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la minaccia globale

L’assalto dei clan ai porti e il virus della corruzione: Gioia Tauro «varco primario per i cartelli sudamericani»

Dall’egemonia della ‘ndrangheta all’espansione del Pcc: l’allarme sui sistemi di allerta nei porti. Il caso del dipendente corrotto: «Pagato 250mila euro per spostare un container»

Pubblicato il: 02/04/2026 – 19:20
di Mariateresa Ripolo
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L’assalto dei clan ai porti e il virus della corruzione: Gioia Tauro «varco primario per i cartelli sudamericani»

ROMA Una mancanza di prevenzione che rischia di portare a una cronicizzazione dei fenomeni criminali, con un crescente pericolo rappresentato dalla criminalità organizzata. Fenomeni che se non monitorati e contrastati si «incancreniscono come un virus all’interno dei paesi all’interno dei quali si verificano». E il “virus” della criminalità globale ha trovato nelle banchine dei porti il suo terreno di coltura ideale, trasformando nodi logistici vitali in infrastrutture alla mercé dei clan. Non si tratta più di singoli episodi, ma di una vera e propria infiltrazione sistemica, come denunciato con dal magistrato Giovanni Tartaglia Polcini, consigliere giuridico presso il Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, durante la sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia.
Analisi che arrivano mentre i dati di cronaca confermano la gravità della minaccia: proprio nei giorni scorsi la Guardia di Finanza di Reggio Calabria ha smantellato nel porto di Gioia Tauro un traffico di quasi 400 chili di cocaina purissima, un carico che avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali oltre 60 milioni di euro.

sequestro droga gioia tauro

Il sequestro è il risultato di un piano d’intervento capillare. Una parte dello stupefacente era nascosta in un container di legname proveniente dal Nord America e diretto in Medio Oriente, individuata grazie allo scanner e alle unità cinofile. Un colpo è stato, poi, messo a segno dai sommozzatori della Guardia di Finanza di Vibo Valentia e Palermo, che hanno scovato i panetti di droga all’interno della chiglia di una nave, abilmente celati nelle bocchette delle prese a mare. Un terzo carico è stato intercettato sul litorale, dove un uomo su una piccola imbarcazione stava tentando di prelevare la droga per portarla a terra.

Il pericolo nei porti e il tema della prevenzione

Sul tema, durante l’audizione del magistrato, la presidente della Commissione Chiara Colosimo, ha aperto il confronto evidenziando come lo scalo calabrese sia ormai considerato un «varco primario per i cartelli sudamericani», chiedendo spiegazioni sugli ostacoli che impediscono di seguire le segnalazioni dei porti di origine. Tartaglia Polcini ha risposto puntando il dito contro un «disallineamento operativo e informativo tra i porti di origine e quelli di destinazione», spiegando che questo limite è causato dall’«assenza di sistemi di allerta precoce». Secondo il magistrato, le rotte seguono le infrastrutture dove i controlli sono meno stringenti, poiché l’organizzazione criminale, ragiona proprio come un’impresa: «È un fatto notorio che i maggiori sequestri degli ultimi anni abbiano riguardato il Nord Europa, come i porti di Rotterdam e Anversa. Ciò accade perché, in mancanza di uno standard unico di controllo, chi deve spedire un carico effettua un calcolo costi-benefici e sceglie lo scalo dove il rischio è minore».
«Proprio in questi giorni – ha spiegato inoltre il magistrato – stiamo lavorando a un’ipotesi di iniziativa progettuale per un porto in Ecuador, dove ha sede un Fusion Center costruito dall’Unione Europea. Si tratta di un centro per la fusione delle informazioni tra le autorità di polizia attive a livello portuale; l’idea è valida, ma deve essere messa in marcia. Non è un caso che l’organizzazione di questa attività coinvolga Francia e Portogallo insieme all’Ecuador, e che l’Unione Europea abbia chiesto anche il coinvolgimento dell’Italia».

Il virus della corruzione, la minaccia del PCC e la nuova rotta africana

Uno dei punti più critici toccati dal magistrato riguarda la vulnerabilità del personale portuale. «Il tema della corruzione è estremamente serio: abbiamo riscontrato il caso di un lavoratore pagato 250mila euro solo per agevolare il trasferimento di un container». Per Tartaglia Polcini, non siamo più davanti a episodi isolati, ma a una vera e propria «cattura di infrastrutture strategiche». Oltre alla storica presenza della ‘ndrangheta, l’attenzione si sposta ora sul Primeiro Comando da Capital (PCC), il colosso criminale brasiliano. «Le fonti aperte confermano la presenza di suoi esponenti in Europa», ha avvertito il magistrato, che ha spiegato: «Suggerirei di concentrare l’attenzione sulle carceri, poiché è attraverso i sistemi penitenziari che avviene la penetrazione del PCC. Abbiamo già osservato questo fenomeno in America Latina: il PCC è un’organizzazione globale presente in atti giudiziari di 22 paesi. 
Non dobbiamo meravigliarcene, poiché conosciamo già il canone della ‘ndrangheta a livello globale, ma spesso manca la prevenzione necessaria a evitare che questi fenomeni si cronicizzino e incancreniscano come un virus all’interno dei paesi all’interno dei quali si verificano questi fenomeni».
L’analisi si è poi estesa all’Africa occidentale, diventata piattaforma strategica di transito. Tartaglia Polcini ha rivelato l’esistenza di «convergenze strategiche tra le rotte del narcotraffico e quelle della migrazione irregolare», annunciando che per l’incontro di Palermo del maggio 2026 sono stati invitati i procuratori di questi paesi per rafforzare la cooperazione.

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