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Catanzaro, la maturità e il dolore. Cosenza, il peso delle parole e dei playoff. Crotone, quello che conta davvero adesso

Le Aquile possono puntare alla serie A. Il quarto posto dei Lupi e e la lettera di Guarascio. Per gli Squali stagione segnata fuori dal campo

Pubblicato il: 27/04/2026 – 10:28
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Catanzaro, la maturità e il dolore. Cosenza, il peso delle parole e dei playoff. Crotone, quello che conta davvero adesso

Ci si avvicina ai playoff di B e C. Il Catanzaro, a due giornate dalla fine del campionato, ha ipotecato il quinto posto mentre in serie C Cosenza e Crotone da maggio inizieranno il loro cammino verso la B.

Catanzaro, la maturità e il dolore

Il Catanzaro, a questo punto della stagione, ha smesso di giocare a nascondino. La vittoria piena contro lo Spezia non è solo un risultato, ma una dichiarazione d’intenti: il quinto posto non è un traguardo, è un punto di partenza. E forse è proprio questo il salto di qualità più evidente rispetto alle stagioni precedenti, quando il sogno si fermava a un passo dalla finale. Oggi, invece, la squadra di Alberto Aquilani ha il passo di chi sa dove vuole arrivare.
C’è un dettaglio che racconta più di altri questa maturità: il Catanzaro oggi funziona anche senza il suo uomo simbolo. L’assenza (parziale) di Pietro Iemmello non ha inceppato il meccanismo, anzi ne ha rivelato la profondità. Una squadra che non dipende più solo dal suo leader è una squadra che ha imparato a conoscersi davvero.
Dietro c’è solidità, con Brighenti e Antonini a dare ordine e sostanza. In mezzo, Petriccione è tornato a dettare i tempi con quella naturalezza che si era un po’ smarrita, mentre Pontisso garantisce equilibrio. E poi c’è la leggerezza, quella che spesso fa la differenza: Favasuli, Liberali e soprattutto Pittarello, che ha scelto proprio Catanzaro per scoprire la miglior versione di sé. La doppietta allo Spezia non è un episodio, ma una conferma.
La sensazione è che, rispetto al passato recente, queste Aquile abbiano qualcosa in più: una consapevolezza diversa, meno romantica e più concreta. Sanno di non essere le favorite, ma neppure comparse. E nei playoff, dove tutto si decide in dettagli sottili e nervi saldi, questo può fare la differenza.
Poi, però, c’è stato quel silenzio. Quindici minuti sospesi, irreali, che hanno ricordato a tutti quanto il calcio sia, alla fine, solo una parte del racconto. Il “Ceravolo” si è fermato per Anna Democrito e per i suoi figli, Giuseppe e Nicola. Non un gesto formale, ma un momento autentico, condiviso, quasi necessario. Lo striscione della curva – “Insieme oltre il buio. Verso la luce. Riposate in pace” – ha attraversato lo stadio più di qualsiasi coro.

Crema: la crescita collettiva. Dai giovani che non tremano ai giocatori ritrovati, fino a Pittarello che si prende la scena con la sua prima volta in doppia cifra tra i professionisti: è una squadra che ha imparato a moltiplicare le sue risorse.
Amarezza: il contrasto inevitabile tra la leggerezza di un pallone che rotola e il peso di un dolore che non passa. Il “Ceravolo” sabato ha fatto ciò che poteva: fermarsi, tacere, ricordare. Ma ci sono assenze che restano anche dopo il fischio finale, e che nessuna vittoria potrà mai alleggerire davvero.

Cosenza, il peso delle parole e dei playoff

Cosenza chiude, ma non chiude davvero. Il pareggio finale di Cava ha consegnato ai rossoblù una verità scomoda: la stagione regolare è finita, le crepe restano. E dentro quelle crepe si infilano i playoff, appuntamento che non ammette alibi né narrazioni consolatorie. Si riparte dal secondo turno, mercoledì 6 maggio, in gara secca al “Marulla” contro la vincente di Monopoli-Casarano: formula conosciuta, pressione massima, memoria lunga. Perché il precedente del 2018 aleggia come un fantasma benevolo ma ingombrante, evocato più per necessità che per reale somiglianza.
Il punto, semmai, è un altro. Questo Cosenza è figlio di una retrocessione mai metabolizzata e di una frattura diventata sistema. La contestazione non è stata un incidente di percorso, ma il contesto stesso del campionato: uno stadio vuoto, una piazza silente ma non rassegnata, una distanza che non si misura più in metri ma in fiducia evaporata.
In questo scenario, la lettera del presidente Eugenio Guarascioautoassolutoria e mai autocritica – ha avuto l’effetto di un colpo a salve sparato in una stanza già piena di fumo. Invocare unità dopo mesi di incomunicabilità suona come un esercizio retorico tardivo, se non controproducente. La sensazione, diffusa, è che si sia tentato di riempire il vuoto con parole che lo hanno soltanto amplificato. E quando il linguaggio diventa disallineato rispetto alla realtà, smette di essere ponte e diventa barriera.
Eppure, nel rumore di fondo, c’è una squadra che ha fatto il proprio mestiere. Senza proclami, senza corazze – perché non è una corazzata – ma con una dignità competitiva che merita riconoscimento. Il quarto posto non è un traguardo ambizioso per una piazza come Cosenza, ma è un risultato costruito controvento, con un gruppo che ha scelto l’isolamento come forma di sopravvivenza. Buscè ha dato ordine e misura, i giocatori hanno risposto con continuità relativa ma carattere costante. Non è poco, considerando il contesto.
Adesso vengono i playoff, che sono un altro sport: meno estetica, più nervi; meno progetto, più istinto. E in queste partite corte, dove tutto si decide in novanta minuti, contano gli episodi e chi li sa provocare.

