La ’ndrangheta a Verona, una presenza radicata: dagli anni Ottanta alla sentenza sul processo Taurus
Decenni di insediamento, rapporti con le cosche d’origine, affari e intimidazioni: le sentenze, come hanno ricostruito un sistema criminale capace di sviluppare una propria forza sul territorio
La parola definitiva, almeno per uno dei principali filoni giudiziari, è arrivata nel 2026. Ma la storia della ’ndrangheta a Verona viene da molto più lontano. La recente sentenza della Cassazione sul processo Taurus, ha consolidato un punto ormai difficilmente contestabile: nel Veronese ha operato una struttura di matrice ’ndranghetista, collegata alla Calabria ma capace di sviluppare una propria forza sul territorio. Non una presenza occasionale, dunque, ma un insediamento durato nel tempo e costruito attorno a relazioni criminali, attività economiche, estorsioni e traffici illeciti. La Suprema Corte ha confermato nella sostanza l’impianto del processo Taurus, relativo alla locale riconducibile alle famiglie Gerace, Albanese, Napoli e Versace, originarie della Piana di Gioia Tauro. Nelle motivazioni della sentenza uscite nei giorni scorsi viene riconosciuta l’esistenza di una struttura organizzata capace di esercitare una «autonoma capacità intimidatrice nel territorio veronese», anche attraverso rapporti con la criminalità calabrese e il controllo di attività imprenditoriali.
Gli anni Ottanta e Novanta: il radicamento
Le indagini e le sentenze hanno ricostruito un insediamento che affonda le proprie radici tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel caso Taurus, le famiglie Gerace, Albanese, Napoli e Versace si sarebbero progressivamente stabilite nel Veronese, mantenendo i legami con la Piana di Gioia Tauro ma costruendo contemporaneamente una propria rete di relazioni e interessi. Il territorio interessato comprendeva, tra gli altri, Sommacampagna, Villafranca, Valeggio, Lazise e Isola della Scala.
È un passaggio importante per comprendere la natura delle mafie al Nord: il trasferimento non coincide necessariamente con la semplice esportazione di un’organizzazione criminale. Nel tempo, secondo quanto emerso dai procedimenti, la componente calabrese avrebbe costruito rapporti con imprenditori e altri soggetti locali, intercettando difficoltà economiche e trasformandole in occasioni di controllo. Nel filone Taurus, uno degli ambiti individuati è stato quello del recupero crediti con modalità intimidatorie, accanto a estorsioni, usura, traffico di droga, riciclaggio e altri reati.
2020, l’anno delle due grandi inchieste
Il salto di qualità nella conoscenza giudiziaria del fenomeno arriva nel 2020, quando nel giro di poche settimane vengono alla luce due importanti inchieste: Isola Scaligera e Taurus. La prima riguarda una locale collegata alle famiglie Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto; la seconda porta invece alla luce il gruppo riconducibile alle famiglie della Piana di Gioia Tauro. Due vicende distinte, ma che restituiscono un dato comune: nel Veronese erano presenti strutture criminali calabresi con un radicamento significativo.
L’operazione Taurus, condotta nel luglio 2020, portò all’arresto di 33 persone e coinvolse oltre ottanta indagati. Le contestazioni comprendevano, tra l’altro, estorsioni, usura, riciclaggio, stupefacenti e fatture false. L’inchiesta contribuì a delineare una locale autonoma rispetto alla struttura calabrese di riferimento, ma allo stesso tempo collegata alla cosiddetta “casa madre”.
Isola Scaligera e il caso Giardino
Parallelamente, l’inchiesta Isola Scaligera mise sotto i riflettori un’altra struttura, legata alla cosca Arena-Nicoscia. Al centro della vicenda è emersa la figura di Antonio Giardino, detto “Totareddu”, indicato dagli investigatori e poi dai giudici come il capo della locale veronese. La Cassazione, nel novembre 2025, ha sostanzialmente confermato l’impianto dell’accusa: la struttura mafiosa esisteva ed era radicata nel territorio.
Il quadro emerso da quel procedimento è particolarmente significativo anche per la capacità di proiezione criminale della locale. Nelle ricostruzioni giudiziarie compaiono armi, droga, estorsioni e rapporti con il mondo imprenditoriale. Per Giardino la Corte d’Appello di Venezia aveva fissato una condanna a 29 anni e 4 mesi, confermando il suo ruolo apicale nell’organizzazione.
Taurus, la conferma definitiva nel 2026
È però con il nuovo passaggio in Cassazione che Taurus assume un peso particolare nell’analisi del fenomeno. La Suprema Corte, con la sentenza del 2026, ha sostanzialmente confermato il riconoscimento della locale veronese e la sua capacità di agire autonomamente sul territorio. Alcune posizioni e singoli capi d’imputazione sono stati modificati o rinviati, ma senza mettere in discussione il cuore dell’impianto. Per Antonio Albanese, indicato come figura apicale, la pena è rimasta a 21 anni e 7 mesi. Il passaggio centrale delle motivazioni è proprio il concetto di autonomia: la struttura veronese, pur mantenendo collegamenti qualificati con le cosche reggine, avrebbe raggiunto una propria capacità intimidatoria. Per i giudici non è necessario che il metodo mafioso domini indistintamente l’intero territorio: è sufficiente che, in un determinato ambito, produca una concreta condizione di intimidazione e assoggettamento. È una precisazione giuridica che aiuta a comprendere perché il fenomeno mafioso possa radicarsi anche senza manifestarsi continuamente attraverso violenza eclatante.
Dalle estorsioni all’economia legale
È forse questo il punto più importante per leggere Verona oggi. La ’ndrangheta non emerge soltanto quando sparano, minacciano o impongono il pizzo. Le diverse inchieste hanno mostrato l’interesse verso imprese, appalti, riciclaggio, fatturazioni false e attività economiche. Nel caso di Valpolicella 2, ad esempio, le indagini hanno riguardato infiltrazioni riconducibili alle cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola di Capo Rizzuto nel settore delle imprese impegnate nella preparazione di scenografie e allestimenti destinati all’Arena di Verona. È una modalità di espansione che rende il fenomeno meno visibile ma non per questo meno pericoloso. L’obiettivo non è necessariamente sostituirsi all’economia legale: può essere sufficiente entrarvi, sfruttarne i meccanismi, utilizzare imprese e rapporti finanziari per produrre profitti e riciclare denaro. Anche i procedimenti più recenti continuano a guardare a questo versante, compresi i settori dell’edilizia e del movimento terra.
Il dato che emerge dopo oltre trent’anni è quindi quello di una presenza criminale capace di cambiare forma. Dalla Calabria sono arrivati uomini, legami familiari e relazioni criminali; a Verona, nel tempo, sono state costruite strutture autonome e rapporti con il tessuto economico locale. Le sentenze hanno progressivamente trasformato quello che per anni poteva apparire come un insieme di episodi separati in un quadro giudiziario molto più definito. (f.v.)
Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato
