Il coraggio di un “No”: l’eredità e la memoria di Nino Polifroni a trent’anni dal barbaro assassinio
L’imprenditore di Varapodio fu ucciso il 30 settembre 1996 dopo anni di minacce e pressioni estorsive. Aveva scelto di denunciare e di non piegarsi alla ’ndrangheta
Il 30 settembre 1996, a Varapodio, nella Piana di Gioia Tauro, la criminalità organizzata spezzava barbaramente la vita di Antonino “Nino” Polifroni, imprenditore edile di 49 anni. A trent’anni esatti da quel tragico giorno, la sua figura si erge ancora come un pilastro di resistenza civile ed etica alla ’ndrangheta. Polifroni non era un magistrato, né un esponente delle forze dell’ordine; era un uomo del fare, un padre di sei figli che credeva fermamente nella sacralità del lavoro onesto e della propria libertà. La sua colpa, agli occhi dei clan, fu quella di non essersi mai piegato alla legge del “pizzo” e alle pressanti richieste estorsive. Di fronte alle minacce, ai danneggiamenti e persino a un grave attentato subito nel 1992, nel quale rimase ferito, Nino Polifroni scelse la via più difficile e dignitosa: denunciare. Spesso ripeteva ai propri familiari, in dialetto calabrese: «Se vuanu sordi vannu mu zappanu», “se intendono avere soldi devono andare a zappare”. Il suo fermo rifiuto di scendere a compromessi con i boss locali segnò la sua condanna a morte, eseguita da due sicari in un agguato che non gli lasciò scampo.
Il valore della resistenza alla ’ndrangheta. La storia di Nino Polifroni non è solo il racconto di una tragedia, ma rappresenta un manifesto di resistenza quotidiana. In territori in cui la criminalità organizzata tenta di imporre il proprio controllo opprimente sull’economia e sulle vite dei cittadini, l’esempio di questo imprenditore dimostra che opporsi è possibile e doveroso. Il suo “no” ha squarciato il velo di omertà che spesso protegge i clan. La sua resistenza ha dimostrato che la vera libertà imprenditoriale e democratica non può coesistere con il compromesso mafioso. Polifroni ha pagato con la vita il prezzo della coerenza, lasciando una lezione fondamentale: la lotta alle mafie non si fa solo nelle aule di giustizia, ma si alimenta delle scelte quotidiane di ogni singolo cittadino, commerciante e lavoratore.
Il dovere e la forza della memoria. A distanza di tre decenni, mantenere vivo il ricordo di Nino Polifroni non è un semplice esercizio di retorica, ma risponde al dovere morale della memoria attiva. La memoria diventa uno strumento di riscatto e di educazione per le nuove generazioni.
Oggi, grazie all’impegno instancabile della famiglia e al supporto di realtà come il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), il nome di Nino Polifroni continua a vivere nelle scuole attraverso borse di studio e progetti di formazione civile.
I tre figli che hanno ereditato l’attività di famiglia portano avanti l’impresa edilizia sui medesimi binari di legalità tracciati dal padre. Ricordare Nino Polifroni significa trasformare il dolore in impegno sociale, dimostrando che la ’ndrangheta può uccidere un uomo, ma non può seppellire l’idea di giustizia e libertà che ha guidato la sua vita. La sua pietra d’inciampo, posata a Varapodio, resta un monito per il presente e una speranza per il futuro della Calabria e dell’intero Paese. (redazione@corrierecal.it)
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