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la ricostruzione

Dall’Uruguay a Gioia Tauro, i narcos incastrati dal blitz del Goa. «Se leggono i messaggi siamo rovinati»

Il blitz dopo l’allarme della Dea americana. I messaggi criptati su SkyEcc, i conti sulla divisione dei profitti e la paura della galera dopo il sequestro

Pubblicato il: 29/09/2026 – 7:00
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REGGIO CALABRIA Un carico da cento chilogrammi di cocaina partito dall’Uruguay, l’attesa per l’arrivo della nave nel porto di Gioia Tauro e un fallimento milionario trasformato in panico sulla rete di telefoni criptati. Un’operazione transnazionale provata in ogni suo passaggio, che ha portato alla condanna degli imputati per il tentativo di importare i cento chili di cocaina dal Sudamerica. È la cronaca dell’operazione di narcotraffico svelata nelle motivazioni della sentenza del processo “Eureka”, firmata dal giudice Antonino Foti. 

La trattativa e i conti della droga

Tutto inizia a metà novembre del 2020. Nei messaggi scambiati tra Sebastiano Romeo (cl. ’97) e il suo interlocutore sulla piattaforma SkyEcc, il quadro è chiaro fin dalle prime battute: «Uruguay è?» chiede Romeo, ricevendo subito conferma sulla quantità della droga imbarcata: «100».
Nelle chat gli indagati calcolano ogni dettaglio economico: dalla quota per chi doveva estrarre la cocaina dal porto fino al prezzo di vendita. «I nostri sono 8 pacchi che va tolto il 20% per lo scarico compa», spiegano i trafficanti, aggiungendo che «ci rimangono 6 kg e mezzo» e che la restante parte della droga, da vendere per conto dei fornitori sudamericani, ha un prezzo già fissato: «I 73,5 a loro gliela paghiamo a 26€ questo è l’accordo compa!». Per dividere i guadagni della loro quota, la regola è semplice: «Di quella che ci lasciano il guadagno dobbiamo dividerlo per 4».

L’arrivo della nave e il blitz in porto

A metà dicembre del 2020 la tensione sale. La nave sta per attraccare a Gioia Tauro con il container imbottito di cocaina e gli indagati ne seguono i movimenti in tempo reale, parlando dell’«amica» in arrivo. Ma proprio mentre la squadra dello scarico attende il momento buono per intervenire, scatta l’allarme per la presenza delle forze dell’ordine e dei servizi d’intelligence americani: «un finanziere – si legge nella ricostruzione – aveva riferito ai soggetti incaricati per lo scarico che sono presenti i colleghi del Goa (Gruppo Operativo Antidroga), in quanto erano sono stati segnalati molti container dalla Dea americana (Drug Enforcement Administration) e che la nave era già al porto».
Il recupero diventa quindi impossibile. Gli indagati assistono da lontano all’intervento della Guardia di Finanza, che apre il container e sequestra gli zaini pieni di droga. A conferma che non si tratta di una vicenda inventata, nelle chat del gruppo finisce persino la fotografia del verbale dell’Ufficio Antifrode della Dogana di Gioia Tauro, inviata tra i soci come prova definitiva del sequestro subito.

La paura dei telefoni spia e il verdetto

Mentre il piano sfuma, nei messaggi cresce il terrore di essere scoperti e finire in manette. «Se leggono i messaggi siamo rovinati», si dicono i soci nelle chat, aggiungendo disperati che «a parte la perdita c’è pure la galera» e raccomandandosi di «non portare questo telefono in giro». Paure che si sono rivelate fondate. Per il giudice Antonino Foti, la precisione dei dati sulle navi, le foto del verbale della dogana e l’uso dei telefoni criptati portano a una «certezza processuale». (m.r.)

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