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l’intervista del corriere della calabria

Biagio Lecce, il pastificio e il Cosenza calcio. Il figlio Piergiorgio: «Papà era un visionario» – FOTO

Dalla guerra al successo internazionale, tra innovazione, sport e una comunità che ancora lo ricorda

Pubblicato il: 05/04/2026 – 10:55
di Francesco Veltri
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Biagio Lecce, il pastificio e il Cosenza calcio. Il figlio Piergiorgio: «Papà era un visionario» – FOTO

COSENZA C’è un luogo, a pochi passi da Cosenza, dove il tempo sembra essersi fermato. È lungo il fiume Busento, tra silenzi che sanno di ferro e farina, tra muri che ancora trattengono il respiro di un’epoca. Lì sorge ciò che resta del Pastificio Lecce, una storia nata in un tempo di miseria e guerra, che forse avrebbe meritato un finale diverso. Sì, perché quella struttura enorme che oggi vive di ricordi, non è solo un edificio. È una memoria ancora viva, con un cancello davanti a non far passare più nessuno.
E dentro quella memoria, dietro quel cancello arrugginito, sembra vivere ancora Biagio Lecce, il commendatore. Un uomo che ha unito impresa e senso di comunità.
A raccontarlo oggi è uno dei suoi cinque figli, Piergiorgio, con una voce che non indulge alla nostalgia, ma la attraversa.

Dove tutto comincia

Biagio Lecce

«Mio padre aveva una visione», dice al Corriere della Calabria. «E per quegli anni, soprattutto in questa terra, non era una cosa comune».
È il 1934 quando da un piccolo mulino a Spezzano Sila, Biagio Lecce si trasferisce a Cosenza insieme alla moglie Maria. Da mugnaio acquisisce il Mulino Sant’Antonio a piazza Riforma per continuare a produrre farina. Lì dentro nasceranno e cresceranno i suoi figli. Al piano di sopra si dorme, sotto si lavora sodo. E quando arriva la guerra, quella stabilità non si spezza. Si vive in mezzo alla paura, ma si continua a sgobbare. I contadini portano il grano, i mulini lo trasformano.
Passo dopo passo, però, nasce un’idea inaspettata, folle, che però diventerà impresa: fare pasta, sì, ma farla bene, farne tanta, farla arrivare lontano. Non è solo economia: è un servizio pubblico. Un’idea complessa oggi, tanto più in un’epoca in cui la Calabria sembrava ancora più lontana dal mondo reale.
«Il prefetto e il sindaco di Cosenza – spiega Piergiorgio – chiesero a mio padre di realizzare un pastificio per soddisfare le esigenze di una popolazione affamata e sfinita dalla guerra. Papà inizialmente rimase perplesso, lui sapeva realizzare la farina mentre la pasta no, non l’aveva mai fatta. E poi, sarebbero serviti macchinari totalmente diversi. Il punto è che non era da lui arrendersi. E allora studia, viaggia, si informa e in poco tempo riesce anche in quell’impresa. Da lì è iniziata l’avventura della Pasta Lecce».
Si va avanti così anche dopo il conflitto mondiale. Per anni, quasi due decenni. Poi, si sale a Vadue di Carolei, dove ancora oggi c’è quel cancello chiuso con il lucchetto: ventimila metri quadrati di lavoro, macchine, voci.
Nel tempo, il Pastificio Lecce diventa una casa grande, moderna, per centinaia di persone
. Un’azienda costruita pezzo dopo pezzo dal commendatore Lecce. Un’azienda con circa duecento operai. Duecento storie, seguite da vicino. Duecento famiglie che per oltre sessant’anni troveranno lì dentro non solo uno stipendio, ma una direzione, una casa.
«Era un riferimento, un punto fermo», racconta Piergiorgio. «Per molti, era tutto».

