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processo “Recovery”

Cosenza, i flashback del pentito “Micetto”. La droga acquistata dai Pesce di Rosarno e il pusher costretto a pagare 60mila euro per il sottobanco

L’ex referente dei “Banana” fa capolino in videocollegamento in Corte d’Assise. «Tutte le mattine portavo i soldi dell’eroina a mio fratello»

Pubblicato il: 09/04/2026 – 14:07
di Fabio Benincasa
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Cosenza, i flashback del pentito “Micetto”. La droga acquistata dai Pesce di Rosarno e il pusher costretto a pagare 60mila euro per il sottobanco

COSENZA Celestino Abbruzzese negli ambienti criminali era conosciuto con il soprannome di “Micetto”, era parte attiva della famiglia del clan “Banana” di Cosenza: sodalizio che vantava il monopolio della vendita di eroina nel territorio bruzio. «Tutte le mattine alle 10 portavo i soldi provento della vendita di eroina a mio fratello Luigi», ricorda in aula il pentito, detenuto dal 2015 fino alla decisione di collaborare con la giustizia datata 2028. Abbruzzese fa capolino – questa mattina – in videocollegamento nel corso dell’udienza del processo “Recovery“: in Corte d’Assise a Cosenza, l’ex uomo degli “Zingari” riporta indietro la memoria ad un passato recente, sollecitato prima dalle domande della pm Filomena Aliberti e poi a quelle degli avvocati del collegio difensivo.

La droga dai Pesce di Rosarno

L’eroina era un affare in mano solo agli Zingari, ribadisce Abbruzzese. «Quando è stata portata a Cosenza prima a spacciarla erano i fratelli “crapari”, poi gli “Italiani” dissero che avremo potuto spacciarla noi mentre la cocaiana dovevamo prenderla solo da loro». Questo monopolio sarebbe durato 17anni anni, «dal 2001 al 2018» precisa il pentito. Che poi riferisce in merito ai canali di approvvigionamento. «Capitava di prendere del “materiale” (droga, ndr) dal clan Pesce di Rosarno e da Cassano allo Ionio» e nella Sibaritide diventata feudo dei cugini degli Abbruzzese. In una fase successiva, ammette “Micetto”, «abbiamo preso droga da Roberto Porcaro e quindi dagli “Italiani”, precisamente dal 2015 in poi». Il capitolo reggino interessa all’avvocato Carlo Monaco, che nel controesame sollecita il collaboratore di giustizia a ricordare nomi e fatti di droga avvenuti nel territorio di competenza dei Pesce. «Ci rifornivamo a Rosarno, dai Pesce, dal 2001 fino al 2005. Quando andavo nel reggino – prosegue il pentito – parlavo con un tale Francesco e un tale Giovanni, il primo era soprannominato “Ciccio” e ricordo che poi è stato ucciso». Celestino Abbruzzese riferisce ulteriroi particolari inerenti il luogo dove sarebbe avvenuto l’acquisto delle partite di stupefacenti. «Uscivo allo svincolo autostradale di Rosarno, giravo a destra e percorrevo circa 4-5 km, ricordo che vicino c’era un supermercato e in quelle case adiacenti un bar. Chiamavo i ragazzi dei Pesce dal bar oppure andavo direttamente a casa di Giovanni, percorrendo una strada imboccata» qualche metro prima del punto di ristoro. I ragazzi erano più giovani di me». E i pagamenti? «Ero io a portare i soldi a Giovanni e Ciccio, ricordo che abbiamo pagato la droga anche con delle auto: una volta con una Audi A3, altre volte con una moto Suzuki e una Golf».
Non solo il reggino. Abbruzzese ricorda gli approvvigionamenti «dai miei cugini di Cassano, Luigi Abbruzzese figlio di “Dentuzzo” e lo zio “Semiasse”, Nicola Abbruzzese. C’erano poi dei periodi in cui mancava materiale per alcuni sequestri e ci rifornivamo da altre parti».

