Dalla Tunisia in Calabria, l’odissea di due giovani diventati “schiavi” del caporalato
La denuncia presentata all’Ispettorato del Lavoro di Cosenza. Le vittime, seguite dalla Fiom Cgil, svelano una rete internazionale di sfruttamento

COSENZA Diecimila euro in contanti per un passaporto con destinazione Europa, la terra dei sogni, delle possibilità, di una vita migliore. Le speranze si infrangono quando ci si ritrova stipati in quindici all’interno di un appartamento fatiscente, senza soldi, senza prospettive lavorative, con le promesse trasformate in amare illusioni. E’ il racconto crudo di chi è rimasto incastrato nel meccanismo perverso del lavoro a cottimo e mal pagato. La drammatica realtà è stata denunciata da un lavoratore tunisino alla Fiom Cgil calabrese e poi all’Ispettorato Territoriale del Lavoro. Una deposizione formale che squarcia il velo sul traffico e lo sfruttamento di manodopera straniera governato da caporali senza scrupoli.
La storia di Hakim
La vicenda ha inizio con la speranza di un lavoro regolare in Italia tramite i canali legali del Decreto Flussi 2024. Per poter accedere a questa opportunità, tuttavia, Hakim (utilizziamo un nome di fantasia) ha raccolto a fatica 10.000 euro in contanti consegnati ad un intermediario: danaro che avrebbe dovuto garantire non solo l’ingresso regolare nel Paese, ma anche un alloggio dignitoso e un contratto stabile. Ma una volta giunto in Italia, la realtà si rivela radicalmente diversa dalle promesse. Hakim raggiunge Piacenza, ma l’azienda che ha formalmente richiesto il suo ingresso lo abbandona in un limbo burocratico. Per mesi viene ospitato in condizioni abitative degradanti, «un appartamento con soli quattro letti dove coabitavano stabilmente da 7 a 15 persone, costrette a dormire per terra o sui divani, pagando un affitto in nero di 350 euro mensili». Le settimane trascorrono senza soluzioni concrete, fino ad agosto quando finalmente riesce ad ottenere un appuntamento a Milano per la firma del contratto di soggiorno, ma è tutto inutile. L’odissea prosegue, seguirà il trasferimento in Calabria, nella Sibaritide. Le condizioni di lavoro sono insostenibili, a fronte di contratti che prevedevano un orario standard, Hakim e i colleghi sono costretti a turni massacranti dalle 6:00 del mattino alle 18:00 di sera, per 6 giorni a settimana, accumulando oltre 230-240 ore mensili a fronte delle 128-130 registrate sui cedolini paga. Inoltre, rispetto allo stipendio pattuito, 350 euro vengono trattenuto per un alloggio che, come dichiarato dallo stesso lavoratore è totalmente fatiscente, «con il soffitto sfondato e in cui pioveva dentro». Stanco, sfruttato, umiliato, Hakim – assistito dai rappresentanti sindacali della Fiom Cigl di Cosenza, deposita una formale richiesta di intervento, denuncia lo sfruttamento sistematico della manodopera e l’omissione contributiva e previdenziale, fino alla discrepanza dolosa tra le ore effettivamente prestate e quelle contabilizzate.
Il sogno infranto di Hamed
Un’ipoteca sulla casa dei genitori in Tunisia, un debito da trentamila dinari impossibile da estinguere e un viaggio verso l’Italia iniziato con la promessa di un contratto regolare e terminato nell’incubo dello sfruttamento più feroce. Da Hakim ad Hamed (anche in questo caso utilizziamo un nome di fantasia) la storia si ripete. Il giovane lavoratore tunisino denuncia la sua odissea, macchiata dallo sfruttamento, all’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Cosenza.
Tutto ha inizio con il contatto avviato da un connazionale residente in Francia e da suo cugino. Sul tavolo una soluzione in grado di migliorare la qualità della vita di un giovane pieno di speranze: un impiego come operaio, un alloggio accogliente e un regolare permesso di soggiorno. Ma tutto ha un prezzo, e per partire sono necessari i soliti 10.000 euro in contanti. Tanti, troppi, ma l’opportunità è ghiotta pensa Hamed che decide di ipotecare la propria casa in Tunisia pur di realizzare il sogno di una vita migliore. Arriva a Milano Malpensa, l’aeroporto è enorme ed è facile perdersi per chi non conosce la lingua italiana, ecco perché cerca disperatamente l’uomo che avrebbe dovuto accoglierlo per accompagnarlo nella sua abitazione. Ma ad attenderlo, non c’è nessuno. Abbandonato, è costretto a raggiungere a proprie spese la provincia di Piacenza. Quanto prospettatogli, in Tunisia, viene completamente disatteso. Il suo non è un alloggio dignitoso, ma una abitazione in condizioni fatiscenti condivisa da decine di persone, tanti sono costretti a dormire sul pavimento. L’incubo si materializza quando gli vengono chiesti 350 euro per ottenere un foglio di ospitalità fittizia propedeutico ai documenti, ma «invece di lavorare presso l’azienda promessa, venivo inviato a lavorare in Francia a Marsiglia nella vendemmia per 10 ore al giorno senza alcuna retribuzione». I ritmi sono massacranti, dieci ore di lavoro quotidiano. Finito il periodo della vendemmia, il lavoratore viene “rispedito” in Italia prima a Ferrara, poi a Savona, e infine in Calabria. Il risultato è il medesimo, Hamed viene sfruttato e mal pagato, entra in un tunnel senza uscita e si ritrova – ancora una volta – senza casa, senza lavoro e senza soldi. Assistito dai sindacati della Fiom Cigl, ha scelto di denunciare tutto all’Ispettorato del Lavoro di Cosenza, ora attende di avere giustizia e spera di poter trovare un impiego dignitoso che gli consenta, dopo tante sofferenze, di poter tornare finalmente a vivere.
«E’ il momento di scelte nette»
Sul caso abbiamo sentito il segretario della Fiom Cgil Calabria, Umberto Calabrone. «Ad oggi non abbiamo ancora nessuna risposta in merito alle sollecitazioni dei lavoratori sfruttati, la loro storia si scontra con il silenzio quasi totale delle istituzioni. Hanno raccontato di non essere le sole vittime del raggiro, altri 65 lavoratori immigrati avrebbero subito lo stesso deplorevole trattamento», confessa il segretario che aggiunge: «La strage di Amendolara ha riacceso i riflettori sul dramma dello sfruttamento, ma i “caporali” continuano le loro corse con a bordo decine e decine di immigrati “invisibili” mentre il mondo si ferma, si indigna, ma poi dimentica frettolosamente riprendendo la solita routine scandita da slogan e claim vuoti mentre i diritti si azzerano, le speranze si annullano e le storie di lavoratori ridotti in schiavitù si moltiplicano. Lo sfruttamento – come ho già avuto modo di sottolineare – è una piaga che caratterizza diversi comparti produttivi e coinvolge anche realtà economiche che beneficiano di risorse pubbliche, contributi e incentivi senza che vi sia un adeguato controllo sulla qualità del lavoro che producono. Oggi, più che mai, le istituzioni sono chiamate a una scelta netta, non possono voltarsi dall’altra parte o fingere che il problema sia marginale e legato a determinate realtà, occorre assumersi fino in fondo la responsabilità di difendere la dignità del lavoro e dei lavoratori». (f.benincasa@corrierecal.it)
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