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la recensione

Hai gli occhi di Atena? Sei saggio!

Un’ Odissea in cui l’eroe conosce il rimorso della coscienza. Sfida gli Dei e sente la colpa. Possibile?

Pubblicato il: 01/10/2026 – 14:37
di Giuseppe Femia e Laura Massacra
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La versione cinematografica del regista Christopher Nolan conduce l’eroe nella contemporaneità aprendo le porte a sentimenti di angoscia, tristezza, rabbia e colpa che vede il dolore dell’altro in una guerra fratricida, una guerra incessante fino al ritorno di Ulisse e fino all’uccisione di ogni singolo pretendente. Il mito greco viene preso a prestito per articolare una riflessione psicologica sulla relazione tra umano e psiche, umano e guerra che ti inchioda allo schermo per tre ore che scorrono senza alcuna percezione del tempo e senza noia o esitazione. Un tik tok ipnotico che ricostruisce la storia seguendo un ritmo attuale e persuasivo.

Un invito a confrontarci con il superiore, un ritorno al Mito ma soprattuto ad una coscienza che rispetta forze al di sopra di noi, oltre l’audacia e il coraggio. Forze supreme che determinano non solo il vento, ma anche il carattere, le azioni umane, ill fato o meglio ancora l’evolversi del successo o del fallimento. Esistono regole superiori ed entità superiori. Un ritorno della coscienza dei limiti dell’uomo contemporaneo forte e onnipotente.
Regia strategica appunto, ma anche una regia che ricostruisce un vissuto post traumatico in cui sono presenti dissociazioni psichiche e flashback.
Mentre nel mondo omerico la morale era basata sulla vergogna (aidos) e sulla pubblica stima (timè), nel mondo di Nolan le leggi divine, cui Ulisse trasgredisce con azioni belliche, danno vita a una interiorità dissidiata, corrosa da conflitti interiori, sensi di colpa e pentimento. Nella visione del regista americano, infatti, il nostro eroe torna dopo venti lunghissimi anni non solo per cause di forza maggiore ma perché, come ammette egli stesso a Calypso, il suo viaggio è anche il frutto di una rimozione che asseconda le resistenze a fare ritorno a casa. Fare ritorno a Itaca, infatti, significherebbe fare i conti con se stesso oltre che col proprio destino. In quel ritorno Nolan tratteggia tutta la conflittualità identitaria dell’eroe che, dopo aver abborrito gli orrori della guerra, compie una nuova carneficina annientando i proci. Un circolo vizioso, dunque, una storia che si ripete in una relazione tra individuo e istinti bellici che viene rappresentata come intrinseca alla natura umana e come cifra identitaria del nostro eroe.

E, in effetti, il suo viaggio presenta costi altissimi per ritrovare se stesso. Ulisse sbaglia, si redime, torna a casa e sbaglia ancora. Potremmo dire, parafrasando Bertolf Brecht, che durante il viaggio Ulisse “sta lavorando duro per preparare il suo prossimo errore”. In questa cornice interpretativa il mito diventa per Nolan un dispositivo per declinare un eroe post-moderno il quale si interroga sulle sue bassezze per far poi finalmente ritorno a casa con una nuova consapevolezza. Forse. Perché, invece, tornato a Itaca, a sorpresa, fa strage di tutti i proci, perpetrando così la propria natura aggressiva e belligerante. In alcune versioni del mito, dopo il ritorno a Itaca Ulisse compie un viaggio di espiazione indicato dall’indovino Tiresia nell’Ade: dovrà recarsi in un luogo dove il mare è sconosciuto, offrire sacrifici a Poseidone e solo allora potrà tornare in pace. L’esilio, dunque, come forma di espiazione. Ma anche come purificazione e rigenerazione della sacertà dell’umano. Per il filosofo Giorgio Agamben il termine “sacer” (nella figura dell’homo sacer) non significa “sacro” nel senso moderno di “inviolabile” o “appartenente a Dio”, ma indica una condizione giuridica e politica specifica del diritto romano arcaico. Sacer è un uomo che può essere ucciso da chiunque senza che si commetta omicidio ma che non può essere sacrificato in un rito religioso. Per questa ragione la sua vita è “uccidibile” (esposizione totale alla violenza, senza protezione giuridica) ma anche insacrificabile (la sua morte non ha valore rituale, non è un sacrificio). «La vita dell’homo sacer è una vita sacra nel senso che è separata, messa al bando, e proprio per questo esposta alla morte senza che ciò conti come omicidio né come sacrificio».

L’uomo sacer è bandito dalla comunità, vive fuori dalle mura della polis ed è esposto agli elementi in un esilio ambivalente che lo rende al contempo intoccabile e simile agli animali perché sprovvisto dei diritti di cui godono gli uomini che fanno parte di un consorzio sociale e giuridico. Così, nella rivisitazione del film, Ulisse sceglie il sacro esilio per espiare, esporsi agli elementi, fuggire da sé e dalla sua natura.
Ma, in questo esilio fatalmente si compie, nello sviluppo drammaturgico del film, il destino tragico dell’eroe che continua a errare, “errare” inteso mutuamente come “girovagare” o “sbagliare”, ripetendo così se stesso all’infinito.
Come disse il poeta Orazio, “puoi viaggiare per monti e per mari, cambiare cielo e paese, ma non potrai mai fuggire da te stesso”(Epistulae I, 11, 27). «Caelum, non animum mutant, qui trans mare currunt». «Cambiano il cielo, non l’animo, quelli che corrono oltre il mare».

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