indossare la maglia azzurra.
Ma quella della Nazionale italiana è soprattutto una storia collettiva, fatta di diaspora e memoria. È il racconto dei “paisa’” e dei loro discendenti: famiglie partite tra fine Ottocento e inizio Novecento, approdate negli Stati Uniti e lì radicate, spesso cambiando o adattando i cognomi. Così Pasquantonio è diventato Pasquantino, Di Zenzo si è trasformato in Dezenzo, e tanti altri nomi hanno seguito lo stesso destino.
Oggi quei discendenti tornano simbolicamente a casa attraverso lo sport. Il capitano Vincent Pasquantino, per tutti “Vinnie”, è uno dei volti di questa Italia: il suo bisnonno partì da Ofena, in Abruzzo. Accanto a lui, un gruppo eterogeneo e affiatato, cresciuto tra Major League Baseball e leghe collegate, spesso senza parlare italiano ma profondamente legato alle proprie origini.
C’è chi ha trasformato quel legame in qualcosa di visibile, come Andrew Fischer, che porta tatuati sul braccio simboli della cultura italo-americana. O chi custodisce storie familiari precise, come Sam Antonacci, il cui antenato partì da Calascio nel 1904, o Jakob Marsee, legato al Trentino. E ancora Alek Jacob, con radici friulane, e tanti altri protagonisti di un mosaico che attraversa tutta la penisola: dalla Sicilia al Veneto, dalla Campania al Nord-Est.
A guidare questo gruppo è stato il manager Francisco Cervelli, anche lui figlio di emigrazione: padre italiano, madre venezuelana, una sintesi perfetta di identità che si incontrano. Sotto la sua guida, l’Italia ha costruito un percorso sorprendente: sei partite, cinque vittorie consecutive, tra cui successi clamorosi contro Stati Uniti, Messico e Porto Rico. Poi lo stop in semifinale contro il Venezuela, ma senza cancellare un cammino che ha segnato un prima e un dopo.
Il roster racconta bene questa identità plurale: solo tre giocatori nati in Italia, la maggioranza cresciuta negli Stati Uniti, altri tra Venezuela e Canada. Eppure, nello spogliatoio – o meglio nel “dugout” – si respira un’italianità tutta particolare, fatta anche di piccoli rituali come l’espresso bevuto durante le partite, diventato quasi un simbolo di appartenenza.
Dietro questa squadra c’è anche un lavoro silenzioso e complesso di ricostruzione genealogica portato avanti dalla Federazione, per risalire alle origini e ricucire legami lontani nel tempo. Un lavoro che restituisce senso a ogni convocazione, trasformando una selezione sportiva in una comunità.
L’eliminazione in semifinale non cancella nulla. Anzi, consegna all’Italia del baseball un risultato senza precedenti e una prospettiva nuova. Il prossimo obiettivo sarà continuare a crescere, tra Europei e qualificazioni olimpiche, con lo sguardo già rivolto a Los Angeles 2028.
Ma al di là dei risultati, resta qualcosa di più profondo: la dimostrazione che l’identità non è solo un luogo di nascita, ma una storia che si tramanda. E che può riemergere, anche dopo generazioni, in un diamante di baseball, con una maglia azzurra addosso e un cognome che racconta da dove tutto è cominciato. (f.v.)
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