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TELEFONATA AL GIOVANE MATTIA

Sulla fatal Bosnia, Rino Gattuso e il calcio brutto e perduto

Da Zenica a Schiavonea, viaggio sentimentale dentro una Nazionale senza anima e un Paese che ha smarrito perfino il suo calcio

Pubblicato il: 01/04/2026 – 19:10
di Paride Leporace
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Sulla fatal Bosnia, Rino Gattuso e il calcio brutto e perduto

La start up americana Matter Neuroscience ha promosso un esperimento per mettere in contatto le due fasce più sole degli Usa: la generazione Z e i baby boomer. Ha installato due cabine telefoniche, una a Boston in una via di universitari e l’altra in una Rsa nel Nevada. Tutto gratis per farsi due chiacchiere.
Prendo a pretesto la notizia immaginando di chiamare un giovane dopo l’ultima notte azzurro tenebra in Bosnia per parlare di calcio a viva voce. Caro Mattia, volevo esserti vicino in questo momento. Da quando abbiamo vinto il Mondiale in Germania e tu non eri nato, siamo usciti per due volte di seguito al primo turno e non ci qualifichiamo da tre campionati del mondo, dove quest’anno giocheranno invece le nazionali di Capo Verde e Curacao. Siete una generazione senza Nazionale di calcio. Giovani italiani di un Paese che non fa più figli, senza talenti, senza giornalisti che chiedano conto delle miserie dei padroni del calcio, rincorriamo solo il passato che non so quanto conosci. A tua differenza, ho un passato di felici emozioni. Avevo 5 anni il primo novembre del 1967 quando mi resi conto che il terreno di calcio era verde e la maglia azzurra al San Vito, non ancora Marulla, vedendo Italia-Cipro. A quel tempo di queste squadre facevamo bocconi, vedendo due gol di Mazzola e una tripletta di Gigi Riva, una sorta di semidio che nel gesto atletico poneva un brio andante oggi a voi sconosciuto. E poi ho visto la partita del secolo all’Azteca contro i tedeschi, le notti argentine, la Spagna di Bearzot e Pertini, Baggio che sbaglia in finale il rigore a Pasadena ai Mondiali, il cucchiaio di Totti, il cielo azzurro di Berlino. In quella squadra c’erano tre calabresi quando tutto era possibile. Vincenzo Iaquinta da Crotone, Simone Perrotta aveva cominciato a tirare calci, pensa tu, nel campo del mio paese d’origine, Cerisano, e il monumentale Rino Gattuso da Schiavonea, figlio di pescatore e calciatore.

Avrei voluto raccontarti una fiaba a questo telefono. Quella di Gennarino, “capatosta” calabrese, che finalmente ci portava ai Mondiali riuscendo a dare animo e coraggio a dei don Abbondio della pedata che il coraggio non sanno dove andare a costruirselo. Ci ha messo la faccia e l’ardire Gattuso. Aveva chiesto ai suoi giocatori grande spirito, orgoglio, cattiveria agonistica e capacità di soffrire. Invece hanno fatto solo soffrire dodici milioni di italiani davanti alla televisione ad ascoltare due improbabili commentatori di calcio. Uno buono per l’avanspettacolo, l’altro che sembra stia a recitare una televendita di quadri. L’Italia di Martellini e Pizzul ha perso il talento anche ai microfoni.
Mattia, anche la primavera climatica in queste ore sembra un inverno. Speravo di raccontarti la fiaba del calabrese Gattuso che ci porta ai Mondiali. Avevo visto buoni aruspici prima della fatal Zenica nel sapere che un grosso cane randagio, rimasto incagliato tra i massi del porto di Schiavonea, dove Gattuso ha sempre guardato il suo mare, era stato salvato da pompieri e vigili urbani nel tripudio generale. Mentre invece il contrappasso è stato l’orribile misfatto del cane senza vita trascinato con un cappio da un pick up nella Longobucco che onora con un murales il nazionale da Europeo Mimmo Berardi. Caro Mattia, la nostra Nazionale è in queste ore un cane morto appeso a un cappio e attorno ci danzano le voci più assurde, come quella di Bocchino che dice che è tutta colpa della sinistra se le prendiamo in campo come degli allocchi. Sono un boomer che voleva unirsi a te, Mattia, in un’emozione mai provata per uno dei fenomeni più belli di aggregazione collettiva. Ci resta solo il nostro Gattuso con il suo volto devastato in televisione, le lacrime agli occhi e la dignità di saper chiedere scusa. Quella che manca al presidente della Figc, Gravina, che parla invece di partita eroica. Parafrasando Brecht, caro Mattia, mi vien da dire: guai a quel Paese che ha bisogno di eroi di cartone. Sono queste le differenze tra un figlio di pescatore calabrese e un imprenditore di un’Italia dove la gran parte dell’impresa sa solo essere prenditrice e inchiodarsi alla poltrona. Caro Mattia, dopo la partita sono andato a dormire come una scoria abbandonata e smaniosa di distruggersi.

Per me il calcio è un toccasana e invece ho addosso quintali di malinconia. Ti ho telefonato, Mattia, azzannato da una rumorosa solitudine. Non ho neanche il mio Cosenza a consolarmi. Per paradosso è una squadra che vince, ma un buon epigono di Gravina è stato capace di svuotare il pubblico del Marulla perché ormai i presidenti sono i padroni delle ferriere e del vapore di un calcio cambiato. Seguo le partite dei miei Lupi al telefono leggendo e non guardando neanche in tv, perché gli stadi vuoti mi mettono tristezza. La chiudo qua, Mattia, e non abuso oltre. Grazie per avermi ascoltato. Ti auguro di vero cuore che nel 2034, a cento anni dal primo Mondiale vinto dall’Italia, tu scopra la frenesia e la gioia che ancora mai hai provato di vincerlo, un Mondiale. Sognare è componente principe del tifoso. Intanto fa tanto freddo in questo 2026 e la primavera tarda ad arrivare.

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