L’organizzazione dello spaccio e il sottobanco

Una volta acquista, la droga veniva piazzata sul mercato cosentino grazie ad una fitta rete di pusher. «C’erano ragazzi intranei al clan degli “Zingari”, alcuni erano anche assuntori», cirocstanza quest’ultima che per “Micetto” procurava problemi. «Avevano le mani bucate». Sono le domande della pm prima e poi della presidente della Corte d’Assise, Paola Lucente, a sollecitare il collaboratore di giustizia a ricordare cosa accadesse a coloro che praticavano il “sottobanco”. Il riferimento è all’acquisto di droga fuori dal cosiddetto “Sistema”, il circuito interno alimentato e sostenuto dai clan cosentini era l’unico reesponsabile della vendita di stupefacenti. «Chi praticava il sottobanco, quando veniva scoperto, era punito e poi costretto a versare una somma nella “bacinella”, danaro poi diviso tra “Italiani” e “Zingari”». Abbruzzese ricorda un particolare episodio. Nel 2012-2013, un pusher dedito al sottobanco è stato convocato da «mio fratello Luigi che lo ha picchiato e costretto a versare 60mila euro». Qualcuno è stato anche gambizzato, a tal proposito i flashback compiuti da “Micetto” tornano al 2013. «Pietrangelo Meduri è stato gambizzato perché ha fatto sottobanco. Aveva difficoltà a coprire il costo della droga, mio cognato Antonio insieme ai miei fratelli sono andati a recuperare il denaro». La discussione si trasfoermerà in lite quando «mio fratello Nicola ha preso la pistola e lo ha gambizzato».

Il costo della droga

La filiera della droga, dall’acquisto fino alla cessione in dosi agli assuntori, muove migliaia di euro. Sui costi e sul valore della polvere bianca, il pentito riferisce precisi dettagli. «Prendevamo la droga a 18 euro al grammo, parlo di eroina, e la vendevamo a 40 euro, mentre la cocaina poteva costare dai 40 ai 50 euro e veniva immessa sul mercato a 70-80 euro. Ma alcuni pusher «la piazzavano a 100 euro». Sollecitato dalle domande dell’avvocato Cristian Crisitano, in fase di controesame, Abbruzzese riferisce di aver acquistato della droga anche dai propri fratelli e «nel prezzo era compresa la quota destinata alla bacinella». Della cassa comune della mala confederata, Abbruzzese aggiunge: «Per conto degli “Zingari”, fino all’arresto, della bacinella si occupava Ettore Sottile, dopo è toccato a Cosimo Bevilacqua e successivamente anche ai miei fratelli: Marco e Luigi insieme a mio cognato Antonio e mio cugino Gino». Per gli “Italiani”, invece, «se ne occupava Porcaro».
L’avvocato Giorgia Greco chiede all’ex referente dei “Banana” se l’accordo tra i due clan cosentini avesse un nome, la risposta è negativa. La sollecitazione riguarda, con ogni probabilità, l’esistenza della Confederazione di ‘ndrangheta che metterebbe insieme diversi gruppi operanti nel Cosentino e uniti da un’unica cassa comune sebbene ogni sodalizio mantenga una propria indipendenza.

Dissidi e debiti

Il business degli stupefacenti, sebbene fiorente, non è esente da dissidi. La vendita di droga incide enormemente nei bilanci dei sodalizi criminali. Celestino Abbruzzese ricorda di un debito accumulato da suo nipote con Gianfranco Sganga, anche se precisa il pentito «non l’ho mai visto». “Micetto” si interessa della questione e invia un emissario di fiducia da Sganga per chiedere «di poter restituire i soldi un po’ alla volta». La risposta sarà affermativa. Sul profilo dello stesso Sganga, il pentito riferisce quanto di sua conosce. «Spacciava droga e aveva un suo gruppo».
Il collaboratore di giustizia, prima della chiusura dell’udienza ha modo di soffermarsi su un altro episodio. «Antonio illuminato, lavorava per Salvatore Ariello, e aveva litigato con Roberto Porcaro ma non conosco il motivo. Ricordo che è stata bruciata una macchina allo stesso Illuminato e che poi hanno sparato alla serranda di un uomo» identificato come il «compare di Porcaro». Sul fatto, tuttavia, “Micetto” precisa di non avere informazioni ulteriori. Domani si torna in aula, toccherà al pentito Ivan Barone rispondere alle domande sulla criminalità organizzata nel cosentino. (f.benincasa@corrierecal.it)

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