Calabria, la nuova geografia degli eventi estremi
Dal caldo record alla siccità, dalle alluvioni lampo alle mareggiate, in Calabria il cambiamento climatico ridisegna il territorio e moltiplica i rischi
CATANZARO E’ la crisi climatica – ormai è sufficientemente chiaro a tutti e non servono estati sopramedia a dimostrarcelo – il tema dei temi in Italia e nel mondo. E in Calabria? Nella regione che negli ultimi mesi è passata dall’imperversare di cicloni (vedi lo scorso inverno Harry, Ulrike-Nils e Jolina con il loro carico straordinario di precipitazioni e danni), alle temperature simil sahariane per intere settimane, le cose non vanno certamente meglio del resto del Paese e del continente. Ormai sembra assodato che se il Mediterraneo, come rilevano gli esperti, risulta essere uno dei principali hotspot dei cambiamenti del clima, la Calabria, per le sue condizioni morfologiche che fanno segnare una percentuale di riscaldamento più celere rispetto alla media del pianeta del 20%, non si può certo chiamare fuori da un allarme che appare sempre più senza confini. Anzi, la regione che vede alcune realtà del suo territorio preda di avanzata desertificazione (il Crotonese in primis), si pone tra le realtà che rischiano di pagare maggiormente lo scotto di questa metamorfosi negativa. Esempio chiaro, relativo ad uno degli aspetti fino ad ora sconosciuti per la regione, è quello della formazione dei cosiddetti Medicane, gli uragani mediterranei, che trovano la loro ragione d’essere in seguito, tra l’altro, agli effetti negativi dell’alternanza di periodi di siccità e alluvioni intense. E così in questa porzione estrema di territorio nazionale si registrano estati con la colonnina di mercurio rivolta all’insù e picchi che superano spesso i 40 gradi, notti tropicali con temperature che non scendono sotto la soglia dei 20 gradi, siccità frequenti e desertificazione con conseguenze pesantissime sull’agricoltura e con, parallelamente, un aumento dei fenomeni meteorologici estremi. In particolare, assume sempre più un ruolo da protagonista l’anticiclone africano che, dopo avere messo salde radici, diventa più difficile da allontanare. In questo contesto pesano anche elementi come una forte percezione di afa e umidità ma anche eventi estremi e nubifragi o, effetto ancora più inquietante, un’alternanza negativa tra periodi di accentuata penuria di precipitazioni con associata grave carenza idrica. Una condizione negativa che fa il paio, tristemente, con la arcinota obsolescenza delle infrastrutture e reti idriche (da qui l’effetto moltiplicatore delle problematiche legate alla distribuzione dell’acqua), e temporali e piogge violente troppo spesso alla base di alluvioni lampo sovente molto dannose e incapaci di portare benefici. Senza trascurare, poi, il dato dell’erosione costiera e l’innalzamento del livello del mare con mareggiate sempre più forti e capaci di aggredire i litorali e i lungomari. Intorno alla crisi climatica ruotano giocoforza diversi (e inascoltati) allarmi: dal 2010 al 2025, l’Osservatorio Città Clima di Legambiente ha censito in Calabria 115 eventi meteo estremi, di cui 97 verificatisi nel decennio 2015–2025, con un evidente incremento esponenziale di questo tipo di fenomeni. Gli effetti di questa drammatica situazione stanno diventando sempre più accentuati e frequenti, destando forte preoccupazione per la rapidità della loro evoluzione: il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con l’Italia tra i Paesi più colpiti, come confermato anche dal programma europeo Copernicus. E ripercussioni negative da annotare non mancano anche in ambito economico come analizza uno studio realizzato da ricercatori dell’Università di Calabria e dell’Istituto di Tecnologie e Intelligenza Ambientale del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Itiam), secondo cui «il caldo estremo accresce in modo significativo la probabilità di uscita dal mercato delle imprese, fornendo nuove evidenze sugli effetti economici dei cambiamenti climatici sul sistema produttivo». «Le conseguenze di cambiamenti climatici – spiegano gli esperti che hanno redatto lo studio – non si limitano all’ambiente, ma incidono sempre più direttamente sul tessuto produttivo del Paese». E non è tutto: la crisi climatica sconta così, ovviamente, altri suoi effetti negativi anche sui prezzi e sulla crescita dell’inflazione andando ad incidere sulle produzioni delle filiere alimentari. In tutto questo la politica, anche calabrese, si occupa di altro. Fino quando? (redazione@corrierecal.it)
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