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“Cutro, 94… and more”, film che inquadra la Calabria come confine fra umanità e indifferenza

È anche un documento di resistenza intellettuale che sottolinea il primato dell’aspetto umano nell’analisi e nel giudizio delle migrazioni per mare

Pubblicato il: 10/04/2026 – 10:14
di Emiliano Morrone
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“Cutro, 94… and more”, film che inquadra la Calabria come confine fra umanità e indifferenza

Il cinema civile si arricchisce di un’opera fatta di recente in Calabria, molto coraggiosa e d’indubbia valenza etica. “Cutro, 94… and more” riassume la tragedia immane del 26 febbraio 2023, avvenuta a poche decine di metri dalla spiaggia di Steccato, in provincia di Crotone. Il lungometraggio – di un’ora, sette minuti e 21 secondi – è anche un documento di resistenza intellettuale che sottolinea il primato dell’aspetto umano nell’analisi e nel giudizio delle migrazioni per mare dai luoghi di guerra, regime e oppressione. Con il prestigioso patrocinio di Amnesty International, il film funge da baluardo contro il tentativo di disumanizzare le vittime, spesso ridotte dal linguaggio burocratico a freddi codici alfanumerici. Regia e produzione sono firmate da Angelo Resta, filmmaker calabrese la cui poetica ha tratto materiali e orizzonti da una lunga collaborazione con il maestro Pupi Avati. Questa eredità artistica si esprime in un rigore formale che respinge il patetismo e predilige il racconto obiettivo, che dunque sfocia in denuncia politica in senso lato. La sceneggiatura – firmata pure dai giornalisti Vincenzo Montalcini e Bruno Palermo, insieme all’attore Francesco Pupa – trasforma il dato biografico in un’indagine civile utile e significativa. L’opera nasce dallo sguardo di professionisti che conoscono il territorio e le sue lacerazioni, sicché portano alla luce le incongruenze di quell’evento dolorosissimo del 2023, che la coscienza collettiva non dovrebbe archiviare come fatalità imponderabile.

Doppio piano di lettura: profondità esistenziale e denuncia civile

La pellicola procede su due binari paralleli. Da un lato, emerge quello di una profondità esistenziale che interroga lo spettatore sulle ingiustizie globali, motori immobili di fughe disperate verso una libertà promessa e mai raggiunta. Le immagini iniziali, con i segni dei corpi restituiti dal mare, evocano lo smarrimento teologico e filosofico che Hans Jonas riservò allo sterminio degli ebrei: il naufragio dell’umanità intera di fronte alla sofferenza. Come ad Auschwitz, anche sulle rive di Steccato di Cutro l’umanità sembra infrangersi in un vuoto di senso. Il film induce a riflettere sulla fine di storie, speranze e diritti di persone sofferenti, disposte al rischio cosciente pur di sottrarsi a persecuzioni continue e alla privazione della libertà. Dall’altro lato, il film costituisce una denuncia civile sferzante, focalizzata sui mancati soccorsi nelle ore precedenti all’affondamento del caicco “Summer Love”. In particolare, vi è una ricostruzione chirurgica: dalla scoperta dei primi resti sulla spiaggia fino al silenzio assordante nel Palamilone di Crotone, dove l’allineamento delle bare diventa il simbolo di una ferita che la politica ha provato a suturare con la burocrazia piuttosto che con l’empatia. 94 vite spezzate non sono un puro numero, ma volti come quello del piccolo Hasib (KR46MO) o della giornalista e attivista Torpekai Amarkhel, cui il film restituisce il nome e la dignità.

Il logos violato: l’analisi linguistica di Emanuele Fadda

Il nucleo teorico della pellicola risiede nel contributo di Emanuele Fadda, docente di Filosofia e teoria dei linguaggi nell’Università della Calabria. Intervistato, Fadda opera una decostruzione delle parole utilizzate per raccontare la tragedia. Secondo il docente, quanto avvenuto non deve essere considerato un “naufragio”, termine che richiama un evento accidentale. Attraverso l’analisi delle parole chiave della narrazione ufficiale, emerge che il linguaggio – questa la tesi del film – è stato spesso utilizzato per sollevare le istituzioni dalle proprie responsabilità. Il film documenta la “mostruosità” di una comunicazione che trasforma la vittima in colpevole. La riflessione di Fadda si intreccia con le testimonianze di giornalisti crotonesi come Giuseppe Pipita e Francesca Travierso, i primi a giungere sul luogo del disastro, i cui racconti rendono chiaramente la dimensione dell’orrore immediato, lontano dalle asettiche ricostruzioni ministeriali.