Il coraggio di andare oltre

Ma facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a Cosenza e a quel mulino di piazza Riforma trasformato in qualcosa di più grande. Nel dopoguerra, mentre il Paese prova a rimettersi in piedi, il Pastificio Lecce cresce rapidamente. Dal 1946 la produzione diventa continua. Si lavora quasi ogni giorno dell’anno. La pasta parte da Cosenza e arriva dappertutto, sempre più lontano. Addirittura fino agli Stati Uniti, da cui negli anni Cinquanta giunge un riconoscimento che sa di consacrazione. Quel marchio sta già diventando un orgoglio calabrese su scala nazionale e internazionale.
Ma non basta. Perché Biagio Lecce non si accontenta di crescere. Vuole cambiare.
«Aveva una curiosità incredibile», dice Piergiorgio. «Guardava sempre avanti, non si accontentava».
E così, quando in Italia i computer sono poco più che un pensiero da studiare, a Cosenza occupano già stanze intere: schede, nastri, numeri.
È il 1964. Il Pastificio Lecce, ora a Vadue di Carolei, grazie all’intuizione di Antonio, il primogenito del commendatore, è l’unico cliente IBM in Calabria. «Sembrava fantascienza», sorride Piergiorgio. «E invece era solo mio padre».
Quei macchinari – enormi, costosi, complicati – servono a organizzare, a prevedere, a razionalizzare. Servono a dire che anche da qui si può innovare.
Intanto, la Pasta Lecce entra nelle case degli italiani anche dalla televisione. Arriva sul famoso “Carosello” della TV di Stato. I fusilli diventano un must dell’azienda.


Investimenti enormi, quasi impensabili per l’epoca. E poi il grande giorno, 4 maggio 1966, in cui arriva nientemeno che il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, per inaugurare il nuovo stabilimento. Ci sono anche le telecamere della Rai a riprendere l’incontro. Nelle foto di una giornata che resterà impressa per sempre, tra la folla si intravede anche la figura di quello che 11 anni dopo diventerà il Capo dello Stato più amato e iconico della storia italiana: Sandro Pertini. Il presidente partigiano.
Insomma, Cosenza e il suo territorio, per un lungo attimo, sono al centro di ogni cosa.

La morte del commendatore, il fuoco, e poi ancora vita

Ma come ogni favola che si rispetti, arrivano le prime lacrime. E non è facile smettere di piangere. Nel 1979, troppo presto per tutto quello che ancora voleva fare, muore il commendatore. Un ictus se lo porta via a soli 71 anni. È una botta tremenda per i familiari, per i suoi dipendenti, per una comunità intera. Viene a mancare il punto di riferimento dell’azienda. Ma il suo progetto non può fermarsi proprio adesso. I figli Tonino, Annamaria, Piergiorgio, Roberto e Brunella si rimboccano le maniche e vanno avanti.
Le grandi storie, però, conoscono sempre una crepa ancora più grande. E così, nel 1987 il fuoco cancella tutto. Lo stabilimento viene distrutto da un incendio. Macchine, lavoro, ricordi.
«Sembrava la fine», spiega Piergiorgio
.
E invece no.
Nel giro di un anno, tutto torna in piedi. Più forte, forse. Più moderno. Con nuovi sistemi, nuove macchine. Una, in particolare, inscatola automaticamente i cannelloni: un piccolo prodigio di tecnologia.
Intanto, negli anni Ottanta, arriva l’accordo con Barilla, che mette sulle sue scatole di pasta il marchio calabrese. Il Pastificio Lecce si specializza. Diventa un punto di riferimento per i formati tradizionali, quelli che richiedono esperienza, ingegno, macchinari unici. Il fusillo resta la perla.
Si produce anche per altri grandi nomi: De Cecco, Divella, Voiello. E persino oltre oceano. Sono anni di forte attività.

Il paradosso della fine

Poi, all’improvviso, qualcosa si incrina. Non è la qualità, né il mercato. Nemmeno il lavoro. «Le richieste c’erano», dice Piergiorgio. «E anche tante». Mancano, invece, le condizioni per andare avanti. I finanziamenti richiesti per soddisfare le esigenze dei clienti non arrivano. Le porte restano chiuse. Anche quando servirebbe solo continuare, non iniziare. Nasce perfino una nuova linea – “Orgoglio calabrese” – che funziona, piace. Ma non basta.
Nel 2003, dopo oltre sessant’anni di attività, il Pastificio Lecce chiude. Restano gli ultimi operai, i macchinari fermi e il silenzio lungo il fiume.

