Sottosegretari e polemiche: il vero costo della Calabria è altrove
La politica deve affrontare i nodi strutturali, spiegare le regole che governano la spesa pubblica, difendere con coraggio, competenza e responsabilità gli interessi nazionali e quelli dei territori

LAMEZIA TERME La Calabria rischia il default per i circa 14.470 euro lordi al mese più annessi e connessi che andranno a ciascuno dei due nuovi sottosegretari introdotti dalla Regione? Nessuno sosterrebbe questa tesi, fuori dal contesto politico-elettorale permanente del Belpaese e oltre la società dello spettacolo in cui siamo immersi ogni giorno con i nostri smartphone e alias. Guccini cantava che «i vecchi non sanno, nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero». Oggi, nella dimensione virtuale e onirica del contemporaneo, vero e falso sono spesso invertiti e figli delle dinamiche e pressioni dei media. Pertanto, i fatti e le patologie del sistema scompaiono di colpo come il ragioniere Antonio Patò di Sciascia e Camilleri. Come orientarsi? Questi sottosegretari della Regione sono l’emblema dell’improntitudine della casta, che crea e promuove i suoi papponi come vuole la vulgata nazionale? Il costo delle indennità delle due figure si attesta intorno ai 347 mila euro l’anno. Anche ad aggiungere ulteriori somme per le loro rispettive strutture, l’ordine di grandezza della spesa pubblica non cambia molto, rispetto ai conti complessivi. La polemica si concentra dunque su una cifra in apparenza d’impatto, però il cuore del problema è altrove.
Il costo del “palazzo”
Il Consiglio regionale della Calabria costa tra gli 80 e i 100 milioni di euro all’anno, fra indennità degli eletti, personale e funzionamento. Non è un’anomalia rispetto ad altre regioni. Diventa però rilevante se rapportata alle debolezze del sistema economico regionale e alla sofferenza dei servizi pubblici. Qual è allora il tema vero? Bisognerebbe considerare la composizione della spesa e la sua coerenza con i bisogni collettivi.
Maastricht, Fiscal Compact e pareggio di bilancio
Per capire bene, vanno osservate le regole della finanza pubblica. Il Trattato di Maastricht ha fissato i parametri di riferimento: il deficit entro il 3 per cento del Pil e il debito pubblico al 60 per cento del Pil. Con il Fiscal Compact e con la riforma costituzionale del 2012, il sistema si irrigidisce. L’obbligo del pareggio di bilancio viene scritto nella Costituzione e si stabiliscono dei percorsi di rientro dal debito.
Di conseguenza, si riduce lo spazio di manovra dello Stato. Da un lato, le leggi di spesa devono trovare la relativa copertura; dall’altro, il debito pubblico, oltre il 140 per cento del Pil, porta a ridurre – anche drasticamente – finanziamenti e investimenti per contenere il costo degli interessi.
La fine di Bretton Woods e il cambio di paradigma
Con la fine tra il ’71 e il ’73 degli accordi di Bretton Woods, già in crisi molti anni prima, cessa il sistema dei cambi fissi ancorati all’oro. Le monete diventano perciò valute fiat. Allora i mercati finanziari acquistano centralità e gli Stati perdono strumenti diretti di controllo sulla moneta e sul credito. L’introduzione dell’euro consolida questa trasformazione. La politica monetaria viene affidata a una banca centrale indipendente, sottratta al controllo politico diretto. Le Regioni operano all’interno di questo schema e non hanno autonomia monetaria, non possono espandere liberamente la spesa, dipendono dai trasferimenti statali e devono rispettare equilibri alquanto stringenti.
Il nodo della sanità e i criteri di riparto
Il Fondo sanitario nazionale supera i 130 miliardi di euro. La ripartizione avviene sulla base del fabbisogno standard, con un peso determinante attribuito all’età della popolazione. Le regioni con una maggiore quota di anziani ricevono di più. La Calabria ha condizioni socioeconomiche peggiori e bisogni sanitari elevati, ma riceve meno risorse pro capite rispetto al fabbisogno reale. Il criterio demografico non tiene conto a sufficienza della deprivazione sociale, della dispersione territoriale e delle difficoltà di accesso ai servizi. Vi si aggiunge il Piano di rientro, che limita la capacità di spesa. Il risultato è una sanità in crisi, con una mobilità passiva che passa i 300 milioni di euro all’anno.
