Da Perugia-Assisi a Reggio-Archi: 35 anni dopo la marcia che sfidò la ‘ndrangheta
Il 6 ottobre 1991 una città in ostaggio scese in strada contro i boss. Il racconto di una marcia che cambiò la storia, e di ciò che non è riuscita a cambiare
REGGIO CALABRIA Gennaio 1991. Nei primi 22 giorni dell’anno, a Reggio Calabria vengono uccise 22 persone: un morto ammazzato al giorno, puntuale come un orologio. L’anno appena chiuso ne aveva contati 195. L’Italia non se ne accorge. Nove mesi dopo, il 6 ottobre, decine di migliaia di persone attraversano la città dalla periferia sud fino ad Archi, il quartiere dei boss, e il Paese che aveva guardato altrove deve ammettere che quella guerra lo riguarda. Trentacinque anni dopo il sangue per le strade è un ricordo, e la ‘ndrangheta, invece, è dappertutto. Una marcia che ha cambiato il modo di raccontare la mafia. Non ha cambiato la mafia. Dal 1985, quando era scoppiata la seconda guerra di ‘ndrangheta, il conto dei morti sfiorava gli ottocento. Fuori dallo Stretto nessuno alzava lo sguardo. Passano i mesi, il piombo non si ferma. Taurianova, San Luca: nuove stragi, la stessa indifferenza. Il 7 maggio il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti convoca un Comitato per la sicurezza e chiede aiuto a tutti. La Chiesa calabrese risponde. Poi le polemiche. Poi gli spari, di nuovo: arrivano a Lamezia Terme.
Una domanda che nessuno faceva
Altrove, intanto, si prepara la marcia della pace. Arci, Acli e Associazione per la pace lavorano alla trentesima edizione della Perugia-Assisi, la marcia voluta nel 1961 da Aldo Capitini. Da trent’anni il tragitto è sempre lo stesso. Poi la domanda. Come ricostruisce Danilo Chirico in Storia dell’antindrangheta (Rubbettino, 2021), a porla è un calabrese, il dirigente Arci Nuccio Iovene: perché si manifesta per ogni causa e mai contro la mafia? Per la prima e unica volta dal 1961 la marcia della pace lascia l’Umbria. Non sarà Perugia-Assisi. Sarà Reggio-Archi. Giampiero Rasimelli e Tom Benetollo la fanno propria. Gianni Pensabene porta l’Agesci, Nuccio Barillà Legambiente, Mario Nasone il Movi. Aderiscono Pds e Sinistra giovanile. Il ministro dell’Istruzione Riccardo Misasi chiede alle scuole di parlarne alla vigilia. Il corteo viene lanciato durante la maratona antimafia di Michele Santoro e Maurizio Costanzo. Partono carovane da Torino, per volontà di don Luigi Ciotti, da Milano, con la benedizione del cardinale Martini, da Palermo, da Gela.
Sei ottobre
Dalla periferia sud all’estremo nord della città. Dai cancelli delle Omeca alle case di Archi, sette chilometri attraverso Reggio, fino al cuore del quartiere simbolo delle cosche (foto di copertina DaSud). Decine di migliaia di persone, scrive Chirico. Oltre ventimila, contò un cronista del settimanale diocesano. Un conteggio ufficiale non c’è. In prima fila Giovanni Bianchi per le Acli, Giuseppe Lumia per il Movi. E il cantante Gino Paoli, che rinuncia al cachet e chiude la giornata con un concerto: “sono qui, dice, perché la mafia offende la mia umanità”. Sono qui anche i vescovi. In testa al corteo cammina l’arcivescovo di Reggio, monsignor Luigi Vittorio Mondello, oggi emerito: lo mostrano foto e filmati d’epoca. Con lui preti e laici che resteranno al loro posto per anni, da padre Vincenzo Sibilio a don Giorgio Pratesi.

Ad Archi le campane della chiesa di Santo Stefano di Nicea suonano a festa. Il settimanale diocesano titola, pochi giorni dopo, che Reggio non è soltanto ‘ndrangheta. A chiudere la marcia, ad Archi, c’è don Italo Calabrò. Da quella giornata nasce qualcosa che resiste: il Centro d’Ascolto della Caritas, oggi intitolato a lui, affidato alle suore francescane alcantarine. Suor Loriana Torelli ricorda che fu lo stesso don Calabrò a proporre di aprirlo, nel 1991. Un pasto caldo, una doccia, e soprattutto i bambini del quartiere, quelli che la guerra l’avevano subita sulla pelle. Per Chirico è la prima manifestazione antimafia nazionale organizzata dalla società civile nella storia d’Italia. La ‘ndrangheta diventa un caso nazionale. La guerra di mafia, iniziata nel 1985, è appena finita.
I numeri
Sono passati 35 anni, e i numeri sembrano un successo. Secondo l’Istat, il 1991 fu l’anno più sanguinoso sul fronte degli omicidi in Italia: 1.917 vittime. Un numero enorme, dentro il quale si riflette anche la violenza delle mafie: il 37,5% degli omicidi di quell’anno era infatti riconducibile alla criminalità organizzata. Nel 2019 gli omicidi complessivi erano crollati a 315, oltre sei volte in meno rispetto al picco del 1991. E nei primi sette mesi del 2025 il Viminale ne ha registrati 184 in tutta Italia. A Reggio, dopo la guerra di mafia, i morti sono crollati, e quelli che restano sono omicidi mirati, senza la spirale di vendette che trasformava ogni agguato in una strage.
La pace dei clan
Ma è un’illusione ottica. Lo dicono, senza giri di parole, i magistrati. Quattrocento famiglie di ‘ndrangheta comandano e non solo a Reggio e non solo in Calabria, non meno di sessantamila affiliati, nessun territorio in cui non siano presenti: così il procuratore Giuseppe Lombardo. Per lui la ‘ndrangheta non è più soltanto una forza armata, ma un sistema integrato che dialoga con massoneria deviata, politica, imprenditoria e istituzioni. Una “blockchain criminale”, rete globale di soldi e relazioni. Per batterla c’è una strada sola: seguire il denaro. Stefano Musolino, procuratore aggiunto, aggiunge l’altra metà del ragionamento: la repressione non basta. Bisogna smontare i meccanismi che rendono ancora credibile il modello ‘ndrangheta, soprattutto dove c’è marginalità. È il terreno su cui lavora, dal 1991, il presidio di Archi.
Cosa è cambiato
Le aule di giustizia hanno dato risposte che nel 1991 sarebbero sembrate fantascienza. In appello, il maxi-processo Epicentro ha confermato una ‘ndrangheta “destefanocentrica”, unitaria, governata da alleanze tra le cosche più potenti. Allora si parlava di faide. Oggi si dimostra che c’è un vertice. E poi c’è il resto. Nell’estate 2026 sono tornati a raccontarsi i riti di affiliazione a Reggio. Il procuratore Lombardo si prepara a salire alla Direzione nazionale antimafia (la proposta è passata in commissione al Csm, manca il voto del Plenum). La lotta contro le mafie si sposta dalle strade ai conti correnti.
L’ultima domanda
Nel 1991 la risposta a Iovene fu una folla. Nel 2026 la folla è rara, e il nemico non ha più bisogno di mostrarsi. Restano le scuole, le parrocchie, i centri d’ascolto: il lavoro quotidiano che da quel 6 ottobre non si è mai fermato. Archi non è più il simbolo di una guerra. È il simbolo di una domanda ancora aperta. Quante piazze servono, oggi, per un nemico che non fa più rumore?
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