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Parole e potere

L’italiano impoverito della politica

Da piazza a bacheca: cronaca di un linguaggio che ha smesso di ascoltare

Pubblicato il: 24/09/2026 – 10:52
di Angelo Palmieri
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C’è un modo per misurare quanto sia cambiata la politica senza guardare ai programmi, ai partiti o ai volti: basta ascoltare come parla. Non è solo diventata più artificiale di un tempo. Ha cambiato casa: non nasce più nell’aula del Parlamento o in piazza, ma nello spazio breve e rancoroso degli schermi, e lì ha imparato modi nuovi di parlare.

La retorica del nemico e della vittima

È un linguaggio che pesca nella marginalità. Accarezza desideri inespressi o insoddisfatti – la precarietà del lavoro, l’appiattimento delle aspettative, un futuro che sembra essersi ristretto – ma invece di provare a rispondere a quei desideri li usa come materiale per lo scontro. Cerca la provocazione, la miccia polemica, la vittima da sacrificare pubblicamente per costruirci sopra una narrazione che sembri vincente. Lo si vede in dibattiti che dovrebbero riguardare l’inclusione e finiscono per diventare terreno di scontro identitario: pensiamo alla proposta, tornata a galla più volte, di classi separate per alunni con disabilità, o al modo in cui il bambino straniero che non parla ancora bene l’italiano diventa, in certi discorsi, il simbolo di un declino da cui difendersi, invece che una risorsa da valorizzare. Questi temi funzionano proprio perché semplificano un disagio vero – la scuola in affanno, le poche risorse – riducendolo a uno scontro tra “noi” e “loro”. E il pubblico è sempre meno attrezzato a riconoscere la semplificazione. Leggiamo sempre meno e guardiamo sempre più uno schermo: un contatto veloce, fatto di immagini, che allena poco a seguire un ragionamento articolato.

Quando si parlava, e si ascoltava, di più

Il linguaggio politico di ieri non era per forza più onesto, ma era più ricco di contenuto. Raccontava, metteva a confronto visioni diverse dell’uomo e dei suoi desideri. La piazza non era un luogo di passaggio ma uno spazio vivo, anche se spesso in mano alla folla, alla pancia, alla violenza verbale. Ci si ascoltava, ci si contestava, e dentro lo scontro restava comunque un pensiero lungo, capace di reggere un’argomentazione dall’inizio alla fine. Quel modo di imparare stando insieme in pubblico è proprio ciò che oggi sembra venuto meno.

Non è solo un’impressione

Chi si è occupato di media e di lingua lo aveva già raccontato. Marshall McLuhan diceva che il medium è il messaggio: la televisione, il giornale, i social non trasportano solo un contenuto, ma gli danno anche una forma, un ritmo. E il ritmo dello schermo è quello dello slogan, non quello del discorso disteso. Umberto Eco, il 10 giugno 2015, ricevendo la laurea honoris causa a Torino, disse una cosa che fece discutere: i social avevano dato diritto di parola a chi prima si esprimeva solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza fare danni, e che ora aveva lo stesso megafono di un premio Nobel. Era una battuta cattiva, ma il punto restava: allargare la voce pubblica senza filtri critici rischia di appiattire il dibattito invece che arricchirlo. Un’idea simile ritorna anche in Luca Serianni, che della lingua italiana si è occupato per tutta la vita: il linguaggio pubblico peggiora quando smette di curare la sintassi e l’argomentazione per rincorrere l’effetto immediato. Si vede anche da lì, in fondo, se una lingua sta bene: se chi parla, e chi ascolta, riesce ancora a seguire un ragionamento un po’ complesso senza perdersi.

Chi ci salverà?

Verrebbe da dire che tutto tace, che ogni discorso appassionato sulle grandi sfide del nostro tempo si è appiattito. Forse è così. Ma non è un destino: è l’effetto di scelte precise: su come ci informiamo, su cosa premiamo quando ascoltiamo un politico, su cosa insegniamo a leggere ai più giovani. E finché sono scelte, resta un margine: quello di pretendere, da cittadini prima ancora che da elettori, un linguaggio che torni a misurarsi con la complessità invece di scioglierla in una misera battuta. (redazione@corrierecal.it)

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