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l’inchiesta romana

’Ndrangheta e narcos, il terrore per i contatti calabresi dopo l’arresto di Nunez. «Tu parli con loro, 41-bis e vent’anni»

Le intercettazioni dopo il blitz nella Locride: Tortoioli teme che i telefoni sequestrati possano svelare i rapporti più delicati della rete

Pubblicato il: 25/09/2026 – 10:51
di Giorgio Curcio
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ROMA Il problema, a un certo punto, non sono più soltanto i chili di cocaina, le consegne o i soldi. Il problema sono i telefoni e, ancor di più, quello che quei telefoni possono raccontare. È dopo l’arresto di Jefferson Luis Nunez Camacho che nelle conversazioni intercettate dagli investigatori emerge tutta la preoccupazione di Roberto Tortoioli. Una paura che, nella ricostruzione contenuta nella nuova ordinanza del gip di Roma, ha un nome preciso: i rapporti con i calabresi. È uno dei passaggi più significativi della nuova tranche dell’inchiesta sul gruppo di narcotrafficanti attivo tra Roma, il litorale laziale e la Calabria. Un’indagine che rappresenta la prosecuzione degli accertamenti già sfociati nei mesi scorsi in arresti e misure cautelari e che adesso si arricchisce dei contenuti estratti dai dispositivi sequestrati, del riascolto delle intercettazioni e di nuovi elementi investigativi.

«Gli hanno preso il telefono»

È il 10 marzo 2026. Tortoioli parla con la compagna Maria Jose Soares Barbosa. Nunez Camacho è stato arrestato in Calabria poche settimane prima. Ma a preoccupare l’uomo è soprattutto quanto accaduto in precedenza al “Presidente”, Pavel Guarin Morales: gli investigatori gli hanno sequestrato il telefono. Tortoioli collega i due episodi. Teme che proprio da quel dispositivo possano essere partiti gli accertamenti capaci di risalire alla rete. «Gli hanno preso il telefono», ripete. E il ragionamento diventa ancora più esplicito quando il discorso si sposta su Nunez Camacho e sui suoi interlocutori. Secondo quanto annota il giudice, dalle parole di Tortoioli emerge «un espresso riferimento» a contatti calabresi ricondotti a contesti di ’ndrangheta. Ed è qui che la conversazione assume un tono completamente diverso. «Tu parli col Calabrese», dice Tortoioli riferendosi a Nunez. «Fai tutti discorsi coi Calabresi». Poi la frase che fotografa il livello della sua preoccupazione: «41-bis te danno vent’anni».

«Il problema è se l’hanno attaccato ai Calabresi»

La preoccupazione non si ferma lì. Tortoioli ragiona anche sulla sicurezza dei telefoni criptati, sulle possibilità degli investigatori di accedere ai dispositivi e sui video e i dati custoditi al loro interno. Nella stessa conversazione torna ancora sul punto: «Il problema è se l’hanno attaccato ai Calabresi». E aggiunge che, in quel caso, a suo giudizio, potrebbe essere contestata l’associazione mafiosa. Il passaggio è particolarmente interessante perché la compagna teme che Nunez possa iniziare a collaborare e fare anche il nome di Tortoioli. Quest’ultimo, però, la rassicura: lui con i calabresi non avrebbe mai avuto rapporti diretti. Quei contatti, sostiene, erano una prerogativa esclusiva di Nunez Camacho. Ed è esattamente qui che le parole intercettate trovano uno dei riscontri più importanti nella ricostruzione investigativa.



Il «punto di contatto» con i narcotrafficanti calabresi

Nell’ordinanza Nunez Camacho viene collocato ai vertici dell’organizzazione insieme a Guarin Morales. È lui, secondo gli inquirenti, a curare i rapporti con fornitori nazionali ed esteri, la logistica dei trasporti e parte della gestione finanziaria. Ma soprattutto è lui che viene definito «il punto di contatto con i narcotrafficanti calabresi». Il rapporto con la Calabria non emerge soltanto dalle parole. Già il 7 gennaio 2026 le celle telefoniche seguono Nunez lungo un viaggio verso Sud: prima nell’area tra Cinquefrondi e Polistena, poi, durante la notte, fino a Bianco, nella Locride. Durante il tragitto, parlando al telefono, Nunez spiega che sta andando soltanto «per conoscere» alcune persone. Gli investigatori leggono quello spostamento nell’ambito dei rapporti legati al narcotraffico. Poche settimane dopo, la Calabria tornerà al centro della vicenda in maniera ancora più evidente.

Dall’acido borico alla raffineria nella Locride

Il 10 febbraio Nunez acquista a Pescara 200 chili di acido borico, sostanza utilizzabile per il taglio della cocaina, spendendo 1.900 euro. Carica il materiale e parte immediatamente verso la Calabria. Nella notte raggiunge Bianco. Quattro giorni dopo gli investigatori lo individuano insieme a Frank Richard Junior Felix Toribio all’interno di un immobile a Sant’Agata del Bianco, dove era stato allestito quello che negli atti viene descritto come un vero laboratorio per la lavorazione della droga. All’interno vengono sequestrati oltre 500 chili di materiale, presse idrauliche, stampi, forni, bilance e strumenti per il confezionamento. Le successive analisi stabiliranno che gran parte della sostanza sequestrata era acido borico, mentre tracce di cocaina vengono rilevate su bilance, recipienti e strumenti del laboratorio. Secondo gli investigatori, dunque, il sito era stato effettivamente utilizzato per la lavorazione dello stupefacente.

La paura dopo l’arresto

È dopo quel blitz che, riletta alla luce delle nuove acquisizioni, la conversazione di Tortoioli assume un peso diverso. Per mesi gli investigatori avevano seguito spostamenti, forniture, incontri e contatti. Avevano ricostruito una rete capace, secondo l’accusa, di collegare narcotrafficanti sudamericani, piazze romane e interlocutori calabresi. Poi arrivano gli arresti. (g.curcio@corrierecal.it)

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