La critica istituzionale e il paradosso dei soccorsi

La pellicola analizza con freddezza le reazioni dei vertici dello Stato. Al centro della critica ci sono le dichiarazioni del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi; il quale, a ridosso della tragedia, definì irresponsabili gli imbarcati in condizioni di evidente rischio. A questo giudizio il film oppone l’idea che il desiderio di dignità possa superare la paura della morte. Altro punto considerato è la gestione tecnica dell’intervento. Il documentario riporta le posizioni di Vittorio Aloi, all’epoca comandante della Capitaneria di Porto di Crotone. Aloi chiarì che i mezzi della Guardia Costiera avrebbero potuto operare anche con mare forza 8, mentre quella notte si registrava forza 4. Nonostante la capacità tecnica di intervenire, le motovedette rimasero ormeggiate poiché l’evento fu trattato come operazione di polizia e non come soccorso. Per inciso, il comandante Aloi, poco dopo aver espresso tali opinioni sulla possibilità d’intervento, è stato trasferito ad altro incarico, distante dalla linea di comando operativa.

La metafisica del dolore e la “mostruosità di Cristo”

L’opera si spinge oltre la cronaca per abbracciare una riflessione metafisica sulla responsabilità, che ci rinvia riflessivamente alla “mostruosità di Cristo”, intesa, parafrasando l’intellettuale Slavoj Zizek, come rispetto incondizionato dell’arbitrio umano. Se pensiamo alla questione sull’onnipotenza di Dio sollevata da Hans Jonas a proposito della Shoah, lo schianto contro una secca del caicco “Summer Love”, su cui viaggiavano circa 180 profughi, diviene l’emblema del fallimento della coscienza contemporanea. Il richiamo a Jonas si fa sentire nel silenzio di fronte alle onde furiose dello Ionio. Perché i decisori dello Stato non hanno prevenuto un epilogo prevedibile? Il film pone indirettamente la domanda e contesta il comportamento tenuto dallo Stato italiano e gli indirizzi politici a favore dei respingimenti.

Il contrasto politico tra Mattarella e Meloni

Il documentario propone anche un divario etico tra cariche dello Stato. Da un lato, la visita del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il cui omaggio silenzioso ai feretri ha rappresentato un momento di manifesta connessione tra le istituzioni e il dolore del territorio. Dall’altro, la condotta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, criticata per non aver voluto far visita ai corpi delle vittime al Palamilone e per aver indetto un Consiglio dei ministri a Cutro, percepito come atto tardivo e di propaganda. Il film racconta pure dell’intento governativo di trasferire le bare verso Bologna e la ferma opposizione dei familiari e della popolazione calabrese, che, secondo gli autori dell’opera cinematografica, impedirono un ulteriore sradicamento, un ultimo affronto ai corpi già violati dal mare.

La Calabria tra umanità e indifferenza

Ancora, “Cutro, 94… and more” inquadra la Calabria come un confine fisico e metafisico fra umanità e indifferenza. Di solito, le potenze occidentali innalzano dei muri muri o si limitano a una retorica di convenienza. Invece, la terra dei calabresi – per storia popolo di migranti – ha risposto con una solidarietà radicale e riconosciuto nei volti dei superstiti il proprio destino. La pellicola trasforma le 94 vittime in presenze vive. Soprattutto, pone la Calabria al centro di un dibattito universale: la scelta tra la mostruosità di un capitalismo disumano che maneggia le vite come merci e il coraggio di quanti continuano a difendere il sacro diritto di esistere. Il film diventa così la prova documentale che, se l’indifferenza è il confine, l’umanità è la sponda che ancora dobbiamo imparare a raggiungere. Peccato che nel documentario manchi una citazione di “Arithimòs KR46M0, KR14F9”, la performance che il compianto registra teatrale Giancarlo Cauteruccio svolse il 26 marzo 2023, a un mese dalla tragedia di Steccato, per cui coinvolse numerosi artisti calabresi in un progetto di presenza e memoria. L’opera di Angelo Resta è un tributo alla “restanza” e all’accoglienza. Un monito affinché il tempo del silenzio venga sostituito dal tempo della parola e della verità.

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