‘Ndrangheta, il cambio di rotta e l’affare sfumato: la cocaina da Paranaguà a Gioia Tauro finisce ad Anversa
Il no dei fornitori al porto di Gioia Tauro e la scelta di spedire subito i 75 chili di droga: il sequestro in Belgio dopo l’occultamento in un carico di legname
REGGIO CALABRIA Una trattativa per portare la droga in Europa, gestita dai referenti della ’ndrangheta di San Luca e finita nel peggiore dei modi su una banchina in Belgio. Un affare milionario pianificato tra il Sudamerica, la Calabria e il Nord Europa, svelato dai messaggi segreti scambiati sui telefoni della rete SkyEcc e confermato dai racconti dei pentiti. È la ricostruzione dell’importazione di 75 chili di cocaina contenuta nelle motivazioni della sentenza del processo “Eureka”, firmata dal gup di Reggio Calabria Antonino Foti.
Il cambio di programma e il carico sequestrato
Nei piani iniziali la cocaina doveva viaggiare dal Brasile direttamente verso l’Italia, con arrivo previsto al porto di Gioia Tauro. Ma quando i fornitori sudamericani si rifiutano di caricare lo stupefacente su quella rotta, si decide di non aspettare e gli indagati pretendono che la merce parta subito, qualunque sia la destinazione: «Questi dicono che non caricano per Gioia e io ho detto: non me ne frega, mandate i 75».
La droga viene così nascosta dentro un carico di legname che parte dal porto brasiliano di Paranaguà. La rotta cambia: niente Calabria, la nave fa rotta verso il Belgio, diretta al «Terminal 1700» del porto di Anversa. Per recuperare i panetti una volta arrivati a destinazione, l’organizzazione assolda anche un gancio sul posto: «C’è uno che si è preso l’impegno che la cacciava ad Anversa».
L’operazione però fallisce prima che il gancio possa recuperare la merce: «è saltata quella ditta, era sotto… del legname». La società usata per nascondere la cocaina era finita sotto controllo e le forze dell’ordine avevano bloccato tutto: «Hanno sequestrato 4 lavori da quella ditta», un episodio finito persino sulle pagine del sito specializzato Crimesite.
A quel punto scoppia la discussione sui soldi persi, per organizzare la spedizione — la cosiddetta “salita”: «Purtroppo è andata così, io ci ho rimesso 125 mila».
«Il contenuto – scrive il gup – è univoco nel descrivere: il porto di partenza, da identificarsi ragionevolmente in Paranaguà; l’originaria valutazione alternativa di invio verso Gioia Tauro; la successiva decisione di utilizzare la rotta su Anversa; l’occultamento della sostanza nel legname; l’esistenza di documentazione fotografica relativa alla merce e al container; il coinvolgimento di un ulteriore soggetto incaricato dell’esfiltrazione in area portuale belga. Tutto ciò dimostra che la fase esecutiva dell’operazione non solo era stata avviata, ma aveva già raggiunto un livello di concreta e avanzata realizzazione incompatibile con la mera preparazione astratta del reato».
A confermare questo scenario ci sono anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Vincenzo Pasquino. Il pentito – come sottolinea il gup – ha raccontato che già nel 2018 Stefano Nirta gli aveva chiesto di intercedere con i fornitori sudamericani per sbloccare l’investimento fatto dai suoi «paesani» di San Luca, tra cui Antonio Callipari. Pasquino ha spiegato di aver preso in consegna la cocaina in Sudamerica, di aver tenuto 5 chilogrammi per coprire le spese e di aver caricato i restanti 70 chilogrammi nel container di legname poi bloccato ad Anversa. (m.r.)
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