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L’INCHIESTA NAPOLETANA

Tav Napoli-Bari, nei cantieri l’operaio calabrese che «faceva l’autista del boss di Gioia Tauro»

Dipendente della Areco e impiegato come conducente di pala meccanica, nelle carte vengono richiamati i suoi trascorsi giudiziari

Pubblicato il: 04/10/2026 – 6:48
di Giorgio Curcio
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LAMEZIA TERME «Lo sai che faceva l’autista del boss di Gioia Tauro?». È una frase pronunciata quasi di passaggio, mentre si parla di cantieri, controlli antimafia e lavoro. Ma nell’ordinanza sull’inchiesta che investe gli appalti della Tav Napoli-Bari apre una finestra che porta direttamente in Calabria, nella Piana di Gioia Tauro e nella storia giudiziaria della cosca Alampi. A pronunciarla è Dante Salzillo, uno degli imprenditori al centro dell’indagine della Procura di Napoli. L’uomo di cui parla è un dipendente calabrese della Areco, società impegnata nei cantieri dell’Alta velocità, che in quel periodo viene utilizzato come conducente di pala meccanica. Il lavoratore compare nell’ordinanza non perché indagato nell’inchiesta sulla Tav, ma nel quadro degli approfondimenti compiuti dagli investigatori sui rapporti, sui dipendenti e sulle frequentazioni che ruotano attorno alla Areco.

«Sta a Grottaminarda, sta a portare la pala»

È l’11 ottobre 2024 quando Salzillo parla al telefono con un altro dipendente della società. Secondo quanto ricostruito nell’ordinanza, l’imprenditore riferisce che l’uomo era stato «autista di un importante boss di Gioia Tauro», riferimento che gli investigatori collegano verosimilmente a un esponente del clan Alampi. In quel momento il dipendente viene impiegato nei cantieri come conducente di pala meccanica e, stando a quanto riferito da Salzillo, è ancora sottoposto alla sorveglianza speciale. La questione torna fuori mesi dopo, il 12 maggio 2025, durante una conversazione registrata all’interno degli uffici della Areco tra Salzillo e Adolfo Ciotta. «Io tengo a uno – dice Salzillo – lo sai che faceva l’autista del boss di Gioia Tauro?». Ciotta risponde di sapere a chi si riferisca. Salzillo precisa: «Quello là che sta a Grottaminarda, sta con Salah… sta a portare la pala». Poi racconta le conseguenze che quella assunzione avrebbe avuto anche per lui: «Io intanto mi trovai il commissario qua».

La vecchia inchiesta Rifiuti Spa

Nell’ordinanza il gip ricostruisce l’identità dell’uomo e ne richiama i trascorsi giudiziari, tra i quali il favoreggiamento della latitanza di un soggetto il cui nome è legato alla storia giudiziaria della famiglia Alampi e alla vecchia inchiesta “Rifiuti Spa”. L’uomo, arrestato nel 2007 dopo oltre un anno di latitanza, venne successivamente assolto nel giudizio di rinvio dall’accusa di associazione mafiosa. Inoltre, una delle società di cui risultava partecipe fu sequestrata nel 2006 e poi definitivamente confiscata nel 2012. Sarebbe dunque questo il passato al quale Salzillo farebbe riferimento quando parla dell’«autista del boss di Gioia Tauro», una definizione utilizzata nell’intercettazione che non può però essere assunta come qualificazione giudiziaria dell’uomo, assolto dall’accusa associativa. Un particolare che aveva attirato l’attenzione anche degli organi di polizia impegnati nei controlli. In un’altra conversazione del 24 novembre 2024 Salzillo racconta, infatti, di essere stato chiamato al Commissariato di Marcianise per spiegare perché avesse assunto alle dipendenze della Areco un soggetto calabrese sottoposto a sorveglianza speciale. Il lavoratore, però, non gli avrebbe comunicato quella circostanza al momento dell’assunzione.

«Se te lo dicevo, tu mi prendevi a lavorare?»

È lo stesso Salzillo a ricostruire il confronto avuto successivamente con il dipendente. Nel frattempo, riferisce, la misura di prevenzione sarebbe stata revocata. «Mi hanno tolto la sorveglianza speciale», gli avrebbe detto l’uomo. Poi la spiegazione del silenzio: «Io se te lo dicevo, tu mi prendevi a lavorare?». Una domanda alla quale, nella successiva conversazione con Ciotta, Salzillo risponde senza molti giri di parole: «Effettivamente hai ragione pure tu, perché sicuramente non ti prendevo». Lo stesso imprenditore, parlando della vicenda, tiene però a precisare che il dipendente, al momento dei fatti descritti, non avrebbe più intrattenuto rapporti con ambienti criminali. Resta il dato che emerge dalle carte dell’inchiesta: nei cantieri della grande opera ferroviaria, tra Grottaminarda e gli altri fronti della Napoli-Bari, lavorava anche un uomo il cui passato riportava direttamente a Gioia Tauro e alla storia giudiziaria degli Alampi. Un passato del quale, stando alle conversazioni captate dagli investigatori, anche i vertici della società finirono inevitabilmente per parlare. (g.curcio@corrierecal.it)

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