Skip to main content

Ultimo aggiornamento alle 12:21
Corriere della Calabria - Home

I nostri canali


Si legge in: 3 minuti
Cambia colore:
 

lo sfogo

Iaquinta: «Ho vinto il Mondiale ma il mio nome viene associato alla ‘ndrangheta, una follia»

L’ex attaccante calabrese si racconta a La Gazzetta dello Sport: dai successi al dramma giudiziario del padre, coinvolto nel processo “Aemilia”

Pubblicato il: 24/09/2026 – 11:15
00:00
00:00
Ascolta la versione audio dell'articolo

COSENZA Dieci anni vissuti in una morsa che stringe ogni giorno di più, tra il peso di un’accusa infamante e il ricordo indelebile della vetta del mondo toccata nel 2006. In una toccante intervista concessa a La Gazzetta dello Sport, Vincenzo Iaquinta (ex calciatore calabrese di Cutro) si è raccontato a tutto campo, ripercorrendo i fasti della sua carriera da calciatore ma focalizzandosi soprattutto sulla dura battaglia legale che vede coinvolta la sua famiglia e che lo segna profondamente dal 2015.

L’incubo giudiziario, la ‘ndrangheta e il processo Aemilia

Il nucleo centrale del dramma vissuto dall’ex attaccante di Udinese e Juventus riguarda il padre Giuseppe, coinvolto nel 2012 nell’operazione “Aemilia”il più grande processo contro la ‘ndrangheta in Emilia-Romagna – e detenuto al 416 bis dal 2015. Uno sfogo amaro e senza filtri quello dell’ex centravanti:
«Prima mi chiamavano “campione del mondo”, oggi sono considerato un mafioso. È un accanimento incredibile. Paghiamo per il cognome, non per altro». Iaquinta non nasconde la disperazione per le condizioni del padre e per il fango mediatico riversato sulla sua famiglia: «Finiranno per ammazzarmelo lì in carcere. Ci hanno gettato addosso una quantità immensa di fango. Una volta che scivoli nelle sabbie mobili, è difficile uscirne. Ho fiducia nella giustizia, ma così è dura. Lotterò per dimostrare la sua innocenza. È la battaglia della mia vita. Noi con la mafia non c’entriamo nulla, ci fa schifo».
Nel corso della vicenda giudiziaria, l’ex calciatore è stato a sua volta condannato con pena sospesa per la mancata custodia di alcune armi cedute al padre. Un aspetto su cui Iaquinta torna con amarezza: «È stata un’ingenuità, ma non fa di me un criminale. Le pistole erano regolarmente dichiarate, mio padre le ha prese senza informare dello spostamento. Mi è stato contestato l’articolo 7: avrei agevolato i clan con armi legalmente detenute. Una follia, sono cose che ti rovinano la vita. Convivo da dieci anni con un incubo che sembra non avere fine».

Dalle stelle del campo al dolore: «Ho vinto un Mondiale»

Il contrasto tra i trionfi sportivi e la realtà giudiziaria rende tutto più pesante. Rievocando i suoi 15 anni trascorsi ai massimi livelli, la tripletta in Champions League e la gioia irripetibile di Germania 2006, Iaquinta riflette con tristezza sul cortocircuito mediatico:
«Ho giocato 15 anni ad alti livelli, fatto una tripletta in Champions e ho vinto un Mondialeeppure il mio nome viene associato all’ndrangheta per un’accusa infame. Siamo entrati in un vortice più grosso di noi, da cui veniamo risucchiati a ogni sconfitta».
Il pensiero corre inevitabilmente a quel 9 luglio 2006, descritto come il momento più alto della sua vita: «La sensazione provata nel momento in cui Cannavaro alza la coppa è indescrivibile. Ho ancora i brividi. In trenta secondi mi sono passati davanti vent’anni di sacrifici».
Nel corso della stessa intervista rilasciata alla Rosea, l’ex attaccante ha riservato alcuni cenni ai suoi ex tecnici – ricordando il piglio da “martello” di Luciano Spalletti ai tempi di Udine e la capacità di compattare il gruppo di Marcello Lippi in Nazionale – prima di chiudere tra i ricordi di una carriera straordinaria e il peso di una lotta quotidiana che va ben oltre il rettangolo verde. (redazione@corrierecal.it)

Il Corriere della Calabria è anche su Whatsapp. Basta cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornato

Argomenti
Categorie collegate

x

x