Crema: il ritorno al gol di Baez è una notizia che pesa. Se l’uruguaiano ritrova quella leggerezza tecnica e quella imprevedibilità viste ai tempi migliori, il Cosenza guadagna un fattore che nei playoff vale doppio. Con Mazzocchi di nuovo a pieno regime, l’attacco ritrova concretezza e profondità: due variabili che possono trasformare la squadra.
Amarezza: non è il quarto posto a lasciare l’amaro, ma la gestione del rapporto con la piazza. La lettera di Guarascio, nelle intenzioni forse conciliatoria, nei fatti ha accentuato la distanza. Un autogol comunicativo che pesa quanto – se non più – di quelli tecnici. Perché i playoff si giocano in campo, ma si vincono anche fuori, e senza una comunità alle spalle ogni vittoria resta, inevitabilmente, incompleta.

Crotone, quello che conta davvero adesso

C’è un modo per perdere che non lascia macerie, e un altro che, pur nella sua durezza, restituisce indicazioni. Il 5-2 incassato dal Crotone appartiene a questa seconda categoria: pesante nella forma, quasi irrilevante nella sostanza. La classifica finale, si sapeva, non cambia, il sesto posto era già blindato. Quello che interessava davvero a Emilio Longo, più che il risultato, era la risposta della squadra nel momento in cui si abbassano le luci della stagione regolare e si accendono quelle, ben più accecanti, degli spareggi. Non a caso, qualche big è rimasto a riposo: gestione, più che partita. Lettura, più che rincorsa.
La sensazione, al netto del passivo, è che questo Crotone arrivi ai playoff con una consapevolezza diversa rispetto a dodici mesi fa. A suggerirlo, Latina a parte, è il percorso. Nel girone di ritorno, i rossoblù hanno mostrato tratti di identità riconoscibile: una squadra capace di stare dentro le partite, di produrre gioco e di reggere l’urto, anche quando il contesto – societario prima ancora che tecnico – suggeriva altro. I numeri, in questo senso, non mentono: secondo miglior attacco del torneo con 59 reti, dietro solo al Benevento; terza difesa con 40 gol subiti (5 dei quali presi solo ieri), in compagnia del Cosenza e alle spalle di Benevento e Catania, le prime due del girone C. Statistiche che raccontano di una squadra competitiva, non perfetta ma credibile.
Dentro questo equilibrio fragile si muovono le incognite decisive: la continuità realizzativa di Gomez, chiamato a ritrovare il suo istinto più feroce, e le condizioni di Musso, uscito anzitempo nell’ultima gara e diventato rapidamente un riferimento affidabile in attacco. Sono dettagli, ma nei playoff i dettagli fanno la differenza tra un percorso e un rimpianto.

Crema: la sconfitta di ieri, seppure pesante e fastidiosa, non pesa e lascia spazio a una giornata che, per qualcuno, resterà indelebile: Kevin Bruno trova il primo gol tra i professionisti nel giorno del suo ventunesimo compleanno, mentre Diego Russo inaugura il proprio tabellino in Serie C. Segnali, piccoli ma significativi, di un gruppo che continua a produrre energia nuova.
Amarezza: paradossalmente, proprio perché il campionato è andato oltre le aspettative – nonostante le note vicende societarie e le difficoltà economiche ammesse dal presidente Gianni Vrenna – resta la sensazione che si potesse fare qualcosa in più. Un piazzamento migliore avrebbe cambiato prospettive e incroci. Ora, però, il passato non serve: nei playoff tutto si azzera. E tutto, davvero, può ancora succedere. Domenica 3 maggio il Crotone affronterà in casa l’Audace Cerignola in gara secca. In caso di passaggio i ragazzi di Longo se la vedranno con la vincente della sfida tra Casertana e Atalanta Under 23. (f.v.)

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