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ECONOMIA SOMMERSA

Quei 197 miliardi che nessuno ha contato

Una cifra enorme

Pubblicato il: 02/10/2026 – 16:44
di *Annunziata Paese
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Ci siamo mai chiesti come sia possibile sapere con tanta precisione quanto vale ciò che, per definizione, non vediamo? Nei giorni scorsi il Focus Censis-Confcooperative sull’economia sommersa ha avuto grande risalto anche nei telegiornali nazionali: 197,6 miliardi di euro, pari al 9,2% del PIL. Una cifra enorme. Tradotta nella comunicazione al pubblico, diventerebbe addirittura 3.350 euro sottratti a ciascun italiano. Prima di trasformare questi numeri nell’ennesimo titolo ad effetto, però, sarebbe utile fermarsi sulla domanda più semplice: come facciamo a sapere che sono proprio 197,6 miliardi? La risposta è importante: non li abbiamo scoperti, contati o recuperati. Li abbiamo stimati, e non è una distinzione di poco conto. Il dato utilizzato dal Focus coincide con quello elaborato dall’ISTAT per il 2023. L’Istituto stima in 197,6 miliardi l’economia sommersa: 108,2 miliardi riconducibili alla sottodichiarazione, 77,2 al lavoro irregolare e 12,2 ad altre componenti. A questi si aggiungono quasi 20 miliardi di attività illegali, portando l’economia non osservata complessiva a 217,5 miliardi.

Sono stime statistiche ufficiali, costruite secondo metodologie rigorose, ma rimangono stime.

Ed è la stessa ISTAT a spiegarlo. Per ricostruire ciò che non emerge direttamente vengono utilizzate informazioni amministrative, fiscali e statistiche, stime sul lavoro irregolare, confronti tra domanda e offerta e procedure di integrazione. Per una delle componenti, l’ISTAT precisa addirittura che essa comprende, in proporzioni non identificabili, sia fenomeni riconducibili al sommerso sia discrepanze di natura puramente statistica. Questo non significa affatto che il sommerso non esista. Significa semplicemente dare alle cifre il significato corretto. 197 miliardi di sommerso non significano 197 miliardi per lo Stato e qui nasce probabilmente l’equivoco più importante. Se un’attività produce 100 euro di valore aggiunto non dichiarato, lo Stato non ha perso 100 euro di entrate fiscali, ha eventualmente perso le imposte e i contributi che sarebbero derivati da quella base economica. Per questo esiste un’altra grandezza, il tax gap, che cerca di stimare la differenza tra le imposte teoricamente dovute e quelle effettivamente versate. Ma anche qui dovremmo porci la stessa domanda: come possiamo conoscere esattamente le imposte evase se, per definizione, non conosciamo direttamente tutta la materia imponibile nascosta? Anche il tax gap viene infatti stimato attraverso modelli. Per l’IVA, ad esempio, il MEF descrive un approccio nel quale viene ricostruita una base imponibile potenziale attraverso i dati di Contabilità nazionale; da questa viene ricavata l’imposta teoricamente generabile e confrontata con quella effettivamente raccolta. Lo stesso documento evidenzia che metodologie differenti possono produrre risultati differenti.

Quindi dobbiamo distinguere almeno tre cose:

  1. quanto vale l’attività economica sommersa stimata;
  2. quante imposte e contributi si stima che non vengano versati;
  3. quanto di quelle imposte sarebbe concretamente possibile recuperare.

Sono tre numeri diversi, e soprattutto il terzo non coincide automaticamente con il secondo. Il rischio è quello di parlare dei “miliardi virtuali”. Il problema nasce quando una stima statistica passa dal documento tecnico al titolo del telegiornale. Dire che esistono 197,6 miliardi di economia sommersa è una cosa, dire o lasciare intendere che 197,6 miliardi vengono sottratti ogni anno alle casse pubbliche è completamente diverso. E ancora diverso è sostenere che facendo emergere quell’economia avremmo automaticamente decine o centinaia di miliardi disponibili per finanziare sanità, pensioni, scuola o riduzione delle tasse. Il titolo secondo cui il sommerso “ruba 3.350 euro a ogni italiano” nasce sostanzialmente dal rapporto fra il valore complessivo del sommerso e la popolazione. Ma quei 3.350 euro non rappresentano 3.350 euro di maggiori imposte che ciascun cittadino avrebbe a disposizione se domani scomparisse il sommerso.

È una rappresentazione comunicativamente molto efficace. Economicamente deve essere spiegata.

E soprattutto non diventi un alibi. Contrastare evasione fiscale, lavoro nero e illegalità deve essere una priorità di qualsiasi governo. Ma proprio perché il problema è serio non dovrebbe essere utilizzato per costruire un’altra narrazione semplicistica: se avessimo quei miliardi potremmo risolvere i problemi del Paese. Perché così facendo rischiamo inconsapevolmente di creare un gigantesco alibi. Sanità inefficiente? Stipendi bassi? Servizi pubblici insufficienti? Mancano le risorse dell’evasione. Debito elevato? Colpa dell’economia sommersa. È una spiegazione troppo comoda. Un Paese può avere contemporaneamente un grave problema di evasione fiscale e un grave problema di qualità della spesa pubblica. Può avere troppe attività sommerse e, nello stesso tempo, utilizzare male una parte delle risorse che già incassa. Può dover recuperare gettito e contemporaneamente chiedersi se ogni miliardo già disponibile venga destinato alle priorità giuste. Le due questioni non si escludono e soprattutto la prima non può diventare la giustificazione della seconda. Dietro la precisione di un decimale rimane una stima, è forse questo l’aspetto sul quale dovremmo riflettere maggiormente. Quando ascoltiamo 197,6 miliardi, quel decimale trasmette inconsapevolmente una sensazione di straordinaria precisione, ma nessuno ha trovato un conto corrente con dentro 197 miliardi di economia sommersa. Si tratta del risultato di un sistema statistico sofisticato e necessario, fondato su dati osservati, ricostruzioni, confronti e assunzioni metodologiche. La stessa ISTAT ha modificato nel tempo alcune metodologie e le stime dei Conti nazionali vengono sottoposte a revisioni. Dunque utilizziamoli, questi numeri. Servono a comprendere la dimensione di un fenomeno e a confrontarne l’evoluzione nel tempo, ma non trasformiamo una stima in una certezza contabile e una base imponibile teorica in un bancomat dello Stato. La domanda corretta non è soltanto: “Quanto perdiamo a causa dell’evasione?” Dovremmo aggiungerne almeno altre due: “Quanto di quella cifra sarebbe realmente trasformabile in maggiori entrate?” e, soprattutto: “Stiamo amministrando bene i soldi che già abbiamo?” Perché combattere l’evasione è ovviamente buona amministrazione, ma lo è anche spiegare correttamente i numeri e utilizzare bene ogni euro che lo Stato già incassa.

*Osservatorio per il Socialismo Riformista “Anna Kulischioff”

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