Sì, però c’è Jovanotti
Il JovaGiro porta la Calabria davanti a una platea sterminata e mette in circolo paesaggi e pezzi di vita quotidiana. Una promozione territoriale senza slogan e soprattutto senza istruzioni per l’uso
A Jovanotti va riconosciuto che non si comporta mai come se fosse soltanto una popstar internazionale. Da più di quarant’anni attraversa la musica e lo spettacolo senza prendersi troppo sul serio e senza lasciarsi divorare dall’abitudine. Lorenzo Cherubini si diverte ancora, continua a trovare qualcosa che valga la pena raccontare e conserva un entusiasmo per il mondo che rischia perfino di sembrare una provocazione. Il JovaGiro è solo l’ultima trovata. La bicicletta è il pretesto, il concerto il punto di arrivo per almeno 30 mila persone, tutto quello che accade nel mezzo è il rocker di Cortona, uno dei più grandi fenomeni popolari prodotti dalla musica italiana, capace di parlare a generazioni diverse e di continuare, nonostante tutto, a pensare positivo. In Calabria è bastato seguirlo tra un bagno a Trebisacce, una gaffe su Giordano Bruno e un concerto improvvisato dal balcone di Acri, prima della Sila e di Catanzaro, per ritrovarsi dentro un’Italia che l’algoritmo non ha ancora imparato a riconoscere.
È qui che la faccenda diventa interessante. Sì, perché Jovanotti non si limita a portare la sua tribù al concerto, riesce nell’impresa di trascinarsela dietro mentre ci arriva. Le immagini corrono sui social, vengono rilanciate migliaia di volte e, mentre racconta il suo viaggio in bici, infila negli smartphone di milioni di persone meraviglie di Calabria e pezzi di vita quotidiana. Nel linguaggio del marketing si chiama storytelling territoriale, una formula che rischia di sembrare astratta finché non arriva qualcuno capace di farla funzionare. Jovanotti ne ha fatto qualcosa di più di una tecnica di comunicazione, l’ha resa parte del suo spettacolo, (Ti porto via con me, verrebbe da dire). Il risultato è sotto gli occhi di tutti e, per un territorio, non è poco.
Il resto appartiene al solito esercizio, tutto calabrese, di non riuscire a godersi nemmeno una buona notizia senza aggiungerci una postilla. Jovanotti? Sì, però. Il concerto? Sì, però. La visibilità? Sì, però. I parcheggi? Sì, però. I soldi pubblici? Naturalmente, sì, però. È legittimo chiederselo, perché la trasparenza non diventa facoltativa quando sul palco c’è una celebrità, ma da queste parti il sospetto sembra avere sempre più fiato dell’entusiasmo. È successo con il Capodanno Rai, è successo con Sandokan, e adesso con Jovanotti. La Calabria finisce davanti a una platea sterminata, ma prima o poi arriva sempre qualcuno a ricordarle che non dovrebbe montarsi la testa, perché figlia di un dio minore.
In Calabria, intanto, è già accaduto l’essenziale. Le immagini di Trebisacce, Acri, della Sila, di Spadola e Serra San Bruno sono finite sugli smartphone di Parigi, Londra, Berlino e chissà fin dove. Per qualche giorno quei luoghi, sui quali dovrebbe costruirsi una parte del futuro del cicloturismo, sono entrati nel racconto del Paese solo perché Jovanotti ci è passato.
Quanto ai nostri eterni guastafeste, si può comprendere il loro disagio, perché questa volta devono fare i conti con un’evidenza piuttosto scomoda, quella di una Calabria nel cui racconto non c’era nulla da correggere, semmai qualcosa da mostrare. Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, verrebbe da dire… (paola.militano@corrierecal.it)
*direttore del Corriere della Calabria
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