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IL PERSONAGGIO

’Ndrangheta e Cartello di Sinaloa, preso «El Flaco»: il narcos che arrivò in Italia per aprire la rotta della cocaina

Nel 2019 José Ángel Rivera Zazueta incontrò i suoi uomini a Catania per costruire il corridoio verso l’Europa: un jet dalla Colombia, 1,5 tonnellate pronte e interlocutori legati alle ’ndrine

Pubblicato il: 24/09/2026 – 19:13
di Giorgio Curcio
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Prima di diventare uno dei nomi inseguiti dagli Stati Uniti nella guerra al fentanyl, José Ángel Rivera Zazueta aveva già guardato all’Italia. E non da lontano. Era arrivato personalmente in Sicilia, aveva incontrato i suoi uomini a Catania e lavorato a un progetto ambizioso: aprire al cartello di Sinaloa una rotta stabile verso l’Europa, con la cocaina caricata in Sudamerica, un jet privato, uno scalo tecnico nell’Atlantico e il mercato italiano ad attenderla. In quel disegno criminale erano comparsi anche interlocutori legati alle ’ndrine calabresi, inseriti nel segmento destinato alla distribuzione della droga nel Nord Italia. Era il 2019. Da allora “El Flaco”, noto anche come “Don Flaco”, sarebbe diventato per le autorità americane il capo di una rete capace di muoversi tra cocaina, droghe sintetiche, precursori chimici e riciclaggio su più continenti. Sette anni dopo, la sua corsa si è fermata a Città del Messico. José Ángel Rivera Zazueta è stato arrestato il 22 settembre nel quartiere Hipódromo della municipalità Cuauhtémoc, dalle autorità messicane con il supporto informativo di Fbi e Dea. Nei suoi confronti è stato eseguito un ordine di detenzione provvisoria finalizzato all’estradizione negli Stati Uniti, dove è richiesto per reati legati al narcotraffico.

L’uomo di Sinaloa sbarca a Catania

Per ritrovare “El Flaco” in Italia bisogna tornare al 1° giugno 2019. Rivera Zazueta atterra a Catania accompagnato da una donna e si registra in un albergo sul lungomare usando il proprio passaporto. Un dettaglio apparentemente banale che consente agli investigatori italiani di associare finalmente un nome e un volto al personaggio che fino a quel momento conoscevano soprattutto attraverso intercettazioni e fonti confidenziali. Secondo la ricostruzione realizzata da OCCRP e IrpiMedia sull’operazione “Halcon”, il giorno successivo “El Flaco” incontra i suoi uomini per definire il piano: un jet privato sarebbe dovuto partire dal Messico, raggiungere Cartagena in Colombia per caricare la cocaina, fare rifornimento a Capo Verde e infine atterrare a Catania. Da lì la droga avrebbe proseguito su strada verso il Nord Italia, probabilmente Verona. Catania non sarebbe stata dunque il mercato finale. Era stata scelta come porta d’ingresso e centro di smistamento. Lo confermerà nel 2020 anche la Direzione centrale per i servizi antidroga: Halcon, coordinata dalla Dda di Catania e condotta dal Gico della Guardia di finanza, aveva ricostruito una filiera criminale attiva tra Colombia, Messico, Italia e Spagna, con il capoluogo etneo come punto d’arrivo dello stupefacente destinato al mercato europeo.

Il progetto delle 1,5 tonnellate

La dimensione dell’operazione progettata dal cartello emerge dalle successive ricostruzioni investigative. Gli uomini di Sinaloa avrebbero pianificato inizialmente una spedizione di prova, alla quale ne sarebbe seguita una decisamente più importante. Il capitano della Guardia di finanza Pablo Leccese, intervistato nell’ambito dell’inchiesta OCCRP-IrpiMedia, spiegò che la cellula aveva già 1,5 tonnellate di cocaina pronte per essere spedite dopo il carico iniziale. Secondo la ricostruzione giornalistica dell’inchiesta internazionale, una volta arrivata in Italia la droga sarebbe stata venduta alla ’ndrangheta, considerata uno degli interlocutori più importanti nella distribuzione europea della cocaina. Ed è proprio sul lato italiano degli affari che gli investigatori incrociano soggetti già comparsi in ambienti criminali calabresi.

