’Ndrangheta in Lombardia, le auto dei vigili incendiate per «dare un segno forte». Bellusci: «Chiesi l’autorizzazione a Cristello»
In aula il pentito ricostruisce l’intimidazione. E poi il progetto contro l’auto di un carabiniere fermato dal veto dell’uomo indicato come riferimento sul territorio
MILANO Due auto della Polizia locale date alle fiamme nel cuore della notte. Una bicicletta per raggiungere il comando senza farsi notare, una tanica di benzina preparata in anticipo e il rientro a casa prima di sentire passare i vigili del fuoco. Ma prima di agire, racconta Francesco Bellusci, sarebbe arrivato un passaggio decisivo: parlarne con Giacomo Cristello e ottenere il suo assenso. È uno dei capitoli più pesanti emersi nell’udienza del 23 settembre del processo ordinario Hydra, in corso davanti al Tribunale di Milano. Durante l’esame del collaboratore di giustizia, la Procura ha approfondito il rapporto con Cristello e, soprattutto, il modo in cui Bellusci sostiene di essersi progressivamente abituato a interpellarlo prima di compiere determinate azioni sul territorio. Il racconto riguarda fatti precedenti alla sua affiliazione formale. E proprio questo elemento, nella ricostruzione resa in aula, assume un peso particolare: Bellusci dice di essere già inserito in quel sistema di rapporti al punto da sentire la necessità di chiedere il via libera prima di muoversi.
«Volevo dare un segno forte»
L’episodio si svolge a Robecchetto con Induno, dove Bellusci aveva anche la propria attività. Il collaboratore racconta di essere stato sottoposto in quel periodo alla sorveglianza speciale e di avere sviluppato una forte insofferenza verso il comandante della Polizia locale, che a suo dire stava effettuando accertamenti sul suo conto. Il punto di rottura sarebbe arrivato quando il direttore di una banca gli avrebbe riferito che la Polizia locale aveva chiesto informazioni sui suoi movimenti bancari. Bellusci interpreta quell’attività investigativa come l’ennesimo controllo nei propri confronti e decide di reagire. «Volevo in pratica bruciare queste due macchine», racconta al Tribunale. L’obiettivo, spiega, era «dare un segno forte». Ma prima di passare all’azione ne parla con Cristello. Bellusci colloca quell’episodio in una fase in cui quest’ultimo gli aveva già parlato della propria appartenenza alla Locale di Legnano e del ruolo che sosteneva di ricoprire su quell’area territoriale. Robecchetto, secondo il racconto del collaboratore, rientrava proprio in quella zona.
«Cominciai proprio a chiedere l’autorizzazione»
È la Procura a chiedergli direttamente perché avesse sentito la necessità di rivolgersi a Cristello. Bellusci spiega che ormai lo considerava il riferimento al quale comunicare ciò che intendeva fare. Le sue parole sono nette: si trattava, dice, «nel senso di chiedere l’autorizzazione». E aggiunge: «Cominciai proprio a chiedere autorizzazione». Secondo il collaboratore, Cristello avrebbe dato il proprio assenso all’incendio delle vetture. Bellusci riferisce che la risposta sarebbe stata, in sostanza, che se l’azione non creava problemi ad altri poteva procedere.
La bicicletta e la benzina
Poi arriva la notte dell’incendio. Bellusci racconta ancora in aule che, essendo sottoposto alla sorveglianza speciale, attese il controllo dei carabinieri. Aveva un libretto sul quale venivano annotate le verifiche e, dopo il passaggio della pattuglia, sostiene, prese una bicicletta che teneva nel portone e la tanica di benzina preparata nei giorni precedenti. Raggiunge il luogo dove erano parcheggiate le due vetture della Polizia locale: Bellusci ricorda una Fiat Punto e un’Alfa Romeo 147. Descrive quindi al Tribunale l’incendio delle due auto e il ritorno a casa. Circa mezz’ora dopo, dice, sente passare i vigili del fuoco. La mattina successiva torna sul posto e vede le vetture completamente bruciate. Bellusci afferma inoltre di non essere mai stato indagato per quell’episodio. Secondo il suo racconto, la Polizia locale sarebbe rimasta per un lungo periodo senza quelle vetture.
Il rogo raccontato dalle cronache del 2014
Dell’incendio resta anche la cronaca pubblicata all’epoca. Il 25 ottobre 2014, Logos News raccontava delle «due auto della Polizia locale» di Robecchetto con Induno e Malvaglio finite in fiamme circa due settimane prima. L’allarme era scattato attorno alle 3.30 di notte: alcuni residenti avevano sentito prima degli scoppi e poi visto il fuoco avvolgere i mezzi, parcheggiati come di consueto nell’area alle spalle dell’ufficio dei vigili urbani. Furono proprio gli abitanti della zona a chiamare il 115. Sul posto intervennero i vigili del fuoco volontari di Inveruno, i carabinieri della stazione di Cuggiono e gli agenti della Polizia locale. Soltanto verso il mattino la situazione tornò alla normalità. L’allora sindaca di Robecchetto con Induno e Malvaglio, Maria Angela Misci, spiegò che gli accertamenti erano stati affidati ai carabinieri, intervenuti insieme ai pompieri. Dodici anni dopo, nell’aula del processo Hydra, Bellusci ha attribuito a sé stesso quell’incendio, raccontandone preparazione e dinamica e sostenendo di avere chiesto prima il via libera a Cristello.
Il secondo progetto: sparare contro l’auto di un carabiniere
Ma è ciò che Bellusci racconta subito dopo a rendere ancora più evidente, nella sua versione, il ruolo attribuito a Cristello. Questa volta nel mirino sarebbe dovuta finire l’auto privata di un carabiniere della stazione di Cuggiono. Bellusci lo descrive come particolarmente scrupoloso nei controlli e racconta di aver vissuto le sue ripetute verifiche come una provocazione. Il progetto sarebbe stato quello di sparare contro la sua automobile. Non per colpire il militare, precisa il collaboratore, ma per intimidirlo e ottenere il suo allontanamento: Bellusci dice di essere convinto che un atto intimidatorio contro un appartenente alle forze dell’ordine avrebbe potuto provocarne il trasferimento. Ancora una volta, prima di agire, si rivolge a Cristello. Ma stavolta la risposta, secondo Bellusci, cambia completamente.
«Assolutissimamente no»
Cristello gli avrebbe detto «assolutissimamente no». La ragione, sempre secondo quanto riferito dal collaboratore, era il rischio di una reazione investigativa troppo pesante. Un attentato contro un carabiniere avrebbe potuto portare sul territorio un numero elevato di forze dell’ordine, far partire perquisizioni e mettere in difficoltà soggetti che potevano detenere armi o avere altri problemi con la giustizia. Bellusci riassume così il ragionamento attribuito a Cristello: un’azione del genere avrebbe creato «un casino» e avrebbe imposto, eventualmente, di avvertire prima gli altri. Il progetto viene quindi abbandonato. Bellusci spiega di essersi fermato proprio perché, a quel punto, era ormai «indottrinato» ad ascoltare Cristello e disobbedirgli avrebbe potuto creare problemi anche all’interno dei rapporti criminali. (g.curcio@corrierecal.it)
(Foto: Logosnews)
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