Spesa militare e vincoli di bilancio
L’Italia ha assunto l’impegno di avvicinarsi al 2 per cento del Pil per la difesa. La spesa complessiva si colloca già oggi nell’ordine dei 30-35 miliardi annui ed è destinata a crescere ulteriormente per rispettare questo obiettivo. L’aumento avviene nel quadro vincolato più sopra riassunto. L’incremento delle risorse richiede le corrispondenti coperture o un maggiore deficit, sicché gli spazi per altri interventi si riducono in maniera significativa.
Il nodo del signoraggio
Nell’Eurozona la moneta viene emessa dalla Banca centrale europea attraverso il Sistema delle banche centrali nazionali. La creazione della moneta avviene a costo irrisorio rispetto al valore nominale. Gli Stati, però, non ricevono quella moneta come trasferimento diretto e devono finanziarsi emettendo titoli di debito. La liquidità immessa nel sistema viene quindi ottenuta a fronte di un debito da restituire con i relativi interessi. La moneta, nata quale strumento di scambio, è divenuta anche fonte di obbligazione finanziaria. Questo aspetto limita e condiziona l’autonomia fiscale degli Stati e li vincola ai mercati.
Emergenze e risorse insufficienti
Dopo il ciclone Harry, lo stanziamento di 100 milioni per tre regioni del Sud, tra cui la Calabria, appare insufficiente rispetto ai danni. Copre la prima risposta ma non serve alla ricostruzione. Il vincolo di bilancio condiziona fortemente la portata degli interventi, non soltanto per questo caso recente.
Energia: lo scenario dopo il 7 aprile
Con la fine degli effetti sulle accise prevista per il prossimo 7 aprile, i prezzi dei carburanti sono destinati a salire. Alcune stime, tra cui quella della testata Quattroruote, indicano che il diesel toccherà i 2,5 euro al litro. Le tensioni internazionali, con il coinvolgimento dell’Iran e la pressione sui mercati petroliferi, possono aggravare la situazione. Nel breve periodo si registra un aumento dei costi per famiglie e imprese. Nel medio periodo crescerà l’inflazione e si ridurrà il potere d’acquisto.
Il confronto: quanto costa vivere oggi
Negli anni Ottanta, prima di Maastricht e dell’euro, una famiglia italiana poteva acquistare un’auto utilitaria con l’equivalente di 6-8 mensilità di reddito medio. Oggi, per un’auto familiare di fascia media, servono 12-15 mensilità; spesso con ricorso al credito. Il rapporto tra redditi e beni durevoli si è oltremodo deteriorato. I salari reali hanno perso potere d’acquisto. Il sistema economico si è spostato verso una maggiore dipendenza dalla finanza e dal debito.
Oltre la polemica sulle poltrone
Il costo dei sottosegretari rappresenta allora una quota marginale. I vincoli europei, la struttura del debito, i criteri di riparto sanitario, la spesa militare e la dinamica energetica incidono in misura determinante. Continuare a discutere solo di poltrone significa dunque restare in superficie. La politica deve affrontare i nodi strutturali, spiegare le regole che governano la spesa pubblica, difendere con coraggio, competenza e responsabilità gli interessi nazionali e quelli dei territori. In un mondo interdipendente, dinamiche economiche, energetiche e geopolitiche funzionano come sistemi complessi. Di conseguenza, una variazione anche minima in un punto può produrre effetti amplificati altrove, secondo quella logica che nella teoria del caos è nota come «effetto farfalla». Spesso, però, data la complessità del presente e l’interdipendenza delle vicende che accadono nel pianeta, la politica – affannosamente in cerca di consensi – ricorre alla demagogia, a ricostruzioni banali, alla semplificazione e alla propaganda, con l’effetto di distrarre le masse e di nascondere le cause dei problemi e le responsabilità istituzionali. Così, però, non si riducono i costi delle bollette e della benzina, non si potenziano gli ospedali né si sostengono i servizi pubblici, lo Stato sociale, le imprese e le famiglie. Allora l’accanimento contro i sottosegretari regionali, puramente simbolico, diventa una misura dell’impotenza e della rassegnazione in ambito politico. (redazione@corrierecal.it)
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