L’acquirente e gli affari con le ’ndrine

Nel gennaio 2020 gli investigatori seguono una prima consegna di prova di tre chili di cocaina partita da Catania e arrivata nel Veronese. Per concludere l’operazione arrivano anche i rappresentanti degli acquirenti. Tra loro c’è Mauro Da Fiume, nato a Sanremo e residente in Spagna. Il comunicato della Procura di Catania e della Guardia di finanza è molto preciso sul punto: Da Fiume era già conosciuto dalle forze dell’ordine per precedenti legati alla droga e, in alcune vicende investigative, risultava «in affari con esponenti di ’ndrine calabresi insediatesi nel Nord Italia». Accanto a lui c’è lo spagnolo Sergio Garcia Riera. I due incontrano gli emissari del cartello ad Affi, nel Veronese, e consegnano 35mila euro in contanti come parziale pagamento della cocaina. A favorire la conclusione dell’accordo, secondo gli investigatori, interviene direttamente proprio “El Flaco”, che incarica un suo uomo di fiducia di definire l’intesa con gli acquirenti. L’obiettivo non erano certo quei tre chili. La consegna rappresentava soltanto il test preliminare a partite di droga molto più grandi.

I 386 chili arrivati dalla Colombia

Poche settimane prima, gli investigatori italiani e colombiani avevano già seguito passo dopo passo un carico decisamente più consistente. Circa 386 chili di cocaina purissima, prodotti nella regione colombiana del Cauca, vengono concentrati a Bogotá e spediti fino a Catania nell’ambito di una consegna controllata internazionale concordata dalla magistratura italiana con le autorità colombiane. La droga arriva l’11 gennaio 2020. A gestire l’operazione sono uomini che gli investigatori definiscono una diretta espressione del cartello di Sinaloa. Tra loro i guatemaltechi Daniel Esteban Ortega Ubeda, detto “Tito”, e Felix Ruben Villagran Lopez, “Felix”, inviati in Italia per eseguire gli ordini impartiti da Rivera Zazueta. Quando Halcon scatta definitivamente, la Guardia di finanza sequestra i 386 chili di cocaina, per un valore stimato allora in circa 20 milioni di euro, ed esegue sette misure restrittive tra Italia e Spagna. “El Flaco”, invece, non viene trovato. Contro di lui viene emesso un mandato d’arresto. Gli investigatori italiani sottolineano all’epoca che proprio l’Italia era riuscita per prima a raccogliere elementi probatori sul suo ruolo nella struttura internazionale.

Da Catania al fentanyl

Negli anni successivi Rivera Zazueta non scompare soltanto dai radar italiani. La sua organizzazione, secondo gli Stati Uniti, cresce e diversifica enormemente le proprie attività. Nel gennaio 2023 il Dipartimento del Tesoro statunitense lo inserisce nella lista delle persone sanzionate, descrivendolo come leader di un’organizzazione per la produzione e il traffico di droga con basi a Culiacán e Città del Messico. La rete attribuita a Rivera Zazueta avrebbe ramificazioni negli Stati Uniti, in Messico, Sud e Centro America, Europa, Asia, Africa e Australia. Washington gli attribuisce l’importazione dalla Cina di precursori chimici utilizzati per produrre fentanyl, metanfetamina, Mdma, ketamina e altre droghe sintetiche, oltre al traffico di grandi quantità di cocaina colombiana verso Stati Uniti, Spagna, Italia e altri Paesi. Due anni più tardi gli investigatori americani individuano anche il lato finanziario. Nel marzo 2025 il Tesoro statunitense sanziona una rete accusata di riciclare oltre 50 milioni di dollari provenienti dal narcotraffico per conto del cartello di Sinaloa e proprio dell’organizzazione riconducibile a Rivera Zazueta. Il narcos che nel 2019 cercava una porta per entrare stabilmente nel mercato europeo era ormai diventato, secondo le autorità statunitensi, il centro di una struttura criminale globale.

La cattura sette anni dopo

La caccia è terminata nelle strade della capitale messicana. Fbi e Dea hanno condiviso le informazioni con le autorità locali, che hanno individuato l’area frequentata dal latitante e organizzato l’operazione. Rivera Zazueta è stato arrestato e messo a disposizione dell’autorità giudiziaria messicana in attesa della procedura per la possibile consegna agli Stati Uniti. La richiesta americana riguarda il narcotraffico e il traffico di precursori chimici. Non è dunque l’operazione italiana “Halcon” ad aver determinato la cattura di questi giorni. Ma è proprio l’indagine italiana a raccontare uno dei capitoli meno conosciuti della sua storia. Prima del fentanyl, delle sanzioni americane e della rete mondiale attribuitagli dagli Stati Uniti, “El Flaco” era già arrivato personalmente in Italia. Aveva scelto Catania come base, discusso uomini, voli e modalità di trasporto e lavorato alla creazione di una rotta capace di spostare quantità enormi di cocaina dalla Colombia verso l’Europa. (g.curcio@corrierecal.it)

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