La strage dimenticata di Casabona. Quattro morti e la vita di un operaio innocente spezzata dalla ‘ndrangheta
Il 24 giugno 1996, il raid in un cantiere del Crotonese in cui morì anche un 18enne innocente. La trappola del commando e l’ombra di una guerra tra clan

CROTONE È passata da poco l’alba quando in un cantiere di Casabona, sulla strada verso la piccola frazione di Zinga, vengono uditi colpi d’arma da fuoco. Saranno oltre venti, in totale, i proiettili rinvenuti dai Carabinieri, intervenuti poco tempo dopo. Di fronte si troveranno un bagno di sangue: quattro i cadaveri lasciati a terra da un vero e proprio commando di guerra composto da quattro uomini, dotati probabilmente di passamontagna e fucili a pompa. A morire Domenico Alessio, indicato come il capocosca del posto e vero obiettivo dell’agguato, insieme al fratello Francesco Alessio, 42 anni, Francesco De Leo, 20 anni, e, soprattutto, Nicola Melfi.
La vita spezzata di Nicola Melfi
Di soli 18 anni, Nicola Melfi era tornato dalla Germania dopo essere nato a Woflsburg nel 1979 da una famiglia emigrata. Da poco aveva iniziato a lavorare nel cantiere di una casa in costruzione poco fuori Casabona. Un lavoro che per lui risulterà fatale. Di quel giorno, il 24 giugno del 1996, è lui l’unica vittima innocente della ‘ndrangheta riconosciuta nell’elenco che Libera, l’associazione nomi e numeri contro le mafie, legge ogni 21 marzo. Colpito e freddato in quella che passerà alla storia come la strage di Casabona, un paese fin lì poco considerato nelle dinamiche criminali crotonese, ma attraversato da sanguinose (e silenziose) faide. «Sembra un paese messicano, Casabona, un paese di silenzi. In quanto a criminalità è il più tranquillo dei 27 comuni della provincia assicurano gli investigatori» scriveva Pantaleone Sergi, in un articolo pubblicato su Repubblica il giorno dopo la mattanza. Eppure, riconosceva lo stesso Sergi, sotto quel velo d’omertà, la ‘ndrangheta stava prendendo piede tra episodi di violenza e l’ombra di una guerra tra clan per gli affari nel settore edilizio.

Una guerra tra cosche
Proprio la guerra contro il clan Carvello fu tra le prime ipotesi avanzate dagli inquirenti nelle indagini successive. La mattina del 24 giugno venne messa in atto una vera e propria esecuzione mafiosa: prima la trappola all’interno del cantiere, la «camera della morte», come la definì Diego Minuti su La Stampa. Poi l’agguato con i colpi di fucile ad altezza gambe per immobilizzare le vittime e finirli da distanza ravvicinata. Anche chi, come Nicola Melfi, era solo un ragazzo tornato in Calabria per lavorare e costruirsi un futuro. Per anni la strage è rimasta impressa nella memoria di Casabona come una delle pagine più nere della storia della ‘ndrangheta crotonese. Trent’anni dopo, quella vicenda rischia però di essere lentamente dimenticata, lasciando sbiadire il ricordo, soprattutto, di una giovane vittima innocente finita nel mezzo di una guerra che non le apparteneva. (redazione@corrierecal.it)
Foto LaStampa
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