L’uomo che non doveva fare calcio

Ma Biagio Lecce non è stato solo industria. «Il calcio non era il suo mondo», chiarisce Piergiorgio. «Come per il Pastificio, ci è arrivato quasi per caso. Anche qui, quasi costretto dalle istituzioni a buttarsi in questa avventura». Ma ci entra come faceva ogni cosa: fino in fondo. Diventa presidente del Cosenza calcio in anni delicati (prima dal 1951 al 1953, poi, dopo la morte di Salvatore Perugini, dal 1960 al 1964) e costruisce qualcosa che va oltre i risultati. «Voleva bene ai giocatori», dice il figlio. «Si preoccupava per loro davvero». Li aiutava, li consigliava, li trattava come non faceva con i figli. Sì, perché, Tonino, Annamaria, Piergiorgio, Roberto e Brunella crescono con regole chiare, durissime: niente scorciatoie. «Dovevamo cavarcela da soli».

Il calcio come racconto

Poi ci sono le domeniche. Quelle che restano. La promozione in serie B, per esempio. Una partita sospesa nell’attesa. La squadra arriva a fine campionato stanca, e allora il presidente si inventa un trucco geniale per quel periodo: ritardare l’inizio e collegarsi telefonicamente con un altro campo. Verso la fine della partita, Biagio Lecce sale sulla tribuna del vecchio stadio “Emilio Morrone”, prende il microfono e cambia tutto. «Il Trapani ha perso, siamo in serie B».
Un attimo, e lo stadio esplode di gioia.
Oppure l’elicottero che atterra sul campo, con Silvio Piola a bordo. Una scena che sembra cinema.
E ancora le trattative di mercato, condotte con intuizione pura, pur non essendo un uomo di calcio. L’amicizia con Angelo Moratti, lo storico patron dell’Inter, gli affari costruiti più sulle relazioni che sui numeri. E poi quella battuta lasciata a Gipo Viani, direttore tecnico del Milan, a cui aveva chiesto qualche calciatore di spessore per il suo Cosenza. “Commendatore – aveva detto scherzando Viani – lo vuole questo ragazzo?”.  “Grazie Gipo – aveva risposto con lo stesso tono sfottente il presidente del Cosenza – ma mi sembra troppo gracilino”.
Quel ragazzo era Gianni Rivera, già un fenomeno del calcio italiano.

Le cose che restano

Ma forse Biagio Lecce si racconta meglio nei dettagli. Nell’immagine domestica della moglie Maria che cuce le bandiere delle squadre ospiti, ogni settimana, con pazienza e orgoglio. Si racconta in quell’unica trasferta insieme, sul campo del Genoa, finita con un’esultanza sbagliata (avevano segnato i Grifoni e non i Lupi) e una risposta pronta: «si esulta sempre per una squadra rossoblù».
Il commendatore potrebbe raccontarsi meglio in quella frase semplice, definitiva: «io non vendo figli», riferita proprio a Piergiorgio, giovane talentuoso portiere del suo Cosenza richiesto dai club di serie A.

Oltre il tempo

Alcune storie non si fermano con le persone. «Ancora oggi in tanti ricordano mio padre, perché oltre ad essere stato un grande imprenditore, si è sempre mostrato leale e onesto con tutti», rivela Piergiorgio. «E lo fanno con affetto vero». Lo farà anche il Comune di Cosenza il prossimo 13 aprile con un evento speciale. Ed è forse questo il segno più chiaro. Più di un’azienda di successo, più di una promozione in serie B, più di un investimento.
Un uomo che ha lasciato un segno concreto negli altri e nella sua terra che spesso dimentica o non vede ciò che andrebbe visto veramente.
La sensazione, osservandolo da oltre quel cancello sbarrato, è che il Pastificio Lecce, oggi fermo lungo il Busento, conservi ancora la sua storia. A guardarlo da fuori, appare pieno di tutto quello che è stato. E di quello che, anche nel silenzio, continua a essere. (f.veltri@corrierecal.it)

Foto gentilmente concesse dalla famiglia